di  -  giovedì 18 ottobre 2007

radiohead_in_rainbow_cd_e_vinili.jpgPochi giorni fa vi scrivevo a proposito dell’intenzione dei Radiohead di vendere il loro nuovo album In Rainbows esclusivamente via web e senza la copertura di una casa discografica, con tutte le considerazioni del caso.

 

Arriva notizia dal Silicon Alley Insider che a distanza di pochi giorni dal lancio, avvenuto il 10 ottobre l’ultimo lavoro della band britannica abbia già superato 1,3 milioni di copie vendute. Ricordo che l’album è disponibile in due versioni: una “fisica”, con doppio vinile, doppio cd, booklet al costo di 40 sterline (€ 53) e una versione digitale, in MP3 senza DRM e nessun altro dipo di protezione e restrizione nell’uso, il cui prezzo è deciso dall’utente al momento dell’acquisto.

 

La notizia è accompagnata da diversi commenti concordi sul fatto che senza il lavoro e gli investimenti fatti negli anni dalla loro ex casa discografica (che ancora distribuisce i precedenti album del gruppo) ora i Radiohead non godrebbero della popolarità necessaria per portare al successo una simile iniziativa indipendente. Qualcuno si spinge anche oltre affermando che i Radiohead sono diventati popolari in un vecchio modello di business che ora sta scomparendo, infatti secondo quest’idea, i nuovi modi di percepire la musica grazie alle nuove tecnologie non permetterebbero alle realtà emergenti di sfondare.

 

Forse è vero in parte, ma bisognerebbe raccontarla tutta: le case discografiche e i produttori non investono più a lungo termine sugli artisti, promuovendo musica poco originale ma adatta a sfondare con videoclip, radio e suonerie, perché attualmente si dimostra un sistema economicamente di gran lunga più redditizio rispetto al “vecchio”, fatto di album e tour live. Un esempio lampante di questa situazione ce l’abbiamo qui in Italia, visto che Vasco Rossi ha annunciato tempo addietro che non avrebbe più realizzato nuovi album ma soltanto singoli.

 

 

9 Commenti »

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  • # 1
    Mazzulatore
     scrive: 

    Ottimo risultato, complimenti! qualcuno si starà mangiando le mani per aver investito in tecnologie che non servono a niente.

  • # 2
    Adso da Melk
     scrive: 

    mah… io da subito l’ho trovato un atteggiamento un po’ da … come dire.. $b0roni… ecco

    É facile bullarti di una cosa del genere quando riposi sugli allori costruiti da una casa discografica che per prima ha creduto in te e deciso di investire. troppo facile mo’ fare gli splendidi.

  • # 3
    Tambu
     scrive: 

    è indubbiamente come dici, Adso, ma c’è anche da considerare il fenomeno inverso. Pensa a quegli sconosciuti che hanno fatto successo su youtube: poi si sono dovuti affidare a una casa discografica per farsi distribuire (e sfruttare) venendo abbandonati subito dopo. Vendendo direttamente non si garantisce che la gente non se li dimentichi, ma quantomeno che si intaschino ciò che è giusto, cioè un buon 90% del prezzo. qualsiasi esso sia :)

  • # 4
    Adso da Melk
     scrive: 

    ok. in un mondo ideale :)

    ma, sarò scettico io, un giovane gruppo anche bravissimo quando speri possa vendere online ?

  • # 5
    Alessio Di Domizio
     scrive: 

    “É facile bullarti di una cosa del genere quando riposi sugli allori costruiti da una casa discografica che per prima ha creduto in te e deciso di investire. troppo facile mo’ fare gli splendidi.”

    Adso, non credo che con le case discografiche esista un rapporto tipo “crediamo in te” al di fuori della mera convenienza economica e quindi non mi pare possibile un approccio “etico” al problema. I discografici investono su un artista nella misura in cui credono che possa fargli guadagnare danaro. Nel momento in cui la fama dell’artista sembra poter camminare da sola, è lo stesso principio economico che rende a mio giudizio perfettamente leggitime iniziative come quelle dei Radiohead. Le quali, oltre ad avere una possibile convenienza economica per l’artista (che normalmente guadagna due euro o giù di li per ogni CD), abattono la soglia di prezzo per gli appassionati. Non mi sembra poco.

    Sul problema del gruppo emergente, e in generale, vi consiglio questa lunga ma interessante lettura:
    http://www.counterpunch.org/rovics10092007.html

  • # 6
    Adso da Melk
     scrive: 

    mmmhh no, forse mi sono spiegato male.

    Bella l’iniziativa, bravi i radiohead, ecc.

    Facevo solo notare che quest’aura da “splendidi” salvatori della patria, o del rapporto artista-acquirente se lo possono permettere proprio perchè il loro estratto conto ha parecchi zeri

    Soldi che hanno cotruito in altro modo.

    Da qui a sostenere da parte mia che le case discografiche sono il bene ce ne passa.

    É cmq un business, e ognuno investe come vuole.

    Se fossero davvero dei Santi Artisti interessati solo a divulgare la propria arte lo avrebbero fatto COMPLETAMENTE aggratis come hanno fatto altri prima di loro.

    tutto qui :)

  • # 7
    Alessio Di Domizio
     scrive: 

    Hai ragione, loro possono permettersi di dichiararsi indipendenti dalle major nel momento in cui hanno consolidato il loro successo e lo hanno anche monetizzato. Del resto pure le nostre “questioni di principio”, di certo molto più piccole e banali, dobbiamo potercele permettere…

    In generale non credo che loro si stiano ponendo come salvatori della patria: mi pare piuttosto che molti giornalisti, specialmente esterni al settore, tentino di affibiargli questa immagine per cavalcare il trend dell’antipatia verso le major…

    Nemmeno io credo nei santi artisti (cmq previa registrazione l’album puoi scaricarlo anche gratis) e in generale sono profondamente convinto – ma non ne sono molto contento – del fatto che l’arte abbia un rapporto pressoché inscindibile con la pecunia… avere la pancia piena è un presupposto fondamentale per essere creativi :-)

  • # 8
    Ciobix
     scrive: 

    A me è piaciuto acquistare il loro album per 1 cent. di sterlina, bravi i Radiohead…

  • # 9
    Tambu
     scrive: 

    l’avevano messo in preventivo. qualcuno lo ha pagato 20 dollari, altri 0. sì, accettava anche zero come prezzo :)

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