di  -  giovedì 15 dicembre 2011

Chi legge queste pagine e in particolare segue la rubrica semisegreta intitolata al tarlo, conosce l’attenzione che dedichiamo al tema dell’attendibilità dell’informazione ai tempi del web.

Come abbiamo ripetuto fino alla noia, mentre il web ingloba e sostituisce il quadro mediatico tradizionale, i paradigmi fondamentali che hanno retto il giornalismo professionale per qualche secolo stanno crollando, sostituiti da modelli molto meno tracciabili, il cui fondamento filosofico è interamente poggiato sulla supposta capacità dell’utente finale di riassumere le funzioni di selezione e comprensione dei fatti tipiche della nozione classica del giornalismo.

Risultato di aver eletto a pilastro della transizione una teoria non preventivamente verificata, è che dopo più di tre lustri di Web e una decina d’anni di “Web 2.0″, il problema della tracciabilità delle informazioni è quantomai concreto. Dalla pura e semplice disinformazione, fondata su una conoscenza parziale e orientata ideologicamente dei problemi affrontati, all’interesse economico del blogger che scioglie ditirambi sul gadget che gli è stato dato in omaggio, al lettore tocca ogni giorno navigare fra montagne di informazione-spazzatura, o piuttosto arrendersi all’imperscrutabile logica di un motore di ricerca.

Timu – è questo il nome dell’iniziativa di cui parliamo – tenta di tamponare il problema della credibilità dell’informazione sul Web, proponendo una metodologia basata su quattro criteri: accuratezza, imparzialità, indipendenza e legalità.

L’adesione è ovviamente volontaria e il progetto propone una serie di incentivi alla partecipazione tra cui, ovviamente, la visibilità, anche presso i media tradizionali.

Alle molte buone intenzioni propugnate dal progetto e dalla fondazione che gli sta alle spalle, corrisponde una apparente congenita mancanza di efficacia nell’esecuzione dei principi dichiarati: non esistono organismi preposti al filtraggio e controllo qualitativo dei contenuti.

In altre parole non c’è un direttore responsabile, ossia qualcuno – oltre all’autore – che si assuma la responsabilità, davanti al lettore e alla legge, di sottoscrivere l’aderenza del pezzo ai quattro principi enunciati. Il punto della FAQ intitolato “qualcuno controlla i miei contenuti” recita infatti:

No. Non c’è nessuna attività di filtro o controllo da parte di <ahref. Se hai scelto di condividere il metodo che ti proponiamo non ce n’è la necessità. <ahref interviene solo nel caso in cui siano segnalate da terzi sui tuoi contenuti violazioni di legge e lo principalmente a tua tutela. Ma anche in questo caso la prima valutazione che verrà fatta da parte nostra per decidere come agire sarà quella di verificare se hai applicato correttamente i termini del patto per la informazione di qualità che ti sei impegnato a condividere  e a migliorare  insieme a noi.

Al di fuori delle generiche rassicurazioni previste nel paragrafo menzionato, non esistono fra i principi fondamentali dello statuto, menzioni esplicite circa forme di copertura legale per gli autori dei contenuti ospitati.

Concludendo, mi pare che l’iniziativa vada nella direzione giusta quando promuove un miglioramento dei processi alla base del giornalismo partecipativo, ma inevitabilmente erediti i limiti strutturali di questo modello.

L’idea di fungere da ponte fra il citizen journalism e i mass media è poi interessante, ma meriterebbero un chiarimento le modalità, con particolare riferimento alla tutela legale: in un’economia dominata da lobbies con schiere di avvocati a libro paga, l’informazione per rimanere libera ha bisogno di soldi più che di buone intenzioni.

10 Commenti »

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  • # 1
    phabio76
     scrive: 

    Verrebe da dire “iniziativa lodevole bla bla bla…” ma se vogliamo fare un’analisi più attenta e consapevole delle dinamiche della rete e delle forze in gioco, beh, francamente, sembra più un furbo tentativo per “sfruttare” il problema e sperare in un qualche ritorno.
    Come non penso che la soluzione alla qualità dei contenuti sia quella di far scrivere articoli a persone iscritte all’albo (dei giornalisti ? ma va…) o appartenenti a qualche casta.
    O piuttosto far certificare il sito da Audiweb.
    Insomma c’è già fin troppa gente che mangia alle spalle altrui, non alimentiamo questo circolo vizioso.

  • # 2
    Flare
     scrive: 

    Il problema esiste, ma non solo per il web.
    “accuratezza, imparzialità, indipendenza e legalità.”
    I mass media tradizionali sono notoriamente soliti ad essere inaccurati, di parte, non indipendenti e tendenti al sensazionalismo. Si salvano pochi giornalisti.
    In quanto alla legalità, dove non esistono leggi specifiche per il Web, ma zone grigie, interpretazioni e adattamenti discutibili o che non sono validi internazionalmente, in alcune cose è difficile stabilire esattamente cosa sia legale e cosa no. Quello che intendono loro comunque è generalmente condivisibile (privacy, tutela dei minori, protezione delle fonti, diritti personali e libertà fondamentali).

  • # 3
    Alfio T.
     scrive: 

    Sinceramente ritengo che lo stesso pagerank sia una sorta di Bollino Blu. Stabilito da un solo soggetto però!

  • # 4
    Smoke.kills
     scrive: 

    Hai scritto proprio bene Alessio, scusami se ti do del tu, il problema sono proprio i soldi. E’ inutile girare attorno al problema ,finché l’informazione sarà finanziata da chi detiene il potere, per forza di cose sarà di parte e quindi disinformazione, questa è una realtà assodata ed inconfutabile. Premesso questo, purtroppo è il lettore che sceglie dove e quando informarsi,e dopo aver scelto il gossip alla cronaca ora sceglie i contenuti gratuiti, da tempo i giornalisti hanno venduto la propria deontologia per sopravvivere come del resto tutte le altre categorie professionali, quindi perché pagare, per cosa? Per delle informazioni mendaci? A questo punto immondizia per immondizia meglio quella che costa meno. È questo il concetto che permea le menti della massa ,e ahimè non è una realtà solo italiana. Quindi ben vengano iniziative come quelle del TIMU atte a ripristinare l’autorevolezza giornalistica, anzi bisognerebbe profondere maggiori sforzi in tal senso, rendendo la categoria giornalistica scevra da ogni influenza esterna, obbligandola a finanziarsi esclusivamente con i ricavi derivati dall’informazione venduta,e non come avviene adesso, e cioè tenuta in vita dalle varie S.p.A mondiali gestite dai soliti noti, in quanto oramai più che testate giornalistiche sono diventate delle mere agenzie pubblicitarie. Onestamente poi a me fanno paura i contenuti gratuiti, sarà forse perché in vita mia nessuno mi ha mai regalato nulla, di certo so che se un domani verrà a mancare la categoria dei giornalisti che attualmente “media” l’informazione,questa verrà elargita ancora più ad hoc dai potenti e dalle multinazionali di turno. Secondo me quello che oggi è gratuito domani lo pagheremo caro e salato. Gatekeeping, impossibilità di esprimersi pena multe salatissime o procedimenti penali, tutti belli schedati, felici e blindati su facebook.

  • # 5
    pleg
     scrive: 

    > finché l’informazione sarà finanziata da chi detiene il potere,
    > per forza di cose sarà di parte e quindi disinformazione,
    > questa è una realtà assodata ed inconfutabile.

    Altro che se e’ confutabile! C’e’ un sacco di disinformazione fatta da gente che di potere non ne ha neanche un po’ :D

  • # 6
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    In effetti se il problema del quadro mediatico tradizionale era quello dell’informazione eterodiretta, con precise finalità politiche, oggi la sovversione del paradigma produttore-fruitore di notizie ha sconvolto lo scenario.
    È chiaro che poi l’eterodirezione a fini politici rimane la più pericolosa e continua ad avvenire – con strumenti più sottili e per questo più pericolosi – anche nel ventunesimo secolo.
    La disinformazione dei grandi numeri, quella a costo zero, propugnata dai molti seguaci dei complottisti di professione, è anzi spesso nient’altro che un’articolazione di questo “Black Game” per citare un libro molto illuminante sul tema.

  • # 7
    Smoke.kills
     scrive: 

    @pleg

    hai ragione ^^ però guarda caso l’oggetto di questa disinformazione coincide quasi sempre con una volontà politica oppure commerciale :)
    però bisogna distinguere il canale trasmissivo, la sua autorevolezza e la sua cassa di risonanza, sta di fatto che senza fondi è quasi impossibile accedere all’informazione e divulgarla, al limite si può riportare cose già scritte e dette,oppure tramite ragionamenti deduttivi si possono dare opinioni in merito, ma sono una cosa differente, di certo io non ho le capacità di andare in Cina o in Iran, non ho la possibilità di comprare determinate cose e di recensirle ecc ecc, l’unica cosa che posso fare è venire qui e divulgare la mia opinione che sicuramente sarà creata anch’essa da svariate disinformazioni,
    però sono qui per metterla in discussione :)
    Non lo so,in effetti quanto il giornalismo “partecipativo” possa portare benefici all’informazione, però non si può neanche discriminare un’iniziativa a priori, di certo se si rispetterà il buon presupposto di obbligare a citare la fonte come il TIMU promette, si potrà iniziare a parlare di meritocrazia ti pare? quando è in gioco la credibilità di un professionista,sicuramente ratificherà tempestivamente la sua posizione portando delle prove a suo sostegno o stimolerà altri a cercarle, insomma sempre meglio di un ipse dixit suvvia.

  • # 8
    banryu
     scrive: 

    @Alessio Di Domizio: ciao, le riflessioni e perplessità esposte nel tuo articolo sono interessanti, per caso hai pensato di manifestarle direttamente anche al Timu?

  • # 9
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    @ banryu
    Credo che

  • # 10
    Nicola
     scrive: 

    Hai colto nel segno. Ok faccaimoci controllare, ma chi mi garantisce che il garante sia attendibile?:)

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