di  -  venerdì 25 maggio 2012

In questi giorni RedHat sta festeggiando i primi 10 anni della propria distribuzione Enterprise.

Si tratta di un traguardo importante per tutto il mondo del software. Infatti se è vero che Linux (e le relative distribuzioni) stentano ancora a conquistare un ruolo nel mondo desktop, la situazione è decisamente diversa sul versante Enterprise e su quello Embedded.

Queste considerazioni sono avvalorate anche dalle dichiarazioni rilasciate dallo stesso Torvalds a novembre dello scorso anno:

Penso che semplicemente il settore desktop sia il più difficile con cui approcciarsi, parzialmente per ragioni tecniche. I desktop sono tutto un altro mercato, perchè fanno un sacco di cose diverse. […] Quando guardiamo ai telefoni, o ai tablet, ci accorgiamo che sono indicati per dei casi d’uso limitati. Puoi avere migliaia di applicazioni, ma per esempio non connetterai mai tutti questi terminali a centinaia di dispositivi diversi.

e ancora:

Un’altra cosa importante è che quella è l’area dove hai molta utenza che non vuole necessariamente usare un computer al massimo delle sue possibilità. Un sacco di PC desktop sono usati per del lavoro di base: le persone adorano usare il computer, perchè gli rende il lavoro più facile, ma allo stess tempo non sono realmente interessate al computer in sé. Non sono come me. A me piace usare il computer perchè è un gran giocattolo con cui posso fare delle cose. A loro piace usare il computer perchè con questo terminano in fretta il loro lavoro. Quindi per questo tipo di persone decidere “Oh voglio provare un nuovo sistema operativo al di fuori di ciò che io abbia mai usato” è una decisione difficile

RedHat è sicuramente la società di riferimento per il mondo Linux Enterprise, settore in cui si concentra il suo business dal 2002 quando, dopo aver trasformato RedHat Linux in Fedora, presenta Red Hat Enteprise Linux e sostituisce l’approccio Open Source (puro) con il modello Subscription Business in cui il cliente paga una quota di sottoscrizione per avere accesso a prodotti e servizi.

La storia di RedHat è, in realtà, più datata, risalendo al 1993-1994 quando Bob Young fonda ACC Corporation, dedicata alla vendita di software per UNIX, mentre Marc Ewing crea una distro Linux chiamata Red Hat Linux (ottobre 1994, conosciuta come Halloween Release).

 

Bob Young e Marc Ewing

Nel 1995 Young acquista la creatura di Ewing dando vita a Red Hat Software e assumendone nei primi anni il ruolo di CEO. Nella sfera RedHat merita sicuramente menzione anche Alan Cox (soprannominato l’ORCO), il Linux Kernel Guru che ha guidato lo sviluppo dei prodotti della società del “Cappello Rosso” fino a dicembre del 2008, quando migra in Intel per creare Moblin, poi MeeGo!, pensata per i device mobile. Si pensi che Cox viene ritenuto, in ambito Linux, secondo solo a Torvalds stesso

Alan Cox

Oggi RedHat conta numeri da capogiro: più di 9.000 applicazioni e 1.400 rivenditori software indipendenti supportati, oltre 3.000 piattaforme hardware certificate e, soprattutto, un fatturato che ha recentemente superato il miliardo di dollari.

Ma RedHat non è solo profitto, tanto che ha recentemente donato 100.000dollari a quattro grandi gruppi no-profit:

  • Creative Commons, l’organizzazione che si occupa di proporre una nuova forma di tutela del diritto d’autore, secondo la filosofia del copy-left;
  • Electronic Frontier Foundation, l’organizzazione che si occupa di tutelare i diritti digitali degli utenti in Rete;
  • Software Freedom Law Center, un servizio legale gratuito per gli sviluppatori di free software/open source/libre;
  • UNICEF Innovation Labs, che si occupa di progetti di innovazione in Kosovo, Uganda e Zimbabwe, interamente basati su software open source.

L’operazione è stata commentata direttamente dal CEO Jim Whitehurst:

Il movimento open source ha le sue radici nei valori condivisi sulla conoscenza; è fondato su idee allo stesso tempo ordinarie e rivoluzionarie. Come membri di questa comunità, eleviamo la trasparenza sulla segretezza. Apprezziamo la libertà piuttosto che il controllo.

 

Jim Whitehurst

Per festeggiare l’evento, RedHat ha pubblicato una timeline interattiva, che ripercorre i momenti più importanti della sua storia a partire dal 1997 . Inoltre sul blog della società è stato pubblicato un post ufficiale rispetto al quale sono già intervenuti big del calibro di HP, SAPDell.

Auguri RedHat!

4 Commenti »

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  • # 1
    Flare
     scrive: 

    È chiaro che un sistema operativo per desktop è più complesso. Ma Torvalds dice anche (su linuxfr.org):

    Of course, what’s interesting is how smartphones are slowly starting to share many of those desktop complexities. It may not be there yet (and maybe it never will be), but phones already have a fair amount of the same rich and complex media issues that desktops have, and are getting more varied uses.

    Ci sono però anche altri problemi per le distro desktop:
    1. sapere che esistono e com’è il SO realmente (e non per sentito dire)
    2. il fattore abitudine
    3. l’installazione
    4. l’ecosistema

    Se Windows 7 o OSX fossero stati resi disponibili solo in retail, vorrei vedere quanti utenti sarebbero stati capaci o avrebbero avuto tempo e voglia di installarsi il sistema operativo da soli, trovare i driver, configurare tutto…
    Ha ragione Torvalds quando dice (in sostanza) che a gran parte delle persone interessa il computer per usarlo, non per smanettarci o imparare dove mettere le mani. Io ho installato e configurato GNU/Linux per pensionati e ragazze che non avevano alcuna dimestichezza coi computer e si sono trovati benissimo (e fanno anche meno pasticci e mi chiamano meno che con Windows), ma gliel’ho installato io e devono solo usarlo.
    Però una cosa che può spaesare e infastidire, per quanto i repository siano comodi, è che di solito il software non viene aggiornato, se non ogni tot mesi, salvo usare pacchetti forniti da terze parti, come le ppa su Ubuntu. Ubuntu ha avuto più successo di altre per la sua facilità di installazione e setup. Ma una semi-rolling come Chackra rende gli aggiornamenti più fluidi.

    Un altro scoglio è il fattore abitudine: anche uno che ci sa fare e ha voglia di smanettare, si dovrà adattare ad un ambiente diverso da quello a cui aveva fatto abitudine e sviluppato automatismi. Perfino il solo spostare i pulsanti di chiusura da destra a sinistra (come ha fatto Ubuntu) comporta un disagio, sebbene ci si abitui; figuriamoci un’interfaccia sensibilmente diversa o che la stravolge come Unity o Metro (ma accade anche passando da Windows 3.x a 9x/ME a XP a Vista/7). Tralasciando quando ci sono degli effettivi peggioramenti o qualcosa diventa più macchinoso di prima, il fattore abitudine conta parecchio, specialmente quando devi imparare di nuovo a fare quello che facevi già o scoprire dove devi andare ora per configurare qualcosa.
    Ma non solo, per quanto interfacce come quella di KDE possano rendere il passaggio più confortevole per chi viene da Windows, dietro la superficie dell’interfaccia cambia tutto, a partire dal filesistem.
    Ma anche passare da Gnome a KDE e viceversa può incontrare resistenza (anche quando non si è fanboy/fangirl).
    Una cosa che aiuta molto è usare programmi multi piattaforma. Se per esempio ritrovi il tuo stesso browser, il tuo stesso programma di scrittura, di grafica e così via, ti senti subito già molto più “a casa”, ma questo dipende dall’utente. Io ho sempre cercato di usare software open e/o cross platform, così non ho finito col legarmi al software presente solo in un particolare SO.

    Infatti una seria resistenza viene proprio dal software. Potrebbe non esserci il software che sei abituato ad usare ed eventuali alternative potrebbero non soddisfarti. Wine mette un po’ una pezza, permettendo di usare software per Windows su Linux, perfino dei videogiochi. Ma ci sarà sempre quel gioco, quel dispositivo ecc. disponibile solo per Windows. Microsoft ha creato intorno a sé un notevole ecosistema. Fornisce ottimi tool di sviluppo, fa accordi… e qui c’è anche il cane che si morde la coda: gli utenti non usano il SO perché non c’è il software, chi produce software non fa un port perché è solo un 1%… e per di più ci sono complicazioni dovute alla frammentazione (qt? GTK?, pacchetto deb o rpm? Per ognuno di questi una versione 32 e 64 bit, poi in passato i vari ALSA, OSS, ESD, ecc hanno creato grattacapi e ancora adesso l’audio di Second Life su Linux è problematico, per esempio) o alle licenze. Opera è uno dei pochi sviluppatori non open che rilascia regolarmente anche per Linux, ma ha dovuto fare un po’ i salti mortali e alla fine ha fatto un gran lavoro per creare un interfaccia indipendente da GTK e qt, che si adatta da sola e sembrare nativa, anche se non ci riesce alla perfezione.

    Infine il sistema operativo poi deve essere conosciuto e deve avere un buon marketing. Le distro per desktop non sono quasi per niente pubblicizzate, pochi ne hanno sentito parlare e ancora meno sanno cosa sia realmente. Ci sono invece dei pregiudizi.

    Insomma puoi avere il SO più bello, più usabile ed efficiente del mondo (no, non è Linux), ma se oltre ad avere i suoi lati meno “ergonomici” da smussare, e devi anche installartelo da te, comunque con meno supporto hardware e con meno software (o non quello su cui hai fatto abitudine e hai imparato ad usare bene), e per di più resta sconosciuto ai più, come possono sperare che si diffonda?

    Io da anni uso quasi solo Linux su desktop, ma è evidente che ci sono diversi problemi alla sua diffusione.

    Tanto di cappello (rosso) a Red Hat, comunque.

  • # 2
    [D]
     scrive: 

    Vorrei un attimo proporre una discussione riguardo il mondo delle certificazioni dei prodotti enterprise quindi anche di red hat.
    Ogni tanto m’è capitato di finire sui siti di queste grosse compagnie e vedere che per la modifica cifra di una valanga di euro, vendono corsi di uso e relativa certificazione previo esame di aspetti particolarmente professionali dei loro prodotti. Fin qui andrebbe tutto bene se non fosse che questi corsi, anche se particolarmente intensi, hanno durate veramente ridicole: uno lungo può durare una settimana, ma si trova roba di mezza giornata a cifre oltre il migliaio di euro.
    Ciò che non riesco a capire essenzialmente è chi dovrebbe offrire invece dei corsi più basilari, a pagamento finchè si vuole ma basilari ed ovviamente seri (se voglio fare il corso non serio di linux, aspetto che si svegli la regione). L’impressione che ho attualmente è che uno si mette a smanettare a casa con RHEL scaricato dal mulo (o al limite centOS), poi un bel giorno spacca il porcellino, racatta 5000 euro e tenta la fortuna cercando alla fine il pezzo di carta.
    Mi pare ci sia qualcosa di sbagliato in tutto questo sia dal punto di vista della formazione che soprattutto da quello dell’esperienza perchè centOS a casa finchè vuoi ma non ti puoi creare in camera il super data center in grado di offrire anche solo una pallida simulazione di un’esperienza lavorativa reale, certificazione “super senior enterprise stica ultra infinita” sì piuttosto che no.

  • # 3
    Andrea Del Bene
     scrive: 

    La foto di Alan Cox potrebbe essere messa vicino a quella di Stallman e scriverci “trova le 10 piccole differenze” :D

  • # 4
    [D]
     scrive: 

    Evil Mode On

    ““trova le 10 piccole differenze””

    Detta così sembra che ti riferisca alle pulci HAR HAR HAR

    Evil Mode Off

    In realtà Alan Cox se lo mangia a colazione Stallman: fatti vs parole, non c’è storia

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