di  -  venerdì 10 febbraio 2012

Le tre “A” del DTP: Adobe, Apple ed Aldus

I Font vettoriali sono oggi parte integrante del nostro lavoro quotidiano e stentiamo ad immaginare di poterne fare a meno.

Tecnicamente un font vettoriale può essere definito come:

l’unione tra un insieme gerarchico di tabelle e di rappresentazioni di glifi. I caratteri possono essere ricavati su una base strutturata per carattere e corpo [point size, termine tipografico], che produce un’eccellente qualità su varie risoluzioni di schermo.”

Vettoriale vs. Bitmap (zoom)

Sia le piattaforme Mac che quelle Windows utilizzano i font TrueType, anche se gli standard a cui aderiscono possono essere diversi condizionandone l’utilizzo cross-platform. In sostanza la tecnologia TrueType si compone di due elementi chiave:

  • Il Rasterizer (che effettua il render)
  • I font veri e propri

Il “Rasterizer” utilizza le informazioni proprie del font (dimensione, colore, orientamento, ecc.) per creare la corrispettiva immagine bitmap da visualizzare sul display. Si tratta, in buona sostanza, di un interprete che combina i dati specifici dei font con la sua descrizione matematica, ottenendo un formato che può essere gestito dal sottosistema video del calcolatore.

Nel caso di font di alta qualità sono presenti anche gli hinting codes, necessari per garantire che il font ridimensionato (in piccolo) mantenga un corretto posizionamento nella griglia di appartenenza e sia quanto più leggibile e privo di sfocature.

Font con Hinting (righe 2 e 4) e senza Hinting (righe 1 e 3)

Ma dove e quanto nascono i font True Type? Per rispondere a questa domanda dobbiamo posizionarci, temporalmente, in un momento ben preciso: la  Seybold Desktop Publishing Conference  (San Francisco) di settembre del 1988, durate la quale i vari attori protagonisti della “rivoluzione” informatica si rendono conto che è ormai necessario offrire un sistema di font (scrittura) scalabile per andare incontro alle crescenti esigenze degli utenti. In particolare è necessario garantire la qualità di stampa per le nuove periferiche da 300dpi e risolver la gestione cross-platform dei font stessi.

Il problema è particolarmente sentito nel settore editoriale poiché costituisce un grande limite nella resa finale delle elaborazioni digitali e rendere difficile lo cambio di file tra utenti che utilizzare piattaforme eterogenee. La questione, inoltre, condiziona anche i software che permettono di operare in WYSIWYG ma che non riescono a visualizzare correttamente i font.

Ad onor del vero al problema esiste già una soluzione decisamente valida: si tratta di PostScript di Adobe, alla base del formato dei font Type 1. PostScript è in sintesi il linguaggio che descrive il font, pensato in modo specifico per incrementare notevolmente la qualità di stampa dei documenti.  Il linguaggio di Adobe permette di gestire un notevole numero di informazioni in modo che i font possano adattarsi ai diversi tipi di dispositivi. Ogni glifo (elemento di disegno minimale) viene descritto tramite le curve di Bezièr, quindi attraverso la matematica vettoriale, permettendo di manipolarne facilmente le dimensioni.

PostScript vs Bitmap

A questo punto facciamo un altro passo indietro e cerchiamo di capire dove nasce PostScript, fondamentale per la nascita di TrueType perché preso a modello (clonato). Siamo nel 1978 allo Xerox PARC (e dove se no?) e John Warnock diventa ricercatore dell’istituto dopo aver sviluppato Design System, antenato di PostScript, per la Evans & Sutherland Computer Corp.

Xerox intuisce l’importanza del lavoro di Warnock in relazione al suo core business (le periferiche di stampa) e affianca al neo-ricercatore Martin Newell  per implementarne una versione specifica per i propri sistemi: nasce così JaM (dalle iniziali dei due sviluppatori).

Ma Warnock è convinto che il proprio linguaggio possa andare al di la dell’applicazione interna a Xerox e con il supporto di Charles Geschke, allora suo superiore diretto, cerca di convincere la società a trasformare JaM in un prodotto commerciale. Secondo voi cosa risposero i lungimiranti vertici di Xerox? Picche, ovviamente, e come poteva essere altrimenti visto il disastro combinato con ALTO e STAR?

Così Warnock e Geschke, il 2 dicembre 1982, fondano Adobe, il cui nome deriva da quello del fiume Adobe Creek che scorreva dietro la casa di Warnock a Los Altos, in California. Il logo della società viene realizzato dalla moglie di John, Marva Warnock, designer di professione:

Marva, Charles e John durante la realizzazione del logo di Adobe

Il risultato del lavoro di Marva

Charles e John impiegano poco meno di due anni (1984) per lo sviluppo della terza versione di Design System che viene rinominato in PostScript. Il linguaggio è decisamente potente ma particolarmente avaro di risorse, tanto che le prime stampanti a supportarlo hanno un processore più potente di quello di cui sono dotati i calcolatori a cui vengono collegate. Nonostante ciò i vantaggi sono evidenti:

  • Indipendenza dalla periferica di stampante: basta che la stessa adotti PostScript per elaborare correttamente le informazioni inviate dal programma;
  • Indipendenza dal vendor: chiunque, acquistando la relativa licenza, poteva dotare la propria stampante dell’interprete PostScript;
  • Sintassi ben documentata, in modo da favorire lo sviluppo di software PostScript – compliant.

Le potenzialità ci sono tutte, manca a questo punto solo uno “sponsor” importante. E qui entra in gioco Steve Jobs che è in affannosa ricerca di un linguaggio per la nuova stampante professionale di Apple che affiancherà il Macintosh per trasformarlo in un sistema DTP (Desktop Publishing). Nel 1985 Apple investe 2.5 milioni di dollari in Adobe, pari al 15% del pacchetto azionario, e la LaserWriter viene dotata di uno specifico controller PostScript.

Steve Jobs, Charles Geschke e John Warnock nel 1985

La stampante (prodotta in realtà da Canon) riesce così ad avere una marcia in più rispetto alla diretta concorrente Laserjet di HP, e il prezzo di 7.000 dollari è tutto sommato più che giustificabile visti anche i costi decisamente più alti delle alternative professionali disponibili.

A questo punto abbiamo sia la tecnologia di stampa che il personal computer di riferimento, ma il software? Ebbene, Apple ed Adobe si rendono conto che la soluzione esiste già e risponde al nome di PageMaker, un programma di impaginazione per Mac realizzato dalla “piccola” Aldus di Paul Brainerd. Qui si apre una piccola parentesi italiana: in nome Aldus deriva da quello del tipografo ed editore italiano del ‘400 Aldo Manuzio.

Aldus PageMaker

Dalla loro unione nasce ufficialmente il Desktop Publishing (termine coniato da Brainerd), che catapulterà le tre aziende in una realtà assolutamente nuova, trasformandole in colossi dell’informatica.

Nel 1994 Adobe decide di acquisire Aldus, diventando la software house numero uno al mondo nel settore della grafica per DTP e, con l’acquisizione nel 2005 di Macromedia, anche per il Web. E’ doveroso sottolineare che Adobe non ha mai avuto alcuna intenzione di continuare lo sviluppo di PageMaker, avendo nel frattempo creato una propria soluzione, InDesing, che di fatto ora è l’unico sistema DTP integrato nella Creative Suite.

Siamo così giunti alla conclusione di questo primo articolo (primo di 3) dedicato ai font. L’appuntamento è per la prossima settimana.

14 Commenti »

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  • # 1
    banryu
     scrive: 

    Fantastico approfondimento, grazie!

  • # 2
    Roberto
     scrive: 

    Ciao,

    non me ne volere ma ci sono concetti espressi in modo non preciso:

    1) “I Font vettoriali sono oggi…”. Dipende da cosa intendi. I font vettoriali, erano (i bitmap sono ancora usati ma i primi non più) dai font attualment usati nella “informatica quotidiana”, cioè i truetype e gli opentype. I bitmap vengono usati nei menù non renderizzati in modo custom.

    2) La definizione che ne dai all’inizio non mi è chiara, è molto vaga dice tutto e nulla. Dove l’hai presa?

    3) L’ìimmagine vettoraile vs bitmap è fuorviarnte. La seconda è semplicemente uno zoom. Tutto i font usati nel testo quando vengono renderizzati finoscono per giocofoza ad essere una bitmap “su” di un monitor di pixels.

    4)”la tecnologia TrueType si compone di due elementi chiave…”. Sbagliato il primo punto. I truetype com’anche gli opentype sono un formato di file per i font, mentre ciò che tu chiami Rasterizer è un componente del sottositema grafico del s.o., GDI nel caso di windows. Ne consegue che ciò che tu chiami Rasterizer non fa parte della tecnologia truetype.

    5) “Il “Rasterizer” utilizza le informazioni proprie del font (dimensione, colore, orientamento, ecc.)”. Completamente sbagliato. Nel formato del file del font non esiste il concetto di dimensione colore etc etc. Non potrebbe essere così, altrimenti o avremmo file dei font giganteschi oppure una miriade di files per ciascun tipo di font (Arial ad esempio). Tutti gli “attributi” colore dimensione underlinesottolineatura ecc fanno parte del sottsistema grafico preposto a renderizzare il testo. Sono attributi che il programmatore può specificare per “istanziare” a partire dal file del font una particolare istanza, appunto, usata per renderizzare il testo.

    6) Anceh l’altra immagine è fuorviante. Quella di sx si vede a tempo di creazione del font dal font designer e non è legata in nessun modo al concetto di postscript. La seconda come al solito è uno zoom. In sostanza non dà nessun indice di paragone a fini del rendering del testo a partire dalle tecnologie di cui parli.

    7) Per il resto dell’articolo alcune cose le spaevo altre mi sono nuove.

    Ho scritto di getto, se hai qualche domanda non esitare. Spero
    ti aiuti.

  • # 3
    Felice Pescatore (Autore del post)
     scrive: 

    @Roberto
    Prima di tutto grazie per tutte le tue precisazioni, soprattutto visto che io non sono assolutamente un esperto di DTP e mi sono avventurato in un campo per me nuovo.

    Cerco di risponderti:
    1) Volevo solo dire che prima del PostScript sui personal erano presenti, fondamentalmente, font non scalabili.
    2) Sinceramente devo controllare tra le fonti utilizzate… ti farò sapere
    3) Giustissimo. Però se provo ad effettuare lo zoom di un font vettoriale con un programma che li gestisce, questo è in grado di scalarli. Con un font bitmap anche il programma ha ben poco da fare.
    4) Hmm… su questo non lo so: dalla ricerca effettuata emerge che sia la parte di definizione del formato che il suo “Rasterizer” vengono realizzati insieme perché solo le due facce della stessa medaglia. Nel caso del TrueType il sistema è inglobato di defualt in Windows perché scelto come formato standard, ma se uso Type1 ho bisogno di PostScript. Cmq. forse tutto sarà più chiaro con la seconda parte dove emergerà TrueImage… non vi anticipo nulla 
    5) Chiedo venia, qui forse ho cannato la cosa.
    6) Solo per evidenziare il discorso della qualistà (tipo 3)

    Se aggiungi qualche info relativo al punto 5 (ciò cosa contiene il formato) sicuramente mi dai un grande contributo.

    Grazie mille… e sorry per le imprecisioni, ma come sempre l’obiettivo è quello di raccontarne gli aneddoti “storici” anche se essere precisi su tutto è importante e grazie al vs. contributo riusciamo a migliorare il tutto.

  • # 4
    emac700
     scrive: 

    Un altro errore è quello della leadership di adobe, di fatto pagemaker alla fine degli anni 80 inizio anni 90 non era più il programma di riferimento per il desktop publishing, infatti nel frattempo nacque un certo QuarkXpress che per anni è stato leader indiscusso del settore.
    Adobe sviluppò per diversi anni pagemaker ma non riuscì per diverso tempo ad essere concorrenziale nei confronti di quark, Indesign nasce proprio per riprendersi il mercato del dtp.

  • # 5
    sisko212
     scrive: 

    Oè ragazzi, e dove lasciamo Xpress, se non ricordo male, uscì prima di windows e addirittura la versione per pc si portava dietro l’ambiente gem, tant’è che si dovevano avere i driver grafici specifici per il software (d’altronde accadeva anche per autocad e altri) :-D :-D

  • # 6
    Roberto
     scrive: 

    @ Felice,
    nessun problema figurati, neanche io sono un esperto dtp, non sapevo neanche cose fosse dtp.

    Avevo iniziato a scrivere il mio primo commento mano a mano che leggevo il tuo articolo ma poi ho notato che l’impronta che gli hai dato è prettamente storica per cui puoi semplicemente scartarlo. Troppo tecnico e non serve a nessuno.

    Rispondo solamente al punto 5 in quanto me l’hai chiesto esplicitamente:

    Io suddividerei i concetti. Il font fisico è il file del font, che contiene le specifiche tecniche relative ad un determinato font. Il font logico è ciò che il programmatore usa e la “struttura” viene fornita dal sottosistema grafico. Ovviamente io faccio riferimento a Windows ma probabilmente X o similari non si discostano molto.

    Perché il font fisico non può contenre tutti gli attributi che hai elencato?
    perché semplicemente sarebbe uno spreco enorme di risorse e anche inutile al fine di offrire un “tool” al programmatore, inuitle prché non puoi coprire tutti i casi (italic, bold, normal, underline aggiungici pure i ciolori, aggiungi pure i charset) le possibili permutazioni rasentano i gb di isntallazioni di windows.

    Cosa contienre il font fisico allora?
    non importa a nessun e non importa alla stragrande amggioranza della gente. Sono dettagli tecnico caratteristici di quel font, Arial piuttosto che Times New Roman, o Courier New etc etc. Tutta roba deprimente ma se sei curioso penso che nella sezione edi links in wikipoedia ci sia qualcosa che ti rimandi alle specifiche tecniche di Adobe/Apple/Microsoft Typography.
    Detto questo aggiungo, che semplificando ci sono dettagli tecnici “primitivi” che caratterizzano quel particolare font e che istruiscono il sottosistema grafico di windows a disegnare le glyph in quel modo piuttosto che in quell’altro e che ti fanno discernere un Lucida Sans Serif da un Tahoma.

    Come si fanno ad ottenere tutti quegli effetti grafici nel testo e che vedo a schermo? cioe’ colore, underline strikeout, italic etc etc.

    Semplice, ad un dato momento nel tuo programma tu dialoghi con il sottosistema grafico di windows e gli dici che vuoi usare per renderizzare il tuo testo il font Patonza San Serif (diepnde dai gusti) con questa dimensioni in punti (typography point size)con questo colore, con o senza italic, con o senza bold etc ect. A questo punto il sottosistema grafico prende il font fisico, prende gl iattributi che te gli hai specificato e crea il font logico che poi lui (il sottosistema graifco) userà per renderizzare il tuo testo.

    Lo so, fracamente è na roba pallosa, non intendevo la patonza.

    Altra piccola aggiunta storica: Bill come sempre iniziò in joint venture se non sbaglio con Adobe o forse Apple a creare cioà che sarbbe stato il true type ma poi a metà cammino abbandonò tutto e continuo’ per conto suo. Gli open type, l’ultimo in ordine storico, sono unìulteriore copia.
    La stessa cosa l’ha fatta con le OpenGL ma poi quando ha fiutato l’affare dei giochi s’e’ distaccata dal kronos ed ha creato DirectX. Ma cambiando l’handness però!!! altrimenti sarebbero state troppo uguali….ai posteri l’hard sentence…

    grazie cmq per l’articolo, continua così

  • # 7
    Giovanni
     scrive: 

    In effetti il discorso postscript contro true type è ben più interessante e pieno di implicazioni… vedi origine di windows. Con Apple, Macintosh, Next, Jobs …& co il discorso si fa ancora più interessante.
    Che Xerox abbia risposto “picche” non è proprio una questione di scarsa lungimiranza, lo xerox PARC è stato un gran laboratorio ma che le finalità delle ricerche non siano state direttamente sfruttate rientra anche in questioni “politiche”. Comunque Evans & Shuterland, nonostante poco noti al grande pubblico (non presente sugli scaffali dei supermercati), non è una entità di secondo ordine… almeno in termini di business e di importanza storica!
    Consocrdo sul fatto che lo scenario DTP alle sue origini era ben articolato: adobe rifà Pagemaker come Indesign solo per questioni commerciali, Xpress è sempre stato superiore in ambito professionale, ma Adobe ha sempre avuto mire monopolistiche di settore anche poco gradite perché spesso costruite sul marketing piuttosto che sulla qualità del prodotto (per quanto mi riguarda anche proprio Photoshop… che non è sempre stato proprio il miglior software di fotoritocco) così come quello che è il loro software principe: Illustrator! Senza contare infine il massacro di macromedia e Freehand in particolare…

    tratto tutto ciò nel mio:
    http://www.gbnetwork.it/retrocomputer/special.php?cont=indice&right=01&art=4

    e ricordo un buon RetroComputer con
    http://www.jurassicnews.com

    Argomento interessante caro Felice… Saluti e alla prossima

    ciao

  • # 8
    Felice Pescatore (Autore del post)
     scrive: 

    Grazie a Tutti per i vs contributi. Volevo solo precisare che non ho mai parlato di supremazia da parte di Adobe (Aldus) con PageMaker, solo che ha rappresentato un elemento fondamentale. @Roberto: nei prossimi due post correlati parlerò proprio dell’accordo tra Apple e Microsoft. @Giovanni: ottimo contributo

  • # 9
    Giovanni
     scrive: 

    grazie, speravo proprio che potesse essere interessante… ciao

  • # 10
    phabio76
     scrive: 

    @Giovanni
    Il tuo approfondimento sul DTP è veramente ben fatto. Complimenti!

  • # 11
    sisko212
     scrive: 

    Già… e poi come non ricordare, in ambito Windows 2.11, Corel Draw! (c’ò ancora la versione 1.2 da qualche parte)… all’epoca, dato che in Windows 2.11 (ma mi pare pure 3.0) non c’èrano i truetype, Corel aveva integrato nel Draw una gestione proprietaria dei font vettoriali… con il pacchetto ti fornivano anche un centinaio di font, e all’epoca, quando ancora circolavano le linotype (una specie di macchina da scrivere elettronica, che fotografava i caratteri su supporto fotografico) era un vero e proprio capitale…. allora io, che ero poco meno di “garzone” appena uscito dalle scuole, vidi una generazione di linotypisti e fotolitisti, sparire… il dtp, almeno nel settore, sconvolse la vita di tutti… Ricordo ancora che gli scanner a tamburo in uso nelle fotolito, erano dei mastodonti, di nome Hell, Crossfield, etc. e arrivavano a costare anche 1 miliardo di lire, e quando arrivarono gli scanner portatili, pur non potendo competere in qualità, comunque portarono via quel buon 50% del lavoro che appunto non necessitava di quel livello.
    Che tempi gli anni ’80-’90…. è proprio vero… sono diventato vecchio.

  • # 12
    Daniele
     scrive: 

    Maledette curve di Bezièr, quanto le ho odiate -.-‘

  • # 13
    Giovanni
     scrive: 

    Sulla storia di Pagemaker posso dire di avere iniziato con la versione 1.2; la versione 3 dovette aspettare l’uscita di Windows 95 (se ricordo bene) per poter essere commercializzata (così un addetto mi disse allo Smau dell’epoca).
    Sulla questione di come Adobe trattò Pagemaker quando acquisì la Aldus c’era in commercio la versione 6.5 che era in concorrenza (si fa per dire) con Quark XPress nel settore dell’impaginazione professionale; con l’uscita di Indesign venne fatta la versione 7.0 di Pagemaker e venne destinata a un uso da ufficio o casalingo e da allora non vennero più rilasciate nuove versioni.

    Da notare che molte delle font postscript di Adobe dell’epoca continuano a essere usate ancora adesso nonostante i tanti anni passati e continuano anche a funzionare.

    Ciao.

  • # 14
    samslaves
     scrive: 

    Che dire, Jobs non e’ stato sicuramente un inventore ma un gran catalizzatore di tecnologie che lasciate a se stessa avrebbero detto/fatto ben poco ma che inglobate nelle sue ‘visioni’ hanno dato molto alla storia di tutti noi e dell’informatica moderna: il totale maggiore della somma delle parti.

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