di  -  giovedì 27 gennaio 2011

Torna su questi beneamati lidi la rubrica di retrogaming più amata dagli italiani e sdraiabilmente dalle italiane.

Dopo un periodo sabbatico durato un paio di mesi, la Valigia del Videogamer riempie nuovamente il vostro giovedì con un pieno di ricordi e passioni mai sopite.
Per il momento, ma solo per il momento (causa mancanza cronica di sufficiente tempo spendibile in favore della causa) accantoniamo il viaggio-reportage intrapreso nella terra nipponica, con la promessa di concluderlo quanto prima.
Quindi di cosa parleremo quest’oggi?

Parleremo di…(rullo tambureggiante) retrogaming! Immagino gli applausi scroscianti da casa. Molto bene.

Nonostante siamo riusciti in due anni abbondanti a passare, credo, piuttosto indenni tra le varie generazioni di console e titoli annessi, c’è ancora molto di cui discutere insieme.
Sulla mia lavagna virtuale giace una disordinata ma coerente lista di Post-It e “To-Do”che contengono nomi, date ed argomenti da proporre.
Eppure, come spesso accade, sono i particolari a cogliere la nostra attenzione. Magari non riusciamo a rendercene conto immediatamente e per elaborarli rubiamo spazio ad altre attività seguenti, ma succede. E quando capita è una folgorazione come l’Eureka di Archimede.

Dopo uno dei più classici aperitivi milanesi, mi ritrovai a passeggiare in una zona che non conoscevo di Milano (ed anche se la conoscessi, con il mio scarso senso d’orientamento, dubito riuscirei a fornirvi indicazioni più precise) ed il mio occhio fu per un attimo rapito da un’insegna.
Avete presente quelle scritte con un font chiaramente fuori dal tempo, tipici dei negozi di paese o di una città che però non è più quella in cui vivevate vent’anni fa?
Vi siete concentrati? Focalizzato l’obiettivo? Ecco, esattamente così. Colore puffo un po’ sbiadito, lettere un sghembe per dare l’idea di un luogo sbarazzino.
Purtroppo l’ora mi ha privato della possibilità di farvi visita anche se conto di tornarci sempre che riesca a ricordare come io ci sia arrivato. Ed è tutto fuorché scontato.

L’introduzione mi fornisce il pretesto per parlare di come sia cambiato il mercato.
E le citazioni cinematografiche iniziali sono puramente volute.
Prendendo spunto dalla pellicola dei Coen, mi sono chiesto “negozietto di videogiochi (sottocasa) dove sei finito”?

Non c’è più. E quand’anche ci fosse, trattasi di chiara specie in via di estinzione da preservare. Un dodo dell’elettronica di consumo.
I tempi sono cambiati, ma non lo dico con un eccessivo carico di giudizi di valore (questo sta a voi decidere eventualmente se attribuirgliene), piuttosto con una constatazione fatalista.
Il rivenditore bonario e genuinamente geek che assomigliava a Jeff Albertson de “I Simpsons” (alias The Comic Book Guy) è stato sostituito da una masnada di ragazzini fin troppo svegli omologati in quelle magliette/camicie tutte uguali di stampo anglosassone aziendalista.
Una volta il videogioco era un prodotto di massa ma con una vocazione ancora piuttosto elitaria e corrispondeva ad una fascia di utenti tutto sommato abbastanza definita.
Ora è trasversalmente popolare nei nostri salotti. Popola costantemente i quotidiani e riviste anche se in rubriche ad hoc. E’ diventato non più oggetto di culto ma sfizio onnipresente nella spesa di beni non di prima necessità.

L’industry si è evoluta parallelamente al settore IT con una velocità che ha dell’incredibile.
Ogni tanto, immagino capiterà anche a voi, mi fermo a pensare come vivessimo qualche anno fa.
La Rete ancora in uno stato embrionale, computer dotati di funzionalità calcoli n volte inferiori, social network inesistenti, eppure…eppure si viveva benissimo ed i videogiochi con quegli sprite un po’ fantasiosi, cartoonescamente imbarazzanti a volte, regalavano emozioni indiscrivibili.

In una città di media grandezza, magari capoluogo come poteva essere Udine, il “negozietto” diventava luogo di totale immersione ed il proprietario l’equivalente di un confessore pronto a svelare dal nulla una qualche perla di saggezza.
D’altra parte i mass media interessati all’argomento erano una frazione infinitesimale rispetto al panorama attuale.
Niente aggiornamenti in tempo reale, niente Feed RSS, niente Youtube ed eventi quali l’E3 seguiti in diretta. Occorreva aspettare l’uscita mensile dei vari Console Mania, Game Power, ZZap! Per aggiornarsi sulle ultime meraviglie tecnologiche.
La seconda possibilità era carpire qualche informazione proprio dai rivenditori che avevano un legame diretto ed esclusivo con i publisher e distributori nazionali.
L’import parallelo era pratica quasi sconosciuta e decisamente “roba da ricchi”. Neo Geo a parte, ricordo i costi delle primizie quali il Panasonic 3DO o l’Atari Jaguar: un milione e 300 mila lire.
Mica bruscolini.

Eppure il tutto sembra perso nelle sabbie del tempo ma senza il principe Dustan a poterlo riavvolgere. Non c’è battaglia con le multinazionali che possono avvalersi di altro potere contrattuale rispetto alle piccole realtà locali. I vari GameStop, EB Games, GameRush hanno preso il largo seguendo il modello americano. Dura lex sed lex.
Il margine di guadagno si assottiglia nel momento in cui i costi di produzione lievitano enormemente (ricordiamolo per l’ennesima volta: un videogioco ormai richiede budget pari a quelli impiegati nei film) e vanno ad impattare, di conseguenza, tutta la filiera.
Meno passaggi, meno attori, migliore redistribuzione degli introiti per tutti.
Di nuovo, dura lex sed lex.

Ma non necessariamente tutto viene per nuocere. La connettività progredita ci consente ormai di comprare online i nostri titoli preferiti. Ai miei/nostri tempi (neanche fossi un nonno che cavolo…) potevamo sognare la scelta di cui dispongono le nuove generazioni. Comprare Yakuza 4 direttamente da un e-shop giapponese e vederlo recapitato 5 giorni dopo presso casa nostra mentre siamo ammalati e non abbiamo ancora mai messo piede un fuori? Impensabile fino a dieci anni fa.

Paradossalmente, se parliamo di retrogaming, il negozietto avrebbe molta più possibilità ora di acquisire clientela. Esce Metal Gear Solid 4. Capolavoro. Ma quale occasione migliore per prendere da parte il fanciullo e spiegargli che Kojima ha partorito quest’idea quando lui non era nemmeno nato e che il frutto di quel lavoro è ancora, seppur con qualche difficoltà, ancora commercialmente reperibile?

Il problema continuano però ad essere “i dané”. Le spese per un esercizio del genere sono tante così come il rischio d’impresa ed ecco che l’attività si trasferisce sul terreno online dove, comunque, sapendoci fare, la visibilità (grazie alle piattaforme di e-commerce più famose) la si può conquistare davvero. Ed è, a differenza di molte altre cose, effettivamente meritocratica.
Se sei bravo nel tuo lavoro, i feedback positivi arrivano e di conseguenza i guadagni.
Ecco quindi spuntare diversi negozi dedicati al retrogaming, all’import parallelo, ma solo con un riferimento nel grande mare della Rete.
Niente porte che cigolano ed annunciano l’arrivo di nuovi clienti. Niente vetrine colorate e disordinate. Niente cartucce impolverate che attendono di essere rimesse a nuovo.

Digital delivery e pigrizia o scomodità e ricordi un po’ vintage?
Forse non è il caso di prenderla come fosse una dicotomia e forse sono solo un po’ nostalgico dei vecchi tempi.

Forse…è solo una grigia giornata milanese.

31 Commenti »

I commenti inseriti dai lettori di AppuntiDigitali non sono oggetto di moderazione preventiva, ma solo di eventuale filtro antispam. Qualora si ravvisi un contenuto non consono (offensivo o diffamatorio) si prega di contattare l'amministrazione di Appunti Digitali all'indirizzo info@appuntidigitali.it, specificando quale sia il commento in oggetto.

  • # 1
    phabio76
     scrive: 

    Non so perchè… mi è venuto in mente un cespuglio che rotola per le strade di Los Angeles…
    “Al diavolo, andiamo a farci una partita”

  • # 2
    Giacomo
     scrive: 

    Paradossalmente oggi conviene iniziare l’attività direttamente su internet e poi, se le cose vanno bene e proprio si vuole, aprire un avamposto fisico in qualche grande città.
    Senza dimenticare che un negozio fisico ha tante di quelle spese e oneri che occorre davvero un’ottima motivazione per aprirne uno; ormai il commercio elettronico ha preso decisamente piede anche da noi e forse per articoli specializzati e di nicchia è la soluzione migliore.

  • # 3
    TheKaneB
     scrive: 

    @Giacomo: se questo può aiutare, riducendo i costi, i piccoli imprenditori a superare la crisi… ben venga!

  • # 4
    bolkonskij
     scrive: 

    …”sdraiabilmente”?!?!?

    O_o
    …ma per piacere!

  • # 5
    jpage89
     scrive: 

    Al di la della convenienza o meno nel buttarsi sulla piazza anzichè sull’e-commerce, c’è da dire che i rivenditori fanno anche di tutto per essere più impersonali possibile.
    Gli unici che potrebbero prendere il posto di questi negozietti sarebbero quelli di GameStop, ma andare li dentro è come entrare in un ospedale.
    @Jacopo Cocchi: hai già scritto, tu o chiunque altro su AD, qualcosa riguardo ai coin-op?

  • # 6
    Jacopo Cocchi (Autore del post)
     scrive: 

    Sì “sdraiabilmente” :)

    come ho scritto le citazioni sono puramente volute ma non così esplicite.

    Il profumo del negozio di nicchia un po’vintage rappresentato dalla fiaba moderna dei Coen opposto alla massificazione consumistica un po’ volgarotta rappresentata da Cetto La Qualunque (non prendo la parte politica, ma l’icona della materializzazione di un bene diventato alla mercé e consapevolezza di tutti i potenziali acquirenti).

  • # 7
    Jacopo Cocchi (Autore del post)
     scrive: 

    la grande struttura da fiducia al cliente e crea un senso di appartenenza e deja-vu che mette a proprio agio (a differenza del negozio magari sconosciuto con una persona che non sottosta a determinate regole aziendali).
    Il rovescio della medaglia è che il locale diventa asettico, con spesso una vera e propria spersonalizzazione di chi ci lavora dentro, ammazza la curiosità di scoprire qualche novità che non sia semplicemente il prodotto da scaffale.

    x jpage89

    Dunque…i coin-op li ho menzionati spesso e volentieri (se segui il link al Neo Geo ne trovi un esempio) ma non ho vi ho mai dedicato post ad hoc se è questo che intendi.
    E’ nei piani, ma devo capire come strutturarlo perché l’argomento è decisamente complesso e va a toccare scenari hardware che sono di competenza anche di altri autori qui dentro, mi viene in mente il lavoro di Cesare per esempio.

    Pensavi o avevi qualche richiesta in particolare? Alla fine i vostri feedback sono sempre una buona base di partenza :)

  • # 8
    jpage89
     scrive: 

    Si, intendevo post ad-hoc ;)
    L’argomento mi interessa soprattutto in base a quello che erano i videogiochi prima, cioè momento di aggregazione con tanta gente anche quando il controller era di una sola persona
    Ricordo fino ai tempi della PS1 che ci riunivamo tutti insieme per giocare a Iss Pro, Tekken.. (Potrei continuare fino a domani)
    Ora, complice l’evoluzione di internet, non vedo più la stessa cosa
    Forse è anche per questo che il retrogaming entusiasma tanto: ricorda la voglia di stare insieme che ci univa giocando

    Ma qui sto andando forse troppo OT

  • # 9
    TheKaneB
     scrive: 

    @jpage89: in effetti qualcosa del genere accade ancora con i tornei a 4 su Wii Sports, oppure Mario Party :-D
    Il casual gaming continua, in parte, a preservare l’elemento dell’aggregazione sociale per divertirsi tra persone, con l’uso del videogioco quale \strumento\ per socializzare, e non come \alternativa\ alla socializzazione.

  • # 10
    phabio76
     scrive: 

    Riuscite ad immaginare quanto sarebbe bello un “negozio fisico” come questo?
    http://www.gremlinsolutions.co.uk/
    Ma dobbiamo anche essere consapevoli che è una pura utopia.

  • # 11
    jpage89
     scrive: 

    @TheKaneB certo, li si avverte ancora, ma sono giochi pensati apposta per l’aggregazione ;)
    È quando gioco con il mio amico a Monkey Island, che comunque è un gioco in singolo, che ti scappa la lacrimuccia, oppure quando vi trovate a bestemmiare insieme per gli svarioni in SuperMeatBoy

    @phabio76 per me sarebbe una manna dal cielo, visto che sto mettendo da parte i soldi per una beagleboard per farci un cabinato. Lo visiterei ad ogni ora del giorno

  • # 12
    Jacopo Cocchi (Autore del post)
     scrive: 

    sì capisco quello che intendi e sono perfettamente d’accordo.

    E, forse inconsapevolmente, ma hai centrato il punto.
    La tua generazione vive il primo momento di aggregazione da videogiocon con la PSX ma è proprio la Playstation a cambiare per sempre il volto dell’industry e trasformare quello che prima era un business sempre più grosso (ma tutto sommato ancora abbastanza da “nicchia” e “nerd”) in un fenomeno di massa, dove i padri comprano i videogiochi quasi più per sé che per i figli.

    Questo ha irrimediabilmente cambiato anche le abitudini dei ragazzi che prima si trovavano nelle sale giochi (perché Mega Drive e Super Nintendo non erano all’altezza delle prestazioni dei coin-op ed il Neo Geo era roba da ricchi appunto) e dopo nelle casa di turno tra i vari amici.

    Nel pezzo (penso venuto abbastanza bene ai tempi) in cui ho parlato proprio della strana storia del SNES-CD poi diventato PSX in realtà non ho affrontato questo aspetto pensando ad un domani dedicato ai coin-op.
    La storia del CPS fino all’epocale direi scoperta dell’algoritmo che proteggeva il CPS-3 meritano ad esempio un capitolo tutto per sé.

  • # 13
    Don Luca
     scrive: 

    Sono un (bel) pò OT ma mi chiedo se i nostri figli (o forse i loro) studieranno mai nei libri di storia qualcosa tipo “il romanticismo informatico”.

    Mi sembra davvero che si sia chiusa un’era (ormai da un pò, a dire il vero).
    E, ovviamente, non parlo solo in ambito videoludico. :P

  • # 14
    [D]
     scrive: 

    “Un dodo dell’elettronica di consumo”

    La causa dell’estinzione dei negozietti non è da ricercarsi nel digital delivery ma nell’esagerata pressione fiscale alla quale sono sottoposti.

    In democrazia, in una vera democrazia (puntualizzo perchè da qualche parte ce ne sarà ancora una e potrebbe offendersi di venire paragonata alla “nostra”), si pagano le tasse in base a quanto si guadagna e non sulla base di previsioni degne di un cartomante iscritto agli alcolisti anonimi.
    Lo Stato per garantirsi che un’attività paghi il dovuto esegue controlli costanti sul territorio, verifica di persona, ma tutto questo “costa” (o più esattamente sottrae denaro ad auto blu, biglietti allo stadio e cinema gratis, ipad a pioggia ai deputati, pu…., ski pass sul monte bianco di co.. e molto molto altro) quindi si sono inventati gli studi di settore.
    Dei calcoli statistici dicono loro, dai quali si dovrebbe dedurre se un’attività dichiara onestamente quanto guadagna, invece sono un mezzo per colpire nel mucchio e stabilire che se un’attività dichiara meno di quello che si aspettano allora sicuramente evade.
    Non esiste che semplicemente non si riesce a lavorare, non esite che ci può essere una concorrenza insostenibile (basti pensare alla continua invasione di roba di contrabbando dalla Cina filtrata come si potrebbe filtrare un batterio con il rastrello da contadino), non esiste che la gente non compra perchè magari c’è la crisi, la crisi non esiste (e te credo se vivi nel dorato mondo delle camere).
    Oltretutto se vuoi aprirti un negozio sei letteralmente pressato in ogni spesa che fai. Hai bisogno di due prese elettriche ? Pensi di comprare una ciabatta e chiuderla lì ? Ma manco per sogno ! Devi chiamare un elettricista certificato, che dovrà creare un impianto che non si vede neanche alla nasa: questi dovrà spaccare muri, pavimenti fino alla centrale e tirare tanti cavi e canaline per ogni presa che vorrai mettere. Tanto lavoro più pezzo di carta che “certifica” costa migliaia di euro.
    Devi metterti due mobili in croce ed hai sotto mano il catalogo dell’ikea ? Brucialo ! Non li guardare i tavolini da 20 euro e le scrivanie da 80: vai di mobilio per uffici, identico sputato a quello ikea ma “certificato”: altre centinaia anzi no migliaia di euro che partono, tanto che vuoi che siano, i soldi ti escono da lì dove non batte il sole.
    E poi ci sono le telecamere, le insegne, perfino i poster pubblicitari che ti danno i produttori (per questi si ringrazia sentitamente la siae) non sei libero di fare niente !
    Supponi di non riuscire a crearti letteralmente dall’oggi all’indomani un massa critica di clientela affezionata; non importa: hanno deciso che se apri un certo negozio, una certa attività sicuramente guadagni un certa cifra e tanto devi pagare di tasse. Provaci a non farlo e scattano controlli a manetta finalizzati non tanto a provare l’ovvio (non lavoro, non guadagno, ci vuole il nobel in economia per capire tanto concetto) ma a trovare ogni minima “violazione” (v. discorso dei mobili, dei poster…) per avere ragione di scucire la grana che non hai potuto pagare in altro modo. Hai comprato della roba ? Hai fatto, come si dice, “magazzino” ? Non sei riuscito a piazzarla alla fine dell’anno ? Ti tassano pure su quella perchè, non lo dicono a chiare parole ma lo sotto intendono perfettamente: partono del presupposto che tu la roba l’hai venduta senza dichiararla ! Avvii un’attività seguendo le regole perchè sei onesto e vieni trattato da delinquente !
    Trovatemi un assassino che viene trattato allo stesso modo ! Neanche un mafioso con una lista di reati lunga come la via della seta gode di tanto privilegio, ma tu negoziante sì !

    E tutto questo per pagare sperperi di denaro a iosa in quanto non ci si cura di fare le cose se si possono fare: prima si fanno e poi quando mancano i soldi, si da ordine al ministero delle entrate di alzare a muzzo le percentuali delle “statistiche”, degli “studi”…

    Alla fine sono grane a non finire e spese ancor più infinite: ma veramente, chi te lo fa fare di aprire qualcosa…
    Ci sarebbero fior di ragioni per le quali i piccoli negozi potrebbero ancora sopravvivere (una di queste proprio il fatto che molti ancora non si fidano del digital delivery, figuriamoci farsi mandare il giochino da Tokyo) ma con quella mannaia sulla testa a chi interessa ancora ?

  • # 15
    spannocchiatore
     scrive: 

    x [D]

    il tuo post ha alcuni errori. Te ne elenco alcuni.

    1. circa gli studi di settore: NON è assolutamente vero che paghi quello che risulta come reddito minimo. Con un interpello all’Agenzia delle entrate, puoi tranquillamente giustificare il fatto che hai minori introiti (e solitamente non vengono in negozio a cercare motivi). Diverso il discorso dell’ispezione delle Fiamme Gialle: paradossalmente, è meglio se trovano qualche “problema” (hanno un budget per fare ispezioni, se non trovano niente si attaccano a qualsiasi cosa col pretesto della “presunzione”, ad esempio in un ristorante, contando i tovaglioli sporchi, presumono la mole di clientela, da cui possono arrivare a dichiarare che incassi in nero). In un certo senso, a questo si ricollega la storia del “magazzino” che accennavi (se ho capito bene).

    2. Prese elettriche: la certificazione c’è, ma il lavoro dell’elettricista NON è assolutamente un lavoro che stronca un negozio (stiamo parlando al max di poche centania di euro, per lavori “grossi”, non certo il “migliaia di euro”, che spendi per fare un impianto eletrico quasi ex novo). Stessa cosa per la storia dei mobili per ufficio: una piccola start up o va di leasing (stragrande maggioranza), oppure sostiene la spesa (questa pesa, è vero). Per quanto riguarda le insegne, nella ristorazione sono i fornitori che le regalano, nell’elettronica penso che il concetto sia lo stesso. Stessa cosa dei poster

    La questione, a mio modo di vedere, è la pressione fiscale, che oggettivamente è elevata. Non è tanto la concorrenza cinese (finora in Italia la concorrenza cinese ha colpito ristorazione e vestiario in primis, nei prodotti tecnologici avanzati sinceramente non vedo invasione cinese), quanto il fatto che chi vuole cominciare un attività di vendita di videogames oggettivamente non ha futuro perchè:

    – volume di clientela bassissima: o va nei grandi centri, oppure acquisti via internet. L’autore dell’articolo, a ragione, citava ragazzini “fin troppo svegli” (non so se intendesse proprio questo);
    – costi fissi elevati: tassazione elevata (nel senso che non vi sono sufficienti meccanismi per ridurre la tassazione delle start up) unita alla mancanza di incentivi.

    Questo porta poi al fatto che il negoziante, per vivere, non può applicare prezzi aggressivi. Così la storia comincia daccapo.

  • # 16
    [D]
     scrive: 

    “Con un interpello all’Agenzia delle entrate, puoi tranquillamente giustificare il fatto che hai minori introiti (e solitamente non vengono in negozio a cercare motivi).”

    Allora, mi hanno parlato di una specie di “condono”: paghi 220 euro all’anno e questo dovrebbe parare il popò. Adesso non so quali sono le possibilità che ne permettono l’impiego, se vale per qualsiasi cifra (differenza tra statistica e reale) e se si può ripetere ogni anno all’infinito. Se così fosse, allora facciamo tutto in nero, sganciamo la “tangente” e dovremmo essere tranquilli, ma allora perchè i negozi continuano a chiudere ? Il controllo al quale ti riferisci sarebbe quello originale che dovrebbero fare veramente e continuamente, quello che “costa” perchè non garantisce di pescare malfattori (per una logica distorta delle cose, sarebbe triste un mondo di soli onesti) e quindi sparare multoni.

    “Diverso il discorso dell’ispezione delle Fiamme Gialle: paradossalmente, è meglio se trovano qualche “problema” (hanno un budget per fare ispezioni, se non trovano niente si attaccano a qualsiasi cosa col pretesto della “presunzione”, ad esempio in un ristorante, contando i tovaglioli sporchi, presumono la mole di clientela, da cui possono arrivare a dichiarare che incassi in nero).”

    Questo invece è il controllo standard con aggiunta di eventuali violazioni, come dire, di “arredamento”.

    “In un certo senso, a questo si ricollega la storia del “magazzino” che accennavi (se ho capito bene).”

    Questo è prima dei canarini ma comunque contribuisce allegramente per arrivare al punto.

    “Prese elettriche: la certificazione c’è, ma il lavoro dell’elettricista NON è assolutamente un lavoro che stronca un negozio (stiamo parlando al max di poche centania di euro, per lavori “grossi”, non certo il “migliaia di euro”, che spendi per fare un impianto eletrico quasi ex novo).”

    La sola certificazione costa “poche” centinaia di euro ma purtroppo per averla devi avere un impianto che rispetta tutta una serie di norme che non trovi in nessun negozio normale (forse solo in quelli costruiti e completamente ristrutturati da poco che per forza di cose hanno affitti stellari). Perchè in casa si fanno i ponti di prese (che alla fine sono quasi delle ciabatte) ? Proprio per sfruttare canaline e scatole di derivazione già esistenti laddove non si tratti di roba con 70 anni sulle spalle (che allora vanno cambiate per ben altre e più concrete ragioni che non un pezzo di carta) perchè non si considera accettabile l’ipotesi di spaccare muri e pavimenti fino al salvavita.
    Per un negozio invece hanno deciso il contrario tanto paga Pantalone. Evidentemente c’è l’assurda idea che se hai negozio sei un imprenditore, quindi ricco per cui puoi essere anzi devi essere livellato, meglio, laminato al suolo.

    “Stessa cosa per la storia dei mobili per ufficio: una piccola start up o va di leasing (stragrande maggioranza)”

    Leasing ? No ma scusa, una persona non ha ancora avviato l’attività, fino al giorno dell’apertura non può neanche cercarsi un cliente, sa già che per qualche assurdo disegno è già in debito con lo Stato (poi ci si chiede perchè esiste la mafia, io mi chiedo dove sta la differenza) e mi vieni a parlare di fare cambiali, di fare prestiti, mutui ? Ma non si doveva combattere l’usura (anche perchè le banche non danno soldi a chi non ne ha già di suo) ? A me sembra che invece si stia facendo di tutto per favorirla.

    Nota quando fanno le inaugurazioni dei negozi, i volantini che lasciano in giro, non ti scrivono sopra “solo per oggi sconto del x%” perchè sarebbe già reato di procacciare clienti al di fuori di un’attività autorizzata, in pratica sarebbe lavoro nero. Potrebbero stangarti anche per quello.

    “oppure sostiene la spesa (questa pesa, è vero).”

    Qualche tempo fa parlai con una persona che trent’anni orsono si aprì una gioielleria. Questa mi confidò che agli inizi, proprio per contenere le spese, per ben due anni è andata avanti con un banco di vendita costruito a mano con le cassette della frutta ed il linoleum a nascondere alla vista le varie magagne della cosa. Ha potuto lavorare, mettersi da parte due soldi, poi ha sostituito tutto ma nota bene, ha potuto lavorare.
    Adesso sia chiaro, non dico, non pretendo di fare lo stesso ma quando l’ikea mi vende i tavolini a 20 euro, le scrivanie a 90 e con 150 recupero delle ottime librerie per disporre gli articoli del negozio, non vedo perchè non posso spendere 500 euro ma devo cacciarne fuori 4/5 volte di più per avere lo stesso servizio. Non sto comprando mobilio in nero, sto andando in un negozio, con il mio acquisto pago delle imposte, sto dando del lavoro a chi l’ha costruito ed a chi lo vende, non sto rubando a niente e nessuno, cosa hanno che non va bene ? Non gli basta ? Allora faccio prima a fare tutto in nero, dal principio.

    “Per quanto riguarda le insegne, nella ristorazione sono i fornitori che le regalano, nell’elettronica penso che il concetto sia lo stesso. Stessa cosa dei poster”

    Nei bar funzionerà anche così (intendi quelle insegne dove c’è anche il nome del caffè ?), ma tutti gli altri devono farsele fare. I poster te li regalano è vero ma la siae pretende l’obolo anche su quello. Cosa centri poi il poster di thermaltake con quello di Vasco Rossi è un mistero ma guai se ti fanno un controllo e scoprono il grave misfatto di aver dribblato l’importantissima tassa.

    “Non è tanto la concorrenza cinese”

    Intendevo concorrenza cinese come importazioni di roba troppo sottocosto. Il muro di Berlino avrebbero dovuto spostarlo verso est non tirarlo giù, così non avremo avuto un’invasione di prodotti realizzati da gente sottoposta a scenari Dickensiani, mentre da noi una fabbrica deve indire referendum per strappare 10 minuti di diritti agli operai, minacciando altrimenti di chiudere baracca e burattini, condannando al fallimento intere città. Dogane, tasse, marchi CE servono fino ad un certo punto perchè per un container bloccato, ne passano altri mille a stare bassi.

    “quanto il fatto che chi vuole cominciare un attività di vendita di videogames oggettivamente non ha futuro”

    Non è solo la vendita di videogames ma qualsiasi attività di vendita. La storia del mobilio acquisterebbe un significato se parlassimo di una macelleria/pescheria: lì ci sono norme igienico/sanitarie che non si possono ignorare ma in un negozio di videogames, informatica e tante altre categorie “pulite” non hanno assolutamente senso di esistere.

    “volume di clientela bassissima: o va nei grandi centri, oppure acquisti via internet.”

    Quando compravo i giochi per Dreamcast i grandi centri si ostinavano ad offrire sega rally 2, buggy heat e pen pen: se volevo roba nuova dovevo andare per forza nel negozietto quindi in realtà uno spazio di manovra c’è. Il problema è che non ci arrivi, t’hanno già strozzato prima. Se pensiamo che le spese di cui abbiamo parlato fino adesso non hanno riguardato un solo prodotto da mettere in vendita ma solo il contorno, c’è da mettersi a piangere.

    “L’autore dell’articolo, a ragione, citava ragazzini “fin troppo svegli””

    Penso intendesse quelli che scaricano ma del resto cosa vogliamo rimproverargli ? Una volta un proprietario di negozio, poteva avere tre figli, mantenerli alla scuola privata e comprare ad ognuno le scarpe di marca nel negozio in centro. Adesso se ne mantiene uno deve già ringraziare, altro che il giochino originale da 60 euro… Ogni scappatoia è buona per mantenere un finto senso di “stabilità economica”.

    “(nel senso che non vi sono sufficienti meccanismi per ridurre la tassazione delle start up)”

    Qualcosina c’è ad esempio gli studi di settore non si applicano il primo anno, peccato che non lo puoi passare a fare accumulo di denaro perchè sei ancora lì che paghi l’elettricista, il mobilificio, l’insegna, non scordiamoci la mitica siae, poi tizio, caio, sempronio…
    Ci sono poi delle percentuali dove, se si guadagna molto meno di una certa cifra, allora si riescono ad evitare alcune tasse ma siamo al livello di abbuono del canone rai per l’anziano gambizzato che tira avanti con 3000 euro all’anno, praticamente impossibile oltre che inutile.
    Ci sono regioni e province che offrono dei prestiti ai giovani per avviare un’attività soltanto che poi salta fuori che i soldi prima li devi mettere fuori per intero te, poi loro, con calma valutano, spulciano fattura per fattura, cosa rimborsarti o meno ed intanto ti mettono nelle mani delle banche perchè di debiti non ne hai già accumulati abbastanza per questa tua fissa di aver voluto fare le cose in modo pulito.

    “Questo porta poi al fatto che il negoziante, per vivere, non può applicare prezzi aggressivi. Così la storia comincia daccapo.”

    No. Ancora un po’ e qui finisce come in Tunisia, poi è la volta buona che quel carrozzone dell’euro crolla e dopo ci divertiamo tutti quanti…

  • # 17
    Bitte
     scrive: 

    Ho gestito un negozio di videgiochi praticamente per 15 anni (dal 2011 rimarra’ solo il sito internet), e preciserei alcune cose.

    1)Lo stato:

    Le spese sono note, la volubilita’ delle legge anche, ma nessuna Ti/Ci obbliga a fare il negoziante in Italia, prima di aprire sai a cosa vai incontro. Quello che irrita che il fisco e’ cosi complicato che bisogna pagare qualcuno per non sbagliare (e a volte si sbaglia lo stesso)

    2)Primi investimenti:

    Aprire un negozio con zero fondi non si puo’, gli standard sono diventati mediamente elevati, si deve pensare in termini di layout, marketing, servizi, publicita’ sul territorio, magazzino, invenduto etc etc.
    Se e’ necessario per aprire un negozio conformarsi a delle norme non ci si puo’ tirare indietro, come detto, lo si sa prima, oltretutto sono tutte spese che sono scaricabile, il problema non esiste. Le Banche non sono enti di benificenza, devo dare i soldi a quelli che possono, in elevata percentuale, ridarli. Visto che e’ successo con i Subprime? L’Europa non e’ andata a fondo perche’ le banche sono molto piu’ accorte che altrove.

    3)Concorrenza:

    Qui iniziano le note dolenti, la concorrenza e’ l’anima del commercio, quella leale pero’.
    In Italia e’ un tutto contro tutti salviamo la barca si salvi chi puo’ (tutto d’un fiato), colpi bassi, sottocosti, dumping, accordi sottobanco, cartelli, favoritismi, esclusione da certi tipi di merce, esclusive pilotate che hanno dell’ incredibile, cupola di dirigenti che e’ quella da venti anni, giri di poltrone, dayone saltati, contratti tutto dovere e niente diritto, price protection inesistente…e posso continuare dieci minuti.

    4) Illegalita’ Fiscale:

    In Italia si ha la capacita’ di avere la mano dura con le entita riconoscibili e non fare nulla per quelle un po’ piu’ defilate, e’ un nostro dono.
    Nello stivale il 60-70% del venduto di Elettronica di consumo e telefonia e’ frutto di Girelli-Giostre-Saltafossi, l’iva non la paga nessuno, tutto transita per San Marino, Nella dolce repubblica tutti lo sanno, l’illecito tanto viene commesso in territorio Italico, ci si mettono anche noti distributori Francesi che fanno dropshipping, Ebay che sulla transazione illecita ci campa, ed i vari sitarelli importini da struscio.
    Non pensiate che ci siamo i supervirtuosi, anche delle insegne insospettabili si servono in questa maniera.

    5)Pirateria:

    Ma io non danneggio nessuno!!, sbagliato, invece si danneggia tutti. Il mercato dei Videotecari ha perso in due anni una cosa come 15.000 posti di lavoro, gli studi di sviluppo Videogiochi chiudono che un piacere, tutto si sta accorpando in poche mani e questo distrugge l’indipendenza e l’innovazione, sempre i soliti titoli.
    Si usano scuse risibili per giustificare il fatto che e’ bello giocare e vedere senza pagare. L’unico modo civile di protestare per un prezzo troppo alto e non comprare, non comprare in massa.

    varie ed eventuali, ma ho gia scritto troppo!

  • # 18
    [D]
     scrive: 

    “ma nessuna Ti/Ci obbliga a fare il negoziante in Italia”

    Nessuno ti obbliga a lavorare, ma se vuoi portare la pagnotta a casa e non morire di freddo inverno, qualcosa devi fare e dal momento che sul fronte occupazionale come dipendenti ci sarebbe da scrivere un libro lungo tranquillamente il doppio, tanti pensano e tentano il lavoro in proprio. Visto e considerato che da una parte non si riesce e dall’altra si fallisce ti riporterò cosa mi ha detto un conoscente che s’è aperto da un anno il negozio di computer con mano che batteva sulla tasca dei pantaloni e dopo una lunga storia di come si può rischiare il fallimento nonostante incassi spettacolari: “quando facevo le cose in nero, incassavo di meno, ma il guadagno finiva tutto qui”.

    “Aprire un negozio con zero fondi non si puo’, gli standard sono diventati mediamente elevati,”

    Ok ma allora, chi questi soldi non ce li ha (e sono in tanti) cosa può fare dal momento che spesso non si riesce a trovare neanche un lavoro da dipendente che potrebbe acconsentire di accumulare qualcosa per tentare il colpo ?
    Aspetta di fare sei al superenalotto ? Va a rubare ? Spaccia ? Hai detto che le banche si guardano bene dal prestare a chi non da garanzie: allora si spinge veramente la gente a rivolgersi agli strozzini. (che poi sta cosa delle garanzie è assurda, la banca deve valutare le oggettive possibilità di crescita dell’attività e non se l’imprenditore ha una casa che gli può portare via)

    “Qui iniziano le note dolenti, la concorrenza e’ l’anima del commercio, quella leale pero’.”

    Su questo sono d’accordo ma con una piccola precisione: non sempre, anzi sempre di meno, la concorrenza sleale nasce da un insito problema di disonestà della gente ma da una necessità di sopravvivenza. Un’attività dovrebbe fallire a causa del rischio di impresa determinato da scelte di gestione sbagliate (il classico “tentare di vendere frigo agli Eschimesi”) e non perchè lo stato t’attacca alla schiena, dal dayone, una sanguisuga che ti caverà sangue peggio che ad una rapa. Così facendo è ovvio che si spinge la gente a cercare di svolgere attività in nero con tutte le ricadute del caso.

    “Illegalita’ Fiscale”

    Delle due, l’una. Vuoi il negozietto sotto casa ? Allora o lo stato lo mette in condizione di poter operare o questo deve arrangiarsi. Una volta, una famiglia, con il sudore della fronte si apriva un negozio e riusciva a mantenersi per intero: genitori e figli, tanti figli. Il negozio era un patrimonio mentre adesso è una maledizione.
    Dici tanto di ebay, ma lo devono fare santo quel sito !
    Se voglio una batteria nuova ed originale per il cellulare, là sopra la trovo con meno di dieci di euro, spedita dalla Slovenia, mentre la stessa nella grande distribuzione (che quindi dovrebbe costare di meno) viene almeno sette volte più cara. Dal momento che sono uscite dallo stesso stabilimento, come si spiega l’enorme divario di prezzo semplicemente saltando un confine ?

    “Ma io non danneggio nessuno!!,”

    Scusa tanto ma prima di lamentarti dei piratozzi che scaricano, lamentati con la tua categoria che per anni ha banchettato vendendo a centinaia di milalire mod per la psx e tutte le altre console. Su internet lo stesso modchip te lo tiravano dietro a dieci dollari ma quando si passava dal negozio che senza remora esponeva il cartello “si fanno modifiche” si mettevano a volare i biglietti da centomila perchè si trattava di un “investimento”.
    Avete contribuito voi per primi a diffondere la cultura dell’illegale nel mondo dei videogiochi. Adesso non potete venire a lamentarvi se il bimbetto delle elementari, allora pirata che comprava dal vucumprà, è cresciuto ed ha scoperto internet e l’adsl. Sono sicuro che se lo status quo si fosse mantenuto con le modifiche a trecento sacchi, ti saresti dimenticato del quinto punto. Un po’ di coerenza pls.

  • # 19
    Bitte
     scrive: 

    @[D]
    Qui ti sbagli, perche’ “la mia categoria” non e’ la categoria che vende chip e ciop , R4, Bancali di dvdr, modifiche ps3 etc etc.
    La mia categoria e’ quella che ha investito migliaia di euro in software originale e si e’ dovuta stokkare tutto.
    Ripeto, il commercio non e’ il solo lavoro possibile in Italia.

  • # 20
    spannocchiatore
     scrive: 

    x Bitte

    Aggiungo un solo una cosa:

    2. Primi investimenti
    Secondo me manca una politica di concorrenza dei “fornitori” di giochi, nel senso che non è il fornitore che cerca il negoziante, ma il contrario. Se fosse il fornitore a cercare, comincierebbe a creare incentivi (quindi il credito bancario non sarebbe più un peso, o comunque molto meno dolente).

  • # 21
    [D]
     scrive: 

    “Qui ti sbagli, perche’ “la mia categoria” non e’ la categoria che vende chip e ciop , R4, Bancali di dvdr, modifiche ps3 etc etc.”

    Insomma categoria a socio unico perchè fino a quando non hanno fatto la legge che vietava la vendita di modchip la pacchia è andata avanti a iosa.
    Tra chi metteva il cartello che faceva le modifiche e chi vendeva direttamente xbox ed r4 farcite di giochi come dei cannoli, c’era veramente da perdersi.

    “Ripeto, il commercio non e’ il solo lavoro possibile in Italia.”

    Qualsiasi attività autonomia è stracarica delle stesse gabole fiscali di chi commercia quindi alla fine l’alternativa è mettersi a coltivare maria sul terrazzo… -__-

  • # 22
    TheKaneB
     scrive: 

    Beh, si può sempre puntare sull’organizzazione di festini, a quanto pare vanno di moda nelle ville dei nostri politici… bisognerebbe trasformarlo in un vero mestiere (da farsi in parallelo alla coltivazione della mar…basilico in terrazzo) :-D

  • # 23
    Andrea2001
     scrive: 

    Tasse, normative, banche, lobbies… secondo me la fate troppo complicata. E’ tutto molto più semplice.

    La distribuzione ormai è in mano ai grandi gruppi in quasi tutti i settori tramite negozi di proprietà o franchising. I negozianti classici restano solo nei settori di nicchia, come l’abbigliamento di fascia alta. Conoscete un negozio di intimo “normale” che non sia Intimissimi, Yamamay, Tezenis, etc? Andate in negozi di elettronica che non siano Mediaworld, Trony o Saturn? Se non siete superappassionati di hi-fi dubito che andiate in negozi diversi.

    I grandi gruppi hanno più potere contrattuale e finanziario per questo schiacceranno sempre i piccoli venditori. Giusto o sbagliato è così.

    In teoria potrebbero restare le nicchie… ma non siamo più negli anni 80, ormai hardware e software sono quasi sempre lanciati a livello globale. E dove non lo sono c’è internet.

    Insomma non c’è bisogno di tirare in campo tasse od altro.

  • # 24
    [D]
     scrive: 

    “E’ tutto molto più semplice. ”

    Infatti, fare tutto in nero. Da noi certe rivolte non sono ancora scoppiate un po’ perchè non ci siamo ancora (ma è questione di poco) e poi perchè esiste un nutrito sottobosco che permette a quelli più intraprendenti di galleggiare ma succeda mai che pure qui si mettono a fare com’è successo con gli abusivi (non certo per scelta) tunisini…

  • # 25
    Andrea2001
     scrive: 

    @D

    ma stai intervenendo sull’argomomento, che ricordo essere “i negozi di videogiochi di un tempo, o stai dando risposte generiche. Cioè tu pensi che le ragioni della scomparsa dei negozietti di videogiochi sono normative e fiscali? Possibile che non rilevi un certo cambiamento del mercato dei videogiochi e della distribuzione? Secondo il tuo ragionamento anche i negozi di dischi chiudono per colpa dello stato.

  • # 26
    Andrea2001
     scrive: 

    @D

    ma stai intervenendo sull’argomomento, che ricordo essere “i negozi di videogiochi di un tempo”, o stai dando risposte generiche. Cioè tu pensi che le ragioni della scomparsa dei negozietti di videogiochi sono normative e fiscali? Possibile che non rilevi un certo cambiamento del mercato dei videogiochi e della distribuzione? Secondo il tuo ragionamento anche i negozi di dischi chiudono per colpa dello stato.

  • # 27
    spannocchiatore
     scrive: 

    x Andrea2001

    Secondo me, proprio nel mondo dei videogame il negozietto riuscirebbe ancora a cavarsela, in quanto il prezzo degli articoli è deciso “dall’alto”, pertanto la differenza la fanno principalmente la quantità di articoli che puoi vendere e l’aspetto eprsonale della vendita.

    Nella realtà il negozietto muore ANCHE per aspetti fiscali e normativi (è innegabile che la pressione italina sia elevata, così come la normativa da seguire che fa alzare i prezzi, io non sono d’accordo sulle cifre di D, però il balzello c’ e risulta pesante, come sostiene Bitte), ma, ripeto, sono soprattutto i costi fissi da sostenre per il negozietto che uccidono la categoria (le grandi distribuzioni riescono a cavarsela non soltanto per le economie di scala che riescono ad attuare, ma soprattutto per la grossa liquidità a disposizione, grazie al quale possono investire di più rispetto al semplice negozietto).

    Bitte, però, ha tirato fuori un argomento secondo me poco battuto: la concorrenza tra negozietti. Vista l’evidente posizione dominante della grande distribuzione, non capisco perchè i negozietti non si uniscano in cooperative-consorzi, o comunque facciano squadra.

  • # 28
    Bitte
     scrive: 

    @spannocchiatore
    Perche’ l’Italiano e’ una cane sciolto, ed il commerciante italiano questa filosofia se la vive tutta, non sappiamo aggregarci, le cose poi ci vengono imposte dall’ alto tramite format e modelli stranieri.
    Ognuno pensa al proprio pixel e non si ha l’immagine completa, prima l’indipendente era il 40% del mercato, adesso siamo a non piu del 5%. le ultime aggregazioni forzose (GAMELIFE, GAMESBOND, OPENGAMES)sono tutte guidate o dalla disperazione o dall’ illusione di consegnare un gruppo di negozi al prossimo straniero (GAME UK). Queste insegne partono comunque da un distributore che cerca di arginare la perdita di clienti, non da vero scatto di reni per creare qualcosa di alternativo. A volte purtroppo va cosi, non si puo’ fare nulla, lo stato certo non aiuta e nel momento di difficolta ti fa pendere il piatto della bilancia verso la chiusura, ma questo e’ il mercato in questo momento, non conviene continuare, se l’unica molla deve essere il portare il cibo nel piatto,in qualunque modo possibile, ed infoltendo la schiera di quelli che hanno contribuito al tracollo non ci sto.
    Certo io non li condanno, perche’ a volte l’illegalita’ e’ l’unico modo di combattere questa “evil corpration” che e’ diventato il commercio in Italia, quando vedi che tutti si possono permettere di fare tutto e lo stato e’ forte coi deboli e debolissimo coi forti, le idee strane ti vengono, ma son momenti.

  • # 29
    [D]
     scrive: 

    “le ragioni della scomparsa dei negozietti di videogiochi sono normative e fiscali?”
    “Secondo il tuo ragionamento anche i negozi di dischi chiudono per colpa dello stato.”

    Secondo il mio ragionamento tutte le piccole attività che non hanno alle spalle un budget in proporzione enorme da investire a fondo perduto (letteralmente da buttare nel cesso) sono destinate a fallire. Sopravvivono giusto (e bisogna vedere per quanto) i negozi di abbigliamento e scarpe (oltre i classici tabaccai, giornalai e distributori di benzina) perchè, a differenza di molti altri negozi, a cominciare proprio da quelli di videogiochi/computer, possono fare ricarichi enormi: infatti sono gli unici che fanno i saldi al 70% continuando ancora a guadagnarci.
    Le cose che ho elencato prima sono un piccolo riassunto di cosa ho imparato in questi anni, mettendo insieme i pezzi, chiedendo informazioni a più livelli, quando avevo l’intenzione di aprirmi un negozio proprio ci computer e videogiochi. Ogni volta che finivo di parlare con il responsabile dell’agenzia delle entrate, responsabili dell’ascom, commercialisti e via fino con negozianti che si erano proprio aperti il negozietto dei miei sogni, uscivo con i capelli più dritti e più bianchi della volta precedente.
    Pensa che per aprire un miserabile bilocale con una vetrina, a causa di tutte ste gabole, partono in un anno dalle 30000 alle 50000 euro. Parlavo proprio con un amico che è riuscito ad aprirsi il negozio e questi mi confidava di “andare sotto” ogni volta che pagava le tasse, nonostante incassasse 10000 euro al mese. Ma dico, ti pare normale ?

    “non capisco perchè i negozietti non si uniscano in cooperative-consorzi, o comunque facciano squadra.”

    Probabilmente perchè non esistono normative che favoriscono la cosa. L’unica possibilità probabilmente passa dalla formazione di una società e probabilmente se si pensa di fare così, da qualche parte scatta un balzello extra perchè chissà cosa si pensa possa fare una “società” (sullo stile dell’Ing. Cane, reimpiegato al ministero delle entrare: millemila affari, millemilamilionidimiliardi di pere dentro la grappa)

  • # 30
    vond
     scrive: 

    Scusate se sono OT..
    La foto presente in testa all’articolo non è di un negozio giapponese come molti potrebbero immaginare, ma di un piccolo negozio europeo gameover.nl situato nel centro di amsterdam!
    Potete immaginare il mio stupore quando mi sono imbattuto nella loro vetrina! Non un negozio, un museo con decine di console di tutte le epoche perfettamente funzionanti collegate a monitor crt!
    cartucce e periferiche di ogni tipo (ricordate r.o.b. per nes? e i game&watch?)catalogate con ordine e testate una ad una e con prezzi tutto sommato accettabili.
    Dopo essermi asciugato le bave chiedo al negoziante da quanto sono aperti e come vanno gli affari, lui mi risponde che sono aperti da quasi 10 anni e che gli affari vanno bene perchè in olanda retrogaming e flipper sono molto apprezzati!
    Ve lo vedete voi un negozio nel centro di milano che vende esclusivamente giochi e console vecchi di 20 anni?

  • # 31
    [D]
     scrive: 

    Sarò qualunquista ma qualcuno mi spieghi perchè una persona dovrebbe lavorare entro i limiti imposti dalla legge e soprattutto pagare le tasse.

    Per questa roba qua ?

    http://www.adnkronos.com/IGN/News/Politica/Mentre-alla-Camera-si-vota-su-Bondi-il-deputato-va-a-caccia-di-escort-sul-web_311621214345.html

    Ed io che mi ponevo il dubbio riguardo a come l’avrebbero usato l’ipad…

Scrivi un commento!

Aggiungi il commento, oppure trackback dal tuo sito.

I commenti inseriti dai lettori di AppuntiDigitali non sono oggetto di moderazione preventiva, ma solo di eventuale filtro antispam. Qualora si ravvisi un contenuto non consono (offensivo o diffamatorio) si prega di contattare l'amministrazione di Appunti Digitali all'indirizzo info@appuntidigitali.it, specificando quale sia il commento in oggetto.