di  -  lunedì 26 maggio 2008

timeRecentemente sul suo blog Simone Brunozzi ha raccontato la sua storia di successo, ovvero come è riuscito ad andare a lavorare per Amazon lasciando un posto “da sogno” per molti Italiani: un contratto a tempo indeterminato presso una p.a.

Non voglio ripetere quanto scritto da Simone sul suo blog e tradotto su Punto Informatico , cui vi rimando, piuttosto colgo l’occasione per sviluppare un paio di riflessioni che “frullano” nella mia testa da qualche tempo.

Va subito premesso che scappare dall’Italia non è obbligatorio e non è neppure consigliabile per tutti. Lo consiglio a chi è molto ambizioso, sa confrontarsi con i migliori e ha tanta voglia di lavorare/imparare, mentre è molto poco adatto a chi tende ad accontentarsi e vede il lavoro solo come uno mezzo per procurarsi i soldi e arrivare alla fine del mese.

Detto questo mi riconosco perfettamente nelle parole di Simone quando riporta che all’estero, soprattutto in certi Paesi, ci si confronta con i migliori e questo rende le cose molto difficili per noi Italiani.Vivendo e lavorando in Italia, anche “il migliore” avrà grosse difficoltà a relazionarsi “alla pari” quando parlerà con i guru di altri Paesi, perchè essendo il nostro un Paese tecnologicamente e culturalmente arretrato non dà gli stimoli che si ricevono vivendo altrove.

Certo, ci si può informare e tenere aggiornati anche da qua leggendo e seguendo contenuti di qualità, ma è indubbio che vivere a Londra o nella Silicon Valley vuol dire esporsi per almeno 12 ore al giorno ad una miriade di input positivi, stimoli alla nostra creatività. Insomma: chi da noi è tra i migliori, all’estero rischia di trovarsi tra i “normali”.

A ciò si aggiungono i problemi di visto che gli Stati Uniti concedono col contagocce (e quasi tutti alle grandi società), volendo proteggere i laureati statunitensi, ed altre difficoltà burocratiche che rendono la “fuga di cervelli” tutt’altro che semplice da realizzare nella pratica, anche se si opta per Paesi più vicini (e senza problemi di visto) come il Regno Unito.

Avendo avuto la fortuna di visitare, per piacere e lavoro, vari Paesi ritengo che la soluzione migliore per chi vuole tentare fortuna altrove, sia quella di iniziare ad operare, seppur in piccolo, qui in Italia, sviluppando e costruendo un’idea, farsi le ossa e solo dopo questa iniziale fase tentare “il grande salto” verso habitat più idonei: “Act locally, think globally ”.

Poi ci sono coloro i quali desiderano cambiare le cose stando qui nonostante tutto e tutti remino contro le tue idee, la tua voglia di fare e la tua impresa, che io definisco con ammirazione e rispetto: martiri. Però al martirio, come alla santità, non tutti siamo chiamati. Chi non sente la chiamata, prepari le valigie.

Postilla: Mi piace inoltre notare che l’avventura di Simone ha inizio in Second Life, è infatti all’interno del metaverso che incontra una responsabile del reparto risorse umane di Amazon. Lungi da me far assurgere Second Life a “strumento di collocamento”, ma è bello poter dimostrare che Second Life è davvero tutto tranne che virtuale.

4 Commenti »

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  • # 1
    Paolo Ferretti
     scrive: 

    Non posso che concordare con quello che hai scritto. Simone è una mente audace e creativa e spero che trovi sfogo negli Stati Uniti. E’ un peccato che persone così valide debbano andare all’estero per realizzarsi.
    In Italia vince la mediocrità: meno sai fare e più hai successo. Ci stiamo scavando la fossa da soli.

  • # 2
    Manuele
     scrive: 

    Secondo me di gente con le OO ce n’è anche qui e mi sembra di intravedere un taglio nell’articolo del tipo “se non vai all’estero non sei nessuno”. Potrei citare le innumerevoli imprese italiane che danno filo da torcere sul versante della qualità del prodotto a molte imprese ( ultinazionali) estere.

    Non ho letto il blog di Simone Brunozzi, quindi non ho ben capito il settore (Amazon?) a cui fa riferimento, tuttavia il fatto che sia stato reclutato su Second Life secondo me non è tutta questa bellissima cosa, anzi.

    Concludo dicendo che se un’idea non trova terreno fertile in un paese i motivi sono molti, il più delle volte di tipo logistico/tecnico, meno volte di tipo “mentale”, ed è naturale che per certe cose “il miraggio americano” resta la migliore aspettativa lavorativa… però vorrei vedere avviare una fonderia di silicio in italia, o un atelier di moda in USA, o un vitigno di qualità in giappone o un industria alimentare in Africa deserta.

    Pensiamo a lavorare per imparare e crescere professionalemente anche in Italia, piuttosto che sbavare verso chi, beato lui, ha avuto un’idea geniale e folgorante che l’ha reso ricco.

    Tutto sempre IMHO

  • # 3
    Walter Aprile
     scrive: 

    C’è poi da aggiungere che non ci sono solo gli Stati Uniti dove andare: l’Europa offre molte possibilità interessanti nei settori dell’alta tecnologia, sia nella ricerca sia nell’industria. A volte bastano poco più di mille chilometri per fare una differenza pazzesca.

    Ovviamente bisogna superare la barriera culturale e rendersi conto che se, putacaso, uno è di Firenze, dal punto di vista della distanza lavorare a Milano o lavorare ad Amsterdam è praticamente lo stesso: il viaggio costa uguale e ci si mette lo stesso tempo.

  • # 4
    Francesco Federico (Autore del post)
     scrive: 

    @Manuele Ti invito ad una più attenta lettura del post. Innanzitutto ho detto in modo chiaro e senza doppie letture che rispetto ed ammiro chi, come giustamente noti tu, resta qui e fa impresa di successo qui (in modo lecito e trasparente).

    In secondo luogo sottolineo che non è stato “reclutato” in Second Life, bensì all’interno del Metaverso ha avuto il primo contatto con Amazon, noto sito di e-commerce (e nons olo) leader di settore, poi sviluppato in lunghi e ripetuti colloqui.

    La storia di Simone è la storia di una persona ambiziosa e determinata, non quella del genio che ha avuto l’idea geniale e ce l’ha fatta. Per questo è molto interessante.

    @Walter Aprile Concordo pienamente, nel nostro settore Londra è una città vicina e ricchissima di opportunità.

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