di  -  giovedì 1 settembre 2011

Nelle università italiane è quasi un luogo comune: l’istruzione, in Italia, è la migliore. I ricercatori italiani, tutti figli di Fermi, sono i migliori. Per quanto fondate queste affermazioni siano, la musica sta cominciando a cambiare, e non di poco.

Da qualche giorno un articolo uscito sul quotidiano La Repubblica sta facendo il giro di ricercatori italiani in patria e all’estero. L’articolo in questione descrive uno studio fatto dall’economista italiana Cinzia Daraio e dal ricercatore olandese Henk Moed. Questo studio è stato interpretato da molti (e sicuramente da me) come un segnale d’allarme, un’analisi che ci mette di fronte al conto che dobbiamo pagare dopo quasi 30 anni di tagli di fondi, mala gestione e mancanza di supporto.

A partire dagli anni 80 la produzione scientifica (e umanistica, lo studio si riferisce a tutta la ricerca) italiana  è, come si suol dire, partita per la tangente, passando da 9721 pubblicazioni nel 1980 fino al boom di 52496 articoli nel 2008. Tutto bene, quindi. In realtà questo risultato è stato ottenuto con il sudore della fronte di moltissimi ricercatori che hanno lavorato nonostante le condizioni lavorative a dir poco sfavorevoli. Chi fa ricerca, in genere, lo fa per passione, non per diventare ricco o famoso (se lo fa, temo abbia sbagliato tutto), quindi difficilmente si fa scoraggiare da un salario poco competitivo o da orari di lavoro molto pesanti. In tutti i campi, però, gli eroi sono rari, e alla lunga questa situazione si paga. Ecco infatti il risultato dell’analisi. Nel 2009 (ultimo anno di cui i dati sono a disposizione) la produzione è per la prima volta dopo 30 anni diminuita, passando a circa 40mila pubblicazioni. Una fluttuazione statistica? Forse. Però secondo me quasto numero va interpretato non solo come indice di produttività, ma va visto nella sua chiave sociale. Perché ci sono meno pubblicazioni?

Il lavoro, pubblicamente accessibile a questo sito, affronta il problema in modo complesso e variegato.

Innanzi tutto bisogna capire perché questo è un problema. In tempo di crisi chiudono tante aziende, perché non può chiudere l’Università? Il problema è che la soluzione alla crisi, la chiave dell’innovazione sociale ed economica di un paese risiede esattamente nelle Università, ed è solo investendo nella ricerca che si può risollverare un Paese. Non sono parole al vento: è provato che la diffusione della cultura e della conoscenza aumentano la consapevolezza dei cittadini e la loro qualità di vita, oltre che a spingere l’economia con l’introduzione di nuove metodologie tecniche e scientifiche e con la nascita di nuove aziende e fabbriche. Nel momento in cui un paese è in crisi, quindi, quando manca lavoro, quando i giovani sono depressi e rassegnati, quando il livello sociale e culturale medio si sta abbassando è il momento giusto, per lo Stato, per investire nella ricerca, per finanziare l’Università e per agevolare i privati che vogliono investire nella ricerca e sviluppo. Non il contrario.

Di fronte alla riforma dell’Università dell’anno scorso, come tutte le riforme del mistero dell’Istruzione a cui ho assistito durante la mia vita (quindi fatte da ministri di tutti i colori), la reazione è sempre la stessa:  da un lato chi paga dice che non vuole più pagare, perché i soldi sono investiti male, ci sono troppi baroni, l’Università va riformata ed è inutile investire prima di riformare. Dall’altro gli universitari sostengono che è impossibile riformare senza fondi. Tagliare i finanziamenti non sprona a migliorare, ma congela la situazione attuale, se non la fa peggiorare. D’altro canto pensiamo al nuovo concetto di ricercatore introdotto dalla riforma. Prima il ricercatore era il primo gradino della carriera universitaria, una figura introduttiva, senza obbligo di insegnamento, dedicata puramente alla ricerca. Quello che succedeva è che i professori ordinari non insegnavano più e delegavano ai ricercatori. Gli associati quasi non esistenvano più, merce rara da mettere in uno zoo, mentre i ricercatori tenevano su la baracca quasi a vita, senza prospettive di migliorare la propria carriera. Bene, la riforma dice che il ricercatore ora è un contratto a tempo determinato, non rinnovabile. Si può essere ricercatori di tipo A, cioè si viene assunti per 3 anni con un’unica possibile estensione di altri 2 anni. Dopo 5 anni si può diventare ricercatori di tipo B, per altri 3 anni.

Dopodiché, basta. Buona idea? Secondo me si. 8 anni, dopo dottorato, postdoc e via dicendo sono più che sufficienti. A quel punto uno ha ormai 40 anni o giù di lì, ed è giusto che diventi professore, associato, ordinario e via dicendo, assumento ruoli sempre più organizzativi e manageriali. È normale, naturale e il sistema più efficiente di sfruttare le capacità di una persona. Piccolo problema: non ci sono soldi per assumere come professori tutti questi ricercatori (non che sia facile avere questi contratti, ma va bene così). Quindi, dopo 3 anni di dottorato, dai 2 ai 5 anni di post-doc, 8 anni da ricercatore uno cosa fa? Non chiedetelo a me.

Quando si fanno le riforme, quindi è necessario avere le spalle coperte, altrimenti si rischia solo di peggiorare le cose.

Che impatto ha questo sulla ricerca? La ricerca scientifica, ma non solo scientifica, è uno degli esempi più lampanti di globalizzazione. Ormai è fondamentalmente impossibile fare un lavoro scientifico di valore senza contatti internazionale. Le collaborazioni sono sempre più numerose e sempre più internazionali, è sempre più necessario viaggiare e avere scambi di idee e di persone con le altre nazioni. Risultato difficile da ottenere quando il gruppo di ricercatori italiani non ha soldi per pagare aereo e hotel per tutti in un altro stato. Quando alle riunioni internazionali andiamo a pranzo, è normale vedere ricercatori e professori italiani fare impazzire il cameriere di turno per avere lo scontrino nella forma in cui viene accettato dall’Università per il rimborso.

Per non parlare del fatto che per un’Università lavorare su un esperimento internazionale non è gratuito. Se voglio far parte di un esperimento del Cern, per esempio, devo versare una quota “di iscrizione”, una quota necessaria, se si vuole avere il proprio nome sugli articoli pubblicati. Questo per finanziare le infrastrutture messe a disposizione. Più che il numero di pubblicazioni è da notare quanto i singoli istituti in Italia abbiano ridotto le loro collaborazioni internazionali. La cosa da notare è che questo non vale per i singoli ricercatori. I singoli ricercatori italiani hanno una qualità media della propria produzione scientifica molto alta. Il problema risiede quindi nelle infrastrutture offerte alla ricerca. Ricordiamo infatti che i fondi che l’Italia mette a disposizione per la ricerca sono i più bassi d’Europa. Ma il vero record (in negativo) sono gli investimenti dei privati nella ricerca. Quasi più bassi degli investimenti pubblici.

Da un lato la situazione non sembra così nera. Nonostante la drammaticità dei tagli di fondi e lo scarso interesse della società nei confronti della ricerca, la produzione e la competitività scientifica italiana si è dimostrata al top delle classifiche negli ultimi 30 anni. Un piccolo recesso negli ultimi anni non è forse così spaventoso. Per me, invece, lo è, perché temo che sia soltano la punta dell’iceberg. L’ambiente della ricerca non è un piccolo paradiso in cui tutti si vogliono bene e fanno il loro lavoro solo per la gioia di farlo. È un ambiente molto competitivo, in cui chi ottiene i fondi per portare avanti il proprio progetto vince.

Chi assume le persone migliori vince. Gli altri, restano indietro. È difficile oggigiorno per l’Italia attirare scienziati stranieri: soprattutto per gli stipendi poco competitivi, ma anche per la scarsa diffusione dell’inglese e la diminuizione di contatti internazionali. È anche difficile per un professore ottenere un finanziamento europeo per un progetto: i criteri sono severi, e l’istuto più ricco e più internazionale avrà sempre maggiori possibilità di vincere. Si rischia quindi di finire in un circolo vizioso, che potrebbe far degenerare le cose. Finora la ricerca in Italia si è basata sulla volontà e la passione di quelle persone che hanno continuato a lavorare e dare il massimo in condizioni molto sfavorevoli. Finora è andato bene. Ma credo sia difficile che questo possa durare per sempre.

49 Commenti »

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  • # 1
    [D]
     scrive: 

    “Quando si fanno le riforme, quindi è necessario avere le spalle coperte, altrimenti si rischia solo di peggiorare le cose.”

    Tradotto in politichese: “Si continua a mangiare 25K al mese + auto blu + benefit ? Se sì, allora va tutto bene anche se il paese va in malora”

    Del resto gliela vogliamo valutare quella benedetta laurea tanto sudata alla Berchley ?

  • # 2
    Alessio
     scrive: 

    Citazioni:

    1) Chi fa ricerca, in genere, lo fa per passione, non per diventare ricco o famoso.

    2) è sempre più necessario viaggiare e avere scambi di idee e di persone con le altre nazioni

    3) I singoli ricercatori italiani hanno una qualità media della propria produzione scientifica molto alta

    4) il gruppo di ricercatori italiani non ha soldi per pagare aereo e hotel per tutti in un altro stato

    Risposte:
    1) Boh, tutti mi dicono che devo farlo, che devo andare avanti, scrivi pubblica diffondi… ma non mi chiedono come arrivo a metà ehm… fine mese.

    2) Tanto che spero prima o poi di rimenerci all’estero (ma prima ci devo andare).

    3) Vero! e sono dei teorici pazzeschi.

    4) Ultima mia esperienza: Un mio poster, mia ricerca, mio primo nome va ad un convegno internazionale. Perchè non vado? Perchè non ho fondi per pagarlo ed io non ho soldi per andarci di mio (vedi punto 1).

    Per adesso finisco il Ph.D mentre faccio altro per vivere…

  • # 3
    Giove
     scrive: 

    Credo anch’io che il calo delle pubblicazioni non sia una fluttuazione statistica, ma il segnale che l’intero edificio della ricerca in Italia sta mostrando le sue crepe. L’elevato numero di pubblicazioni fino ad ora è stato mantenuto principalmente grazie allo sfruttamento del lavoro intellettuale precario, e, qualche volta ma non sempre, grazie all’alto profilo delle nostre menti. Va da sé che si tratta comunque di espedienti all’interno di un sistema ricerca che è debole da molti punti di vista. Se non si costruisce un edificio solido per la ricerca non si arriva molto lontano.

  • # 4
    florian
     scrive: 

    La scuola italiana ha un problema secondo me (è un problema per gli altri?): è sbilanciatissima sulle materie umanistiche. Essendo cosi, non si mette mai in primo piano la ricerca scientifica.
    A questa aggiungi la corruzione e lo status quo dei baroni.

  • # 5
    Massimo M
     scrive: 

    Io vorrei parlare di R&D all’interno di aziende, visto che sono in ing elettronico ed ho lavorato, finchè ho potuto in questo reparto.
    Un’azienda che possa permettersi il magro stipendio di un ingegnere come me (diciamo 50.000 euro ma ne prendo il 20% in meno) deve avere alemno un 40 di dipendenti e relativo fatturato per mantenerli ed investire. Siccome poi un ing non basta (troppo complesse le cose per un tuttologo: ci vogliono più esperti!) arriviamo a medie iprese, diciamo sopra i 300 dipendenti. E siccome la forza economica dell’Italia è la piccola e media impresa ecco che non ci sono abbastanza posti per tutti gli ingegneri che – come me – cercano di sbarcare il lunario. L’azienda deve inevstire una cifra … diciamo 500k euro per vedere (forse) i risultati tra 3-4 anni, e viste le crisi internaz non sempre riesce e non per demerito.
    QUindi non si investe, quei soldi li si mangia diversmaente, tipicamente rivendendo un prodotto sviluppato all’estero (chi ha detto Germania?) ed il ricavo è certo, immediato e molto più sicuro. Alla fine siamo solo dei terzisti, con buona pace dellementi degli sviluppi e degli atenei, tutti, che hanno una qualità eccelsa (io sono stato apprezzato per la mia preparazione in Gwermania e Svizzera p.es.).
    Così ci si continuerà a chiedere perchè qui in Italia il marcketing guadagna bene (troppo) mentre in Germania gli stipendi sono DOPPI (fonte: Report) e li non c’è un Marchionne che forza il contratto nazionale perchè la Cina è vicina. In Germania è più lontana!
    P.S.: Dopo 20 anni di esperienza ed il licenziamento dall’azienda precedente (ed un anno di disoccupazione) ecco cosa mi si offre: 1.300/mese. E devo essere contento di avere un lavoro!
    Viva l’Italia.

  • # 6
    [D]
     scrive: 

    La scuola italiana ha un problema secondo me (è un problema per gli altri?): è sbilanciatissima sulle materie umanistiche”

    E’ tutta politica. Se la scuola fosse sbilanciata sulle materie scientifiche la gente, cresciuta a pane e logica quindi conscia dei legami che legano tutto ciò che la circonda sarebbe già scesa in piazza ed avrebbe spazzato via tutto.

  • # 7
    samslaves
     scrive: 

    Quoto in toto [florian]

    >
    La scuola italiana ha un problema secondo me (è un problema per gli altri?): è sbilanciatissima sulle materie umanistiche. Essendo cosi, non si mette mai in primo piano la ricerca scientifica.
    A questa aggiungi la corruzione e lo status quo dei baroni.
    <

    Ci sono ancora e sono amici/collusi ai politici hanno rovinato l'Università italiana. Le cosiddette 'menti' se ne sono andate, nella maggior parte dei casi, a causa delle cosiddette 'baronie': il vero cancro dell'Università italiana negli ultii 30 anni (e continua tutt'ora).
    Questi baroni hanno scialaquato i soldi pubblici per i propri fini e quello che rimaneva affidando ricerche ai propri protetti, di solito non all'altezza; per questo i meritevoli se ne sono andati 'altrove'.

    Ora siamo qui a lamentarci e magari molti di coloro che si lamentano sono proprio i baroni, i loro protetti o ex protetti (che ora sono i nuovi baroni o dirigenti o politici).

    La classe politica, con le sue enormi colpe e collusioni, che può dire ora? Si salva il sedere tagliando i fondi: "quando c'erano li avete usati male, ora ce ne sono pochi. Per evitare di fare la stessa fine ve ne diamo di meno". Un poco come avviene con i fondi europei destinati al sud italia: "li spendete male o non li spendete, allora ve li togliamo".

  • # 8
    RickTheSnake
     scrive: 

    perdonate la franchezza di linguaggio ma additare il presunto sbilanciamento delle materie come il principale difetto della scuola (assumo si parli delle medie superiori), ovvero la prevalenza delle materie umanistiche, mi sembra un’argomentazione che sfiora il ridicolo. Tralasciando i discorsi di carattere accademico (per parte mia affermare che letteratura e filosofia non “svegliano fuori” la gente quanto la matematica è un’argomentazione altamente discutibile)parliamo piuttosto dell’estrema malagestione degli istituti, messi in mano spesso a presidi del tutto incapaci di gestire un’organizzazione complessa. Parliamo degli enormi problemi sul fronte assunzioni e formazione che costringono un aspirante insegnante a condannarsi ad una vita precaria, vissuta di supplenza in supplenza, in continua lotta con la dirigenza anche solo per farsi pagare una miseria del tutto comparabile a quella che viene corrisposta ai ricercatori, dopo aver preso certificazioni su certificazioni per ottenere l’abilitazione e aver scalato interminabili graduatorie che favoriscono l’anzianità sopra il merito. Parliamo di come tutto questo influisca sulla validità dell’insegnamento di base, oltre ai programmi scolastici del tutto inadeguati, così inadeguati che sembrano quasi pensati apposta.

    E non cominciamo nemmeno ad intaccare l’enorme problema sociale generato dagli ultimi vent’anni di sistematica demolizione culturale, ovvero dei genitori che da un lato rinunciano ad educare i figli crescendo generazioni di sbandati, ma attivamente prima delegano alla scuola questo compito educativo salvo poi difendere a spada tratta i figli da ogni accusa di comportamento distruttivo e/o rifiuto dello studio, acccusando quegli stessi insegnanti di non saper coprire il ruolo educativo che essi stessi non vogliono/sono in grado di gestire.

    Tutta questa manfrina solo per sottolineare il fatto che il problema della ricerca non è isolato ma è solo un’emanazione del problema istruzione in generale, il quale a sua volta ha radici estremamente profonde e radicate nella cultura nazionale, e dubito che bastino cinque anni di governo e un principio di riforma per re-indirizzare l’orientamento culturale del paese. Chissà, magari quando la crisi farà crollare il paese come in grecia qualche cosa si smuoverà nella coscienza collettiva, io per parte mia preferisco preparare la valigia e tenermi pronto a cogliere eventuali opportunità fuori di qui…

  • # 9
    Andrea
     scrive: 

    Alla scuola italiana mancano le attrezzature… programmavamo su computer con windows 95 (triennio 2003/2006) e dovevamo copiare i lavori su floppy disk visto che non avevamo la rete (tantomeno un server).

    La storia delle materie, dei professori e degli alunni non regge (visto che ogni anno esportiamo persone più che qualificate in giro per il mondo). L’america ha le migliori attrezzatture ma deve sempre chiamare ricercatori dall’estero perchè il sistema di studio è pessimo (e questo succedeva già durante la seconda guerra mondiale).

  • # 10
    Alex
     scrive: 

    Il problema principale che l’Italia è un paese dove non esiste cultura scientifica. Siamo grandi consumatori di tecnologia ma non siamo neanche interessati a leggere il libretto delle istruzioni. La tecnologia ci interessa più per metterci in mostra che per reale necessità infatti siamo l’unico popolo al mondo con più telefoni che popolazione.

  • # 11
    alex
     scrive: 

    @florian: sono d’accordo con te, ma guai a gridarlo ad alta voce, ti daranno addosso, diranno che sei un vil meccanico, ti diranno che il latino è l’unica disciplina che apre davvero la mente, ti diranno che i laureati in lettere sono i migliori ingegneri

    insomma, diranno un mare di fregnacce ( perdonate il termine ) e tutto tornerà sotto la soglia della sufficienza

    da Fermi ad oggi, l’Italia è letteralmente crollata, altro che eccellenza

    ormai ci sono pochi i quali lottano per portare avanti questo Paese ( in tutti i sensi, non solo quello scientifico ) e molti che pensano solo a rubacchiare e seguire la “via facile”

    c’è poca tecnica in Italia e molte chiacchiere

  • # 12
    avve
     scrive: 

    e quello che hai visto, cara Eleonora, non è niente!
    Aspetta che nella campana demografica vengano a galla i pargoli cresciuti fra le braccia di riforme scolastiche scriteriate e tagli sconclusionati alle spese: aggiungici un sistema di valori totalemente demolito e condisci il tutto con un’assenza di cultura del rispetto delle regole, di assenza della famiglia (perché oberata di lavoro per poter mandare avanti la baracca, o per altri motivi, e un pelino concedetemelo, perché figlia della deboscia anni ’80, dello yuppismo e dell’individualismo sfrenato, i cui effetti purtroppo sono ampiamente riscontrabili), di culto all’immagine e all’apparenza…
    Quello che sicuramente tu da ricercatrice mi potrai confermare, è che prima di ogni finanziamento o supporto, per fare i ricercatori, ci vogliono le teste brillanti, e le teste brillanti si coltivano in giovane età. Quindi se 2+2 fa 4, vedrai che questi begli indici raggiungeranno il loro picco negativo fra 8-10 anni, indipendentemente dai finanziamenti che verranno erogati alla ricerca.

  • # 13
    banryu
     scrive: 

    @RickTheSnake: sono assolutamente d’accordo con la tua analisi.

  • # 14
    Nick
     scrive: 

    Beh, da bravo (si fa per dire) ricercatore italiano, me ne sono andato…
    E non ho voglia di tornare…e pensate che non son tanto lontano dall’Italia…Spagna, realtà non molto differente dal nostro Paese per quanto riguarda la questione “stipendiale”, ma buon esempio dove la crisi viene combattuta con investimenti alla ricerca.
    Devo dire grazie al sistema d’istruzione italiana, in parte però: non mi fossi fatto anche io il mazzo (per esser francesi) non sarei dove sono ora e mi ci trovo molto bene poiché “l’italiano” ha una marcia in più (molto apprezzata all’estero).
    Effetto non statistico il decrescimento della produzione scientifica. Me li ricordo anche io i bei tempi quando ogni 3×2 avevi da pubblicare qualcosa. Ora non ci sono manco i soldi per piangere! E mi ritengo fortunato ad aver publicato 3 volte in quest anno, ma devo ringraziare collaborazioni con altri laboratori e con l’estero…
    Ergo, credo che rimarrò in giro per il mondo e che in Italia non ci metterò piede come ricercatore, anche perché non vedo nessun futuro per me. Come al solito siamo noi giovani che paghiamo per una mala gestione degli anni passati…e riforme poco pesate…

  • # 15
    Shin_Shishi
     scrive: 

    Sinceramente quello che mi preoccupa di più non è la quantità ma, la qualità delle pubblicazioni, visto che conosco un pochino da insider la situazione nella sanità; a parte qualche isola felice dove la ricerca è una cosa seria, vedo tanti scopiazzamenti e sbianchettamenti con il photoshop pur di poter allegare al proprio curriculum il maggior numero di pubblicazioni (+pubblicazioni = +punteggio al concorso…) e a proposito di baronie credo che nella sanità ne sopravvivano più che in altre discipline scientifiche…

  • # 16
    Alex del viero
     scrive: 

    Io ho smesso gli studi proprio xche’ ho visto in che modo
    si lavora all’interno delle università.
    Queste alcuni dei problemi maggiori:
    – Maggiori Fondi
    – Maggiore integrazione con le aziende
    – Produzione di brevetti profiqua
    – Minore Burocrazia ( ma in Italia e’ un male comune!)
    – Meno Baroni e piu’ meritocrazia (altro dramma italiano)
    – Spazio ai giovani! le idee brillanti vengono spesso da giovani
    menti (legato al discorso della meritocrazia)

    Non dico fare i miliardi, ma in Italia i giovani ricercatori
    sognano una famiglia , una casetta e un auto. Solo sogni per
    chi non ha dei genitori che aiutano!

    Insomma fai la vita del morto di fame e lavori 16 ore al giorno.
    Ovviamente c’e’ la ricompensa, la pubblicazione di un lavoro tuo
    a nome del tuo barone con te riportato come assistente…. ottimo direi!

  • # 17
    Straniero
     scrive: 

    Parla qui un italiano che ha studiato in Italia, Germania ed Olanda.

    La cultura che viene data in Italia, non viene data na nesusna parte. In II media avevo 20 libri da fare i un anno e li facevamo tutti. Qui in Germania od Olanda massimo hai 5 libri e salti molti capitoli. Non insegnano nemmen oin numeri romani.

    Cio’ che ha di buono l’istruzione Olandese e’ il modo in cui ti mette nel mondo del lavoro.

    Per il resto l’Italia e’ prima, fidatevi.
    Il problema in it e’ il lavoro e la mentalita’.

  • # 18
    dex
     scrive: 

    Parlo da italiano che si è laureato e spec.in Ita ma non ha ancora lavoro fisso e tira a campare come può.
    Vi posso assicurare che le baronie nel mondo della sanità sono attuali e vivissime come non mai. A certe scuole di special. i “baroni” sanno i nomi di chi vi entrerà (vincendo un concorso che è solo una farsa del tutto formale)persino 6-5 anni prima. Provate ad indovinare perchè? E’ un’elite, una casta, una genia, un tripudio di “figli di”, di “pupille e protetti”, di raccomandati dal sangue blu “dove il sapere è trasmesso [ma non è detto] in linea di successione diretta”; solo pochissimi “figli di” sono bravi come i padri o le madri. ?” Ho assistito ad esami in cui il 30+L veniva dato dopo 1 o 2 minuti, a domanda a piacere, dopo le “presentazioni del caso”, a testimonianza che li’ si conoscono tutti e talora son quasi tutti imparentati tra loro. Potrei scrivere un libro sulle nefandezze a cui ho assistito in tutti gli anni universitari finchè me ne sono andato dopo aver preso una spec. di tipo b o forse dovrei dire z. Secondo voi vale la pena far studiare i propri figli anni e anni con spese non indifferenti per fargli guadagnare una miseria quando “ben altre persone” guadagnano cifre molto superiori. Non parlo solo di politici ma anche di calciatori, persone dello spettacolo ecc.. Viviamo in un paese dove la cultura non è valutata affatto, dove non conti per cosa sai ma come appari e per quali conoscenze hai. Che futuro avranno i nostri figli in un paese dove dove un ricercatore che lavora alle cellule stam.guadagna 1000 volte meno di un “pollo di serie A” che tira 4 calci ad un pallone o ad un “tacchino che vola” sulla moto. Bravi tutti.. andiamo avanti così!!!

  • # 19
    KoD
     scrive: 

    Amen Eleonora.

    Forse non tutti riescono a sentirle, ma stanno suonando le campane da morto nelle università italiane.

    Ormai ciò che rimane è un corpo che piano piano perde il calore che ancora aveva in corpo.

  • # 20
    asde
     scrive: 

    sono dell’idea che le materie umanistiche debbano essere ridimensionate.
    sopratutto debbono essere insegnati i metodi di studio.
    non elenchi di poeti e intrattenitori ( è come se tra 100 anni a scuola si studiassero le puntate della Squadra.. ) che non interessano minimamente un liceale di 15 anni.

    è vero è importante il Bembo.. padre della lingua italiana, ma siamo onesti con la globalizzazione questo Bembo diventa informazione inutile, ogni cultura ha avuto il suo Bembo, per essere aggiornati col mondo dovremmo studiarli tutti.
    è meglio puntare sull’internazionalizzazione degli argomenti, queste sottigliezze sarebbero da lasciare agli specialisti.
    queste baggianate fanno perdere del gran tempo agli studenti, si perde letteralmente la gioventù a leggere delle ca<<ate.

    attualmente lo scopo di queste materie, che gonfiano a dismisura l'orario scolastico, è fare selezione, valutare l'impegno dello studente, piegare il carattere, vedere se ha la volontà di integrarsi con le masse.
    lo scopo della scuola inferiore adesso non è dare i mezzi per proseguire negli studi specialistici, ma distruggere e ricostruire la personalità dei ragazzi, come la naia.

    un futuro serio sarebbe 4 ore di lezioni al giorno, quarto d'ora accademico tra ogni ora, a casa alla mezza, tanto all'13 già si sbadiglia dalla fame e dalla rottura di p@lle, al pomeriggio 2 ore con l'esercitatore per chi deve recuperare.
    abolizione dei voti, solo 3 gradi di valutazione, per togliere quelle sfumature tra prof e prof che rendono i voti totalmente soggettivi ed imparagonabili, con prof che non danno mai voti sopra il 7.. etc etc

  • # 21
    asde
     scrive: 

    ai geometri ( e l’ITIS forse ) credo facciano 6 ore al giorno da 50 minuti, senza pausa nel cambio d’ora, senza respiro.
    6×6=36h più il pomeriggio per i corsi specialistici 40 ore. come in fabbrica.
    poi ci si lamenta del calo degli iscritti, dell’abbandono scolastico, di quelli che si bombano di canne per resistere alla noi@ bestiale di stare seduti come ebeti tutta la mattina.

    BREVETTI ? ma da una scuola che disintegra la creatività, l’intraprendenza, la gioventù, che inventori volete che escano.

  • # 22
    Andrea R
     scrive: 

    Io sono contrario a tagliare la spesa sulla ricerca, anzi la vorrei vedere ai livelli della spesa militare, ma nell’universtità italiana
    manca il modo di:

    – licenziare i fannulloni che rubano lo stipendio (c’è ne sono parecchi)
    – controllare la spesa e le commesse d’oro che si pagano (torino paga 500.000€ di spese di hosting web l’anno)
    – assicurare la trasparenza e la correttezza dei concorsi.

    Questo già farebbe migliorare molto le cose.

  • # 23
    sisko212
     scrive: 

    Fosse “solo” la ricerca, almeno ci sarebbe da sperare, il problema è che il declino è generalizzato… è l’italia intera che stà andando a fondo.
    Ergo se va a fondo un intero paese, è ovvio che affonda anche la ricerca.
    E non tiratemi fuori che è colpa di questo o quel politico o di questo o quel dirgente, qui stiamo parlando di una situazione (quella in cui ci troviamo oggi) talmente degenerata che è un intera generazione dirigenziale (destra, centro, sinistra, industria etc.etc.) che ha causato tutto questo.
    Però ce la siamo cercata… li abbiamo messi lì noi… è anche colpa nostra che dovevamo già 10, 15, 20 anni fà non accettare i compromessi ed eliminare il marcio quando lo vedevamo.
    E’ responsabilità nostra… il compromesso lo abbiamo sempre accettato anche noi, quando non ci siamo fatti fare lo scontrino, o quando ci mettevamo d’accordo con il dentista, l’avvocato, il notaio, l’idraulico, l’elettricista, il meccanico etc.etc. per pagare la parcella “inter-nos”, o quando abbiamo accettato il favore di un, “politico”, “sindacalista”, “geometra comunale”, “amico” o chi vi pare, favore che però poi dovevamo in qualche modo “rendere”… quando abbiamo votato un politico pur sapendo che qualcosa di proprio limpido non c’era…
    Ce la siamo cercata… e ora paghiamone le conseguenze, ma almeno ricordiamocene la prossima volta…
    …ma si sà, la maledizione degli uomini è che essi dimenticano…

  • # 24
    Nessuno
     scrive: 

    Quello che contesto è il fatto di stabilire la qualità della ricerca secondo il numero di pubblicazioni. Non è che scrivere 50k articoli sulle cose più stupide sia redditizio. Quello che conta è scrivere qualcosa che sia utile al resto dell’umanità.

    Ora, con tutto il rispetto per i ricercatori italiani, le domande che mi pongo sono principalmente due:
    – come è possibile che con la presunta qualità dei nostri ricercatori non vi sia una azienda che voglia guadagnare dagli studi cche vengono fatti
    – complementare alla prima domanda, ma quale ricerca scientifica viene fatta in Italia se non ci sono aziende che producono tecnologia? (intesa sia come elettronica che come chimica/farmaceutica).

    Il mondo va avanti per ricerche fatte in campi particolari i cui risultati possono essere venduti. Pensiamo alle aziende di elettronica con le ricerche sulla miniaturizzazione e di materiali alternativi al silicio. Qui in Italia silicio = vetro per bottiglie. Aziende che producono microprocessori? Nessuna, quindi non serve non solo la ricerca in tale campo, ma neanche le competenze degli ingegneri elettronici che escono dalle università.
    Aziende che fanno ricerca chimica? Nessuna. Dopo la plastica, fatta da una zienda “governativa piena di baroni” non abbiamo prodotto più niente altro.
    Aziende che producono farmaci? Al massimo ci si ferma al profumo da aggiungere al sapone di Marsiglia.

    Suvvia, il problema della ricerca italiana non è dell’università o dei ricercatori, ma della mentalità che crede che la ricerca deve essere necessariamente pubblica ma poi non si è in grado di “venderla” per ottenere i fondi per farne altra.
    Il sistema oggi è solo un altro sistema di mantenimento di persone che altrimenti non troverebbe altro impiego e morirebbe di fame.
    La conta delle pubblicazioni rilasciate è davvero un sintomo di questa cosa. Negli altri paesi contano il numero di brevetti che vengono prodotti e sopratutto il numero di applicazioni che vengono realizzate dalle ricerche. Non nascondiamoci dietro al fatto che da noi facciamo “solo” ricerca di base. Altre aziende lo fanno, ma sempre per uno scopo. Qui non si sa mai dove si va, perché non c’è un fine indicato da qualche azienda, e i risultati trovati per quanto validi verranno chiusi in un cassetto.

  • # 25
    Eleonora Presani (Autore del post)
     scrive: 

    Mi sono dimenticata di specificarlo, comunque nell’analisi che ho descritto non hanno considerato solo il numero di pubblicazioni, ma anche il numero di volte che sono state citate (indice della qualità del lavoro)

  • # 26
    bob
     scrive: 

    Io, nel mio piccolo, vorrei fare un esempio pratico. Molti di voi conosceranno il concetto di calcolo distribuito e di come questo venga sfruttato dalla piattaforma Boinc. Bene, esistono progetti di vario genere (medicina, matematica, astronomia, ecc) di moltissime nazioni (USA, Giappone, Spagna, Germania, Francia, ecc, ecc) ma, guarda il caso, nemmeno un solo progetto italiano. Questi progetti, tra l’altro, oltre a far risparmiare soldi alle università (che non necessitano di mega centri di calcolo) avvicinano moltissimo i ricercatori ai volontari che vi partecipano. Ahimè, qui da noi, sembra che la cosa non interessi….

  • # 27
    bob
     scrive: 

    @nessuno:
    “Aziende che producono microprocessori? Nessuna, quindi non serve non solo la ricerca in tale campo, ma neanche le competenze degli ingegneri elettronici che escono dalle università”

    Beh, la ST non mi sembra proprio nessuna… :-P

  • # 28
    Renato
     scrive: 

    Io per un breve periodo pochi anni fa ho lavorato dopo la tesi presso il mio dipartimento e , mi dispiace, ma devo dire ciò che ho visto: oltre agli scarsi mezzi e ai pochi finanziamenti si vede molto copia incolla da Internet, ricerche fatte in modo approssimativo, lasciate spesso all’iniziativa del singolo dottorando / assegnista / ecc., scarsa collaborazione.
    La preoccupazione principale del docente era quella di far si che un dottorando / assegnista / tesista scrivesse un articolo in inglese che LUI avrebbe potuto eventualmente presentare a qualche conferenza in Europa con il suo nome.
    Si parla sempre di mancanza di fondi (lampante), di fuga di cervelli (lampante) , di potenzialità enormi (ci sono anche bravissime persone tra docenti, ricercatori, ecc) ma raramente si parla di:

    1) Ricerche inutili o gestite malissimo
    2) Ricercatori / docenti non produttivi (anche nell’Università ci sono i fannulloni che non rischiano niente!)
    3) Sempre più scarso interesse per la didattica (considerato un fastidioso obbligo dai docenti)

  • # 29
    florian
     scrive: 

    @alex
    Sai quante volte ho sentito quelle parole? Putroppo non si può pretendere che la politica decida di spendere in ricerca scientifica quando quei stessi politici sono cresciuti in un ambiente profondamente “umanisctico”, dove la matematica è tabu e non fa per noi, dove i laureati in materie umanistiche sono di gran lunga superiori a quelli scientifici, dove tanto l’Italia ha i monumenti e le opere d’arte.
    Prendi pure i film sulla scuola. Se ci sono insegnanti protagonisti sono quasi sempre di italiano e quelli con più rigore del latino…
    Ora non voglio diminuire nulla, ogni persona deve studiare dove riesce meglio, ma il ragionamento razionale va alimentato. Il liceo classico è fatto bene, quello scientifico è una ciofeca in confronto, si insegna poco di tutto.

  • # 30
    Renato
     scrive: 

    Nessuno ha ragione: mi pare di ricordare un servizio di Report dove il giornalista entrando in una stanza di ricercatori di Fisica di una qualche Università italiana chiese loro di cosa avessero bisogno per la loro ricerca e loro dissero “un pezzo di carta e una penna, noi siamo Fisici teorici”.
    Fatemi capire, noi paghiamo tutti questi fisici teorici, anche con discreti stipendi, considerandoli tutti novelli Einstein affinché pensino tutto il giorno davanti a un pezzo di carta ?

    :)

  • # 31
    Renato
     scrive: 

    Segnalo anche questa sostanziale smentita dell’articolo:

    http://univeritas.wordpress.com/2011/08/24/is-italian-science-declining-anatomia-di-una-bufala/

    Faccio notare come l’articolo della Daraio sia anch’esso un articolo pubblicato, che paradossalmente aumenterà la produzione scientifica italiana di 1. :)

    Se qualcuno fa un articolo sull’errore dell’articolo della Daraio potremmo aumentare la produzione scientifica di un’altra unità :)

    Chissà quante pubblicazioni “bufala” vengono pubblicate ogni anno … a me sembra un sistema molto autoreferenziale

  • # 32
    Fulvio
     scrive: 

    Cara Eleonora, a prescindere dalle considerazioni sullo stato di salute della ricerca in Italia e sulla considerazione che la ricerca ha presso i nostri governanti, ti segnalo uno scritto di un docente dell’Università di Pavia che contesta i dati numerici del paper da cui poi è nato l’articolo della Repubblica.
    “Is Italian science declinino?”, io l’ho letto e mi sembra convincente.

    http://univeritas.wordpress.com/2011/08/24/is-italian-science-declining-anatomia-di-una-bufala/

    Ciao
    F.

  • # 33
    Nessuno
     scrive: 

    Referenze e citazioni di altri articoli per definirne la qualità?
    Pensa che un brevetto non è mai citato e può valere 1000 volte una qualsiasi pubblicazione che viene citata un milione di volte (magari giusto per dire quanto poco concludente è la stessa pubblicazione).

    ST ha le fabbriche in Italia, peraltro di chip di seconda terza linea, ma non ha un centro di ricerche vero sulla creazione di tecnologia di base (mica solo quella di progettazione di un micro basato sulle ricerche di altri per la realizzazione). Dove stanno gli studi sulla creazione di macchinari per la riduzione della nanometria? E quelli per la ricerca dei materiali che permettono di creare circuiti sempre più piccoli senza i problemi connessi?
    Ogni anno vengono investiti miliardi di dollari per queste ricerche dalle industrie che vogliono avanzare (per davvero) nel campo della microelettronica. Quanti di questi soldi sono destinati per ricerche in questo campo in Italia?

    Vi indico questo articolo solo come ultime esempio di collaborazione Università/azienda privata: http://www.tomshw.it/cont/news/memoria-flash-piu-avanzata-grazie-a-silicio-e-grafene/33258/1.html
    Ora ammettiamo che vi fossero anche decine e decine di milioni di euro disponibili per questa ricerca in Italia, chi sarebbe in grado di farla? A parte presentarsi al bando facendo finta di essere in grado di eseguirla e poi ingoiarsi i soldi con un nulla di fatto finale.

    Non facciamo finta che non sia vero: noi non sappiamo cosa sia la vera ricerca, quella che permette di autoalimentarsi con la vendita delle scoperte fatte. Abbiamo uno stuolo di ricercatori che è mantenuto dallo Stato. Che la situazione non sia colpa dei ricercatori stessi non vi è alcun dubbio. Ma che i ricercatori stessi non comprendano che non è così che si può andare avanti allora diventa problematico per davvero. E non è solo questione dei soldi messi a disposizione.

  • # 34
    Nessuno
     scrive: 

    Altro link. Per dimostrare che se si hanno veramente idee interessanti qualcuno se ne accorge:
    http://www.businessmagazine.it/news/nanomagneti-al-posto-dei-transistor-sono-questi-i-processori-del-futuro_38298.html

  • # 35
    Giove
     scrive: 

    @Nessuno

    L’idea di valutare la qualità della ricerca scientifica usando come unico, o comunque principale, indicatore il numero di brevetti è semplicemente sbagliata e fuorviante. Chiunque ha un’idea della storia del pensiero scientifico e dell’operato quotidiano degli scienziati lo sa. Galileo e Newton hanno mai ottenuto un brevetto? Eppure la Fisica moderna, quindi di riflesso la Scienza Moderna, si appoggia sulle solide fondamenta del metodo sperimentale e della meccanica classica. Può sembrare strano ad alcuni, ma il progresso scientifico passa attraverso la curiosità e la conoscenza, anche semplicemente un foglio di carta, una penna, e il tempo per pensare.

  • # 36
    Nick
     scrive: 

    Se mi posso permettere…tutte belle parole…tutto vero…ma il risultato resta invariato…e dopo anni e anni di studio, dove tutti mi dicevano: studia, avrai un futuro migliore…non ci credo più.
    Avessi fatto l’elettricista, ora guiderei una porche!
    Che si diano una regolata…L’Italia è destinata al declino…e, spero, non ci sarò quando questo accadrà…

  • # 37
    degac
     scrive: 

    La ricerca italiana verso il declino?

    Secondo me sarebbe necessario ‘separare i fattori’ di cosa si intende ‘ricerca’, in modo da avere una visione più precisa del mondo (potrebbe essere frutto di una ricerca…)

    1. Università e ricercatori: sono 2 cose diverse.

    L’università è una ‘baracca pubblica': ci sono stipendi, affitti, spese e il ‘prodotto’ è la formazione degli studenti (che non è certa): ad alcuni basta avere il pezzo di carta e trovare un posto, ad altri no (fuga di cervelli, soldi spesi a vantaggio di altri paesi).
    I ricercatori possono essere ‘titolati’ (ovvero essersi fatti il mazzo in Italia o all’estero), master, dottorati ecc, oppure essere quelli con il ‘pallino’, quelli che pur non avendo titolo hanno comunque passione, intuito e volontà e trovano le soluzioni.
    I primi dimostrano il loro ‘talento’ con la pubblicazione (e quando va bene con un posto ‘fisso’), mentre i secondi spesso sono ‘gli operai/impiegati’ che già lavorano all’interno delle aziende e che si arrangiano per il bene dell’azienda (ricerca implicita, quella non ufficiale spesso nemmeno brevettata o brevettabile)

    2. Ricerca universitaria e contributi statali

    Non per infierire, ma se nei 30 anni precedenti non hanno mai capito un beato ca**o, spiegatemi perché ORA (con la crisi che vogliono ‘creare’ e con una manovra che è ‘virtuale’) dovrebbero cambiare idea.
    Penso che il prossimo passo sia chiudere o alzare le tasse universitarie a livelli talmente alti da renderle ‘economicamente svantaggiose’…
    Anche mettere in pensione forzata i ‘baroni’ – senza cambiare le regole (nomina tra peer? o come si chiama..) – non ha molto senso. E nel frattempo? Abbiamo comunque da pagare le ‘loro’ pensioni…

    3. Ricerca universitaria e imprese

    Sono alcuni anni che le università godono di una certa autonomia, si parla anche di joint-venture/poli tecnologici ecc
    Tuttavia – ma potrei sbagliarmi – in Italia non mi sembra che esistano leggi fiscali ‘serie’ (e non una tantum, per 3 anni ecc) che permettano di ‘investire’ (da parte delle imprese) per avere dei vantaggi nel medio-lungo termine, con un risparmio fiscale come accade in altri paesi.
    Ovvero: i business-angels, venture-capitalits esistono si in italia, ma i vantaggi fiscali rispetto ai loro omonimi in USA ad esempio sono decisamente diversi.
    Aggiungiamo questo fattore a quanto detto sopra circa la ‘crisi’ e siamo punto a capo: perché dovrei investire i miei soldi in italia (e magari perderci in tasse)?
    Poi trovo i ‘contributi FSE per la formazione/ricerca interna’ che consiste in corsi di Excel… se questa è ricerca siam messi bene!
    E poi, quali imprese italiane possono permettersi di investire in ricerca? FIAT? Ha metà delle strutture in giro per il mondo. Olivetti? Ciao. ST-MicroElectronics? L’unica (ma è italo-francese)

    La cosa buffa (se vogliamo dir così…) è che noi continuiamo a formare e questo va all’estero dove viene apprezzato!
    Se la ‘scuola’ è buona, allora il problema dove sta?
    Forse il problema NON esiste: se dopo 30 anni abbiamo ancora uno straccio di università, dei ricercatori considerati ‘merce ambita’ (all’estero…) allora va tutto bene!
    La soluzione è semplicemente indicare nei piani di studio: ‘attenzione, al termine del percorso formativo procuratevi un passaporto valido, all’estero vi aspettano’.

    ps: quando scrivo di università e ricerca intendo quella ‘seria’ come ingegneria, matematica, fisica, biologia ecc (io ho fatto economia e commercio… mi vien da ridere nel vedere come tutte le ‘teorie’ economiche non siano mai servite ad un bel tubo! Non hanno previsto mai niente! Ed i politici se ne infischiano anche delle teorie ovvie…)
    Dovessi tornare indietro nel tempo, sinceramente visto il lavoro che faccio (contabile), non ‘sprecherei’ tempo e denaro per quel pezzo di carta.

  • # 38
    Nessuno
     scrive: 

    @Giove

    Quel tempo e quella ricerca è passato da… 200 anni?
    Oggi i costi per una ricerca vera, e per vera intendo quella che alla fine porta risultati, non soltanto economici, ma anche di vero progresso, quello che migliora i nostri standard di vita.
    Inutile fare sempre quelli che guardano nel proprio vasetto e dicono che la marmellata è buona così mentre gli altri hanno la marmellata schifosa.
    Il resto del mondo industrializzato non usa il nostro metodo di ricerca “libero”. E da loro la ricerca è un investimento “attivo” nel senso che sanno che prima o poi qualche cosa riescono a farla fruttare economicamente (e sì, l’economia moderna funziona in questo modo, non siamo più nel ‘500 con i mecenati) e ripaga tutte le altre andate a male (sì sì, mica che tutte le ricerche producono frutti).
    Con le tue parole mi sembra che siamo rimasti al tempo di Galileo. Ed infatti il resto del mondo investe miliardi di dollari all’anno in ricerche di tutti i tipi, e invece noi stiamo a fare l’elemosina allo stato per avere una penna e un foglio di carta a quanto pare. E non produrre alcun risultato, sia di tipo economico o comunque di risultato tangibile.

    Usare i brevetti come metodo di valutazione della qualità della ricerca è vero non è corretto. Si possono produrre brevetti spazzatura tanto quanto pubblicazioni. Ma io parlo dei brevetti che poi vengono veramente usati e che vengono pagati. Nell’elettronica ogni anno se ne creano diverse centinaia nel mondo. Basta pensare solo all’evoluzione della comunicazione wireless. In 10 anni si sono fatti dei progressi con una ricerca annessa spaventosa. Noi non sappiamo neanche fare le antenne, figuriamoci essere in grado di creare un sistema elettronico che sappia comunicare con un nuovo metodo di trasmissione.
    Della serie, tutti gli ingegneri laureati in ingegneria delle telecomunicazioni, che cosa sperano di ricercare?
    E questo è solo un esempio. Posso elencarne qualche altra decina, una per ogni facoltà/indirizzo possibile.

    Semplicemente il sistema di ricerca italiana è obsoleto, indipendentemente dalla qualità della scuola. E non continuiamo a dire che i nostri “cervelli” sono super richiesti all’estero. Ci vanno solo ed esclusivamente quei pochi che se lo meritano per davvero. Non so se vi siete accorti dei nomi dei responsabili della ricerca delle grandi industrie o università Americane: sono quasi tutti di origine indiana, cinese o coreana. I nostri “cervelli” invece dove sono? Eppure di italiani in America ne abbiamo esportati e continuiamo ad esportarne a bizzeffe.

  • # 39
    Renato
     scrive: 

    @Giove
    Non è possibile pensare davvero che decine e decine di ricercatori facciano ricerca in una stanza usando solo un foglio di carta e una penna. Forse nell’800 poteva essere così, ma non oggi. Ormai moltissimi settori della ricerca hanno bisogno di attrezzature, strumenti, ambienti, team che in Italia non abbiamo (si guardi il CERN a Ginevra). Quindi invece che ammettere “non possiamo fare ricerca in questo modo”, dicono “facciamo ricerca con quello che abbiamo”, ovvero robetta.

    D’altronde, si sa, anche il ricercatore “tiene famiglia”.

    Io ho fatto ricerca per un certo periodo di tempo nel dipartimento dove ho fatto la tesi (ingegneria), e devo dire che c’erano effettivamente pochi strumenti e mezzi, ma non c’era la consapevolezza che la ricerca che si faceva era scarsa, male organizzata, lasciata alla buona volontà di un tesista / contrattista singolo , quando ormai tutte le ricerche in quel settore vengono fatte da team specializzati.

  • # 40
    Renato
     scrive: 

    Per inciso, il livello della ricerca che ho visto io nel mio dipartimento è paragonabile a quello di un amatore di elettronica / informatica che compra una rivista specializzata e si diverte nel tempo libero a assemblare, testare, sperimentare.

  • # 41
    Mario
     scrive: 

    Riporto un elenco “famoso” di progetti di ricerca finanziati. E’ vero che dal titolo non si può giudicare un progetto di ricerca, ma a me piacerebbe sapere quale enorme apporto al pensiero scientifico mondiale abbia portato la ricerca “Emozioni, benessere e qualità della vita ” e soprattutto come stati spesi quei 90 mila euro.

    – Approccio multidisciplinare alla conservazione dell’asino dell’Amiata (finanziamento assegnato, 55.000 euro);

    – Individualità: tradizione filosofica, pensiero storico e saperi della vita. (finanziamento assegnato, 500.000 euro);

    – Vita quotidiana delle famiglie: osservazioni etnografiche e rappresentazioni (finanziamento assegnato, 55.000 euro);

    – Ricerca e sperimentazione di nuovi modelli e tecnologie informatiche per la formazione a distanza dell’architetto (finanziamento assegnato, 340.000 euro);

    – Emozioni, benessere e qualità della vita (finanziato assegnato, 90.000 euro);

    – Gli effetti del pericolo e della paura sulla forma e sull’uso della città italiana contemporanea (finanziamento assegnato, 185.924 euro).

  • # 42
    pleg
     scrive: 

    >E non continuiamo a dire che i nostri “cervelli” sono super
    > richiesti all’estero. Ci vanno solo ed esclusivamente quei
    > pochi che se lo meritano per davvero. Non so se vi siete
    > accorti dei nomi dei responsabili della ricerca delle grandi
    > industrie o università Americane: sono quasi tutti di origine
    > indiana, cinese o coreana. I nostri “cervelli” invece dove sono?

    Finalmente qualcuno che lo dice! Quante volte ho sentito (ovviamente da connazionali che non non sono mai stati all’estero e non hanno mai fatto ricerca) che “i ricercatori e ingegneri italiani sono richiestissimi nel mondo”. Ogni volta che lo sento mi sembra di sentire un vecchietto che ha vissuto tutta la sua vita nel piccolo borgo sull’Appennino che fa “Eh! il chianti! il vino migliore del mondo!” perche’ quello e solo quello ha bevuto tutta la sua vita (e non era neanche di quello buono :)

    Quelli molto bravi sono richiestissimi… indipendentemente dalla nazionalita’.

  • # 43
    Mario
     scrive: 

    Mentre i nostri fisici “lavorano” solo con carta e penna, a Santa Barbara producono i calcolatori quantistici :

    http://www.tomshw.it/cont/news/cpu-quantistica-con-memoria-e-la-prima-volta/33301/1.html

  • # 44
    Enrico
     scrive: 

    Vi diro la mia.
    Il problema, mio, non è il fatto che io non abbia possibilità di fare ricerca (chimica) nel mio caso, perchè all’estero di lavoro ne trovo a tonnellate e ogni qual volta sono andato da qualche parte nel mondo mi è sempre stato offerto un posto di lavoro con retribuzione molto alta.
    Il problema è che questo paese è troppo bello, vivo a Roma, che è la città piu bella del mondo, ho casa a San Felice Circeo sul mare, mangio cibo serio.
    Forse vi sembrerà un discorso qualunquista e banale, ma ho vissuto negli usa, in olanda, in finlandia, in spagna, ma non c’è assolutamente nulla che baratterei con casa mia.
    Il punto, piu che i soldi veri e propri a livello di retribuzione, sono le possibilità di ricerca. Ti senti sempre con le ali spezzate e impossibilitato a procedere oltre. Chi se ne frega dei soldi, vorrei pero poter lavorare in un ambiente serio e proficuo dove non mancano soldi per i reagenti o per i macchinari. I laboratori all’estero sono paradisi, puoi “sprecare” (sprecare è un modo di dire, intendo dire che ne devi fare a milioni di tentativi prima di arrivare al risultato corretto) decine di migliaia di euro di reagenti al giorno e nessuno ti dice niente perchè sanno che ci metti testa e cuore e non lavori a caso.

  • # 45
    Nessuno
     scrive: 

    I laboratori all’estero sono paradisi, puoi “sprecare” (sprecare è un modo di dire, intendo dire che ne devi fare a milioni di tentativi prima di arrivare al risultato corretto) decine di migliaia di euro di reagenti al giorno e nessuno ti dice niente perchè sanno che ci metti testa e cuore e non lavori a caso.

    Perché sanno quello che vali (e quindi non sei un “pirlone” qualsiasi che versa liquidi in una boccetta tanto per far vedere che lavora) e sono disposti a investire decine di migliaia di reagente per permetterti di lavorare e finire quello su cui hanno investo: una ricerca che sia utile.
    Qui invece l’uso dei reagenti sarebbe visto come uno spreco perché tanto la ricerca non è finalizzata a un risultato utile che già si sa non porterà un introito superiore al costo dei reagenti stessi.
    Allora preferiscono darti carta e matita che quantomeno contengono i “costi superflui” della ricerca che non sia il semplice stipendio. Se il ricavo della ricerca è al più una pubblicazione che porta zero ricavi, tanto meglio ridurre al minimo i costi a monte.

    Io ho lavorato in alcune aziende italiane che sviluppano prodotti di punta per l’industria sia civile che militare. Uno si aspetta che vi sia in qualche modo un reparto che ricerchi soluzioni nuove e faccia uso dei prodotti che la ricerca stessa (anche fatta da qualcun altro) ha portato in questi anni.
    Invece si usano tecniche che sono vetuste, dai costi e tempi di sviluppo enormi (tanto sia nel caso civile che militare paga lo stato.. non dico quale azienda civile (automotive) fosse ma è una di quelle che è stata ben foraggiata per decenni dallo Stato), e non si fa nessuna ricerca, non dico di base, ma nemmeno di applicazione delle tecnologie già esistenti. Ovvero, non solo non si ricerca, ma neppure si sperimenta.
    E queste dovrebbero essere aziende all’avanguardia nel nostro paese per i prodotti che sviluppano. Poi ci chiediamo perché le nostre auto non vendono (o costano troppo per quel che offrono) o non facciamo quasi mai parte di forniture di apparecchiature nei consorzi europei.

  • # 46
    Mario
     scrive: 

    [quote]Allora preferiscono darti carta e matita che quantomeno contengono i “costi superflui” della ricerca che non sia il semplice stipendio.[/quote]

    Quindi anche lo stipendio è superfluo. Che li teniamo a fare ?

  • # 47
    Nessuno
     scrive: 

    Quindi anche lo stipendio è superfluo. Che li teniamo a fare ?
    E che li teniamo a fare 10.000 guardie forestali in Calabria o 1 postino ogni 10 abitanti in Sicilia, qualche milione di impiegati nelle Provincie per decidere quale strada asfaltare con i soldi del mese corrente (quando licenziandoli avrei la possibilità di mettere a nuovo un percorso lungo 10 volte tanto), perché manteniamo aziende come SIAE, Tirrenia, Alitalia, perché c’è aperto da 10 anni il cantiere del ponte sullo stretto?
    Perché si finanziando le scuole private ma devo pagare un extra per avere la carta igienica nelle elementari di mio figlio?

    Vuoi una risposta per davvero?

    Ora non che tutte le ricerche che vengono svolte in questo paese siano delle prese in giro. Ma per la maggior parte lo sono. Non c’è una infrastruttura tale che permette di fare un buon lavoro qui se non in casi eccezionali legati alla medicina. Infatti non vi sono aziende estere che mettono su centri di ricerche in Italia per sfruttare i “nostri cervelli” magari a basso costo (lo stipendio qui in Italia costerebbe alle aziende 1/3 che nel resto dell’Europa protestante). Però magari vanno in Israele (che sembra produrre “cervelli migliori” dei nostri visti gli investimenti).

    Ma siccome tutti tengono famiglia e sopratutto ogni testa è un voto…

  • # 48
    Mario
     scrive: 

    Ma siccome tutti tengono famiglia e sopratutto ogni testa è un voto…

    Si, la mia domanda era retorica.

    L’importante, secondo me, è che cambi anche l’opinione pubblica, che cominci ad aprire gli occhi e non a ragionare sempre per sentito dire

  • # 49
    Marcello
     scrive: 

    La Deraio rettifica…

    http://www.universita.it/deraio-rettifica-declinoricerca-italia/

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