di  -  martedì 11 gennaio 2011

Pubblichiamo un guest post di Fabio Bonomo

Crittografare un messaggio è un’esigenza antica quanto la scrittura stessa, e credo che tutti noi almeno una volta nella vita ne abbiamo sentito la necessità (l’alfabeto farfallino vi ricorda qualcosa?). E’ per questo che fior di matematici si sono sempre impegnati a trovare un metodo affidabile per scambiare messaggi segreti, soprattutto oggi nell’era della tecnologia e dei computer.

Il cifrario (l’algoritmo utilizzato per eseguire operazioni di cifratura e decifratura) perfetto esiste già da tempo e prende il nome di “Cifrario di Vernam”, dal nome di quel maggiore dell’esercito statunitense che lo ideò nel 1918 a partire dal cifrario di Vigenére. In breve, questo metodo prevede l’uso di una chiave casuale ed utilizzabile una sola volta (OTP) lunga quanto il messaggio stesso, il che chiaramente lo rende poco pratico quando si tratta di cifrare documenti di migliaia di pagine!

Qualsiasi sia il cifrario utilizzato però, sia esso perfetto o no, il vero problema è sempre lo stesso: lo scambio della chiave tra mittente e destinatario. E’ proprio in questa fase che un eventuale malintenzionato agisce, anche perché se il messaggio è cifrato con una chiave sufficientemente lunga e complessa, la sua decifratura può essere impossibile, nella scala dei tempi umana, anche con le moderne CPU/GPU.

Ribadiamo il concetto: è lo scambio della chiave il problema, ed è qui che bisogna intervenire per rendere tutto a prova di cracker. Uno degli approcci più famosi ed utilizzati per ovviare al problema è la cifratura asimmetrica, un geniale metodo che prevede l’uso di due chiavi differenti, ma matematicamente legate, per cifrare decifrare. La chiave per cifrare è pubblica e può essere scambiata anche in chiaro senza rischi per la sicurezza, mentre la chiave per decifrare è segreta ed è in possesso solamente del destinatario.

Anche se a prima vista questo metodo può sembrare infallibile, ci sono alcuni problemi, come l’autenticità della chiave pubblica, che non sono risolvibili se non aggiungendo ulteriori passaggi al cifrario. Tant’è vero che anche software come PGP (uno dei programmi più diffusi per cifrare asimmetricamente) consigliano il contatto fisico o vocale per autenticare, tramite hash (una sorta di impronta digitale che non permette di risalire ai dati di origine), la chiave pubblica. Questi step aggiuntivi spesso sono impraticabili, e non affidabili se non si conosce di “persona” colui che ci ha fornito la chiave pubblica.

Tutti gli altri approcci, che si basano su procedure simmetriche, cioè dove la stessa chiave è utilizzata sia per cifrare che per decifrare il messaggio, devono contare invece solamente sullo scambio sicuro della chiave. Ma se davvero esistesse un canale sicuro per scambiare una chiave, allora lo stesso canale potrebbe essere usato per scambiare il messaggio stesso!

Il contatto “fisico” per lo scambio della chiave rimane ancora il metodo più affidabile. Esiste ad onor del vero lo scambio di chiavi mediante Diffie-Hellman, un procedimento che permette di stabilire una chiave simmetrica senza la necessità che la stessa sia trasmessa lungo canali insicuri. Il problema è che in ogni caso questo elegante procedimento matematico è vulnerabile agli attacchi “Man in The Middle”, quelli cioè in cui un cracker cerca di sostituire la chiave pubblica originaria con la sua. Questo perché è comunque necessario che mittente e destinatario si scambino una serie di informazioni per “costruire” la chiave simmetrica.

Come può la meccanica quantistica aiutarci a creare un canale sicuro? E come può un fascio di fotoni aiutarci a cifrare un messaggio? L’idea poggia le sue basi su uno dei pilastri della fisica quantistica:  il  principio di inderminazione di Heisenberg. Questo principio dice, in  breve, che non è possibile conoscere contemporaneamente coppie di proprietà quantistiche delle particelle elementari (ad esempio sapere velocità e posizione di un fotone).

E c’è una conseguenza molto importante: nel momento in cui cerchiamo di misurare una certa proprietà con precisione, ad esempio la velocità, inevitabilmente alteriamo il sistema perdendo la possibilità di calcolarne la posizione od altre proprietà correlate. Insomma, ogni “lettura” modifica gli stati quantistici originari definitivamente.

Il perché funzioni davvero così è un annoso problema della fisica, al punto che personaggi del calibro di Einstein, deterministico per eccellenza, hanno lavorato per confutare il principio adducendo una mancanza di precisione degli strumenti a nostra disposizione nel calcolare e/o trovare variabili nascoste, ma le numerose prove sperimentali non lasciano dubbi: la meccanica quantistica è intrinsecamente probabilistica.

Come detto qualche paragrafo più sopra, un buon metodo per decifrare un messaggio segreto è quello di mettersi nel bel mezzo della comunicazione tra mittente e destinatario e captare la chiave di cifratura (o nel caso di cifratura asimmetrica sostituire la vera chiave con una fasulla). Che metodo hanno i due attori della conversazione per capire se qualcuno stia per caso origliando? Nessuno! Ed è qui che la meccanica quantistica entra in gioco.

Se riuscissimo a scambiarci una chiave “fatta” di fotoni (od altre particelle a vostra scelta) ed utilizzassimo una certa proprietà (lo spin) per assegnare ad essa la sequenza di bit (0 ed 1) che la compone, allora potremmo dire con sicurezza (in base a quanto assunto dal principio di indeterminazione) che se un cracker si frapponesse tra me ed il destinatario e tentasse di leggere la chiave, questi la altererebbe inevitabilmente ed io sarei in grado di accorgermene.

A questo punto potrei chiamare il mio interlocutore ed avvisarlo tempestivamente stoppando la comunicazione. Sulla base di queste idee, nel 1984 due studiosi, Charles Bennett e Gilles Brassard, idearono l’algoritmo BB84, grazie al quale, sfruttando la lettura dello spin di un fascio di fotoni, è possibile ricavare una chiave binaria da utilizzare per cifrare un messaggio.

In questa sede è sufficiente sapere che mittente e destinatario riescono a ricavare la chiave binaria, confrontando i risultati sulla misura dello spin di un fascio di fotoni. Semplificando e tralasciando alcuni dettagli, i quali rimangono comunque cruciali per il corretto funzionamento, il mittente polarizza una serie di fotoni in un certo modo e li invia al destinatario. Questi leggendone la polarizzazione si annota i risultati, e confrontandosi con quanto fatto dal mittente è possibile ricavare una chiave binaria.

E’ ovvio che se i dati non coincidono vuol dire che il sistema è stato alterato e quindi intercettato da un terzo attore. Questa è la base teorica, e come potete osservare è perfettamente sicura, non c’è modo per un cracker di intercettare la chiave senza farsi scoprire.

Abbiamo quindi creato un canale sicuro per scambiare un chiave simmetrica? Se vivessimo in un universo ideale la risposta sarebbe assolutamente si. Ma c’è un problema. Non siamo ancora in grado di isolare dall’esterno al 100% il nostro sistema per lo scambio di chiavi quantistiche (QKD), e pertanto dobbiamo necessariamente tollerare un certo margine di errore (pari al 20% secondo le moderne stime dei fisici) nella generazione della nostra chiave.

Questo perché sia quando il mittente polarizza i fotoni sia durante la trasmissione degli stessi, questi vengono inevitabilmente a contatto con tutte le altre particelle presenti nell’ambiente circostante, le quali interagendo con le nostre introducono errori impredicibili di lettura.

Secondo quanto pubblicato in questo articolo, un team di fisici capitanati da Hoi-Kwong Lo dell’università di Toronto, è riuscito a sferrare un attacco ai sistemi QKD commerciali (ad esempio l’ID-500) sfruttando il fatto che, a causa della tolleranza all’errore necessaria, si può captare la chiave introducendo nel sistema una quantità di errori quantificabili in un 19.7%, e poiché non è possibile distinguere tra errori di lettura introdotti dall’ambiente da quelli generati da un “origliatore”, la chiave risulterà valida.

Più precisamente Hoi-Kwong Lo è riuscita a captare informazioni sulla chiave inserendosi nel processo di polarizzazione dei fotoni che avviene quando il mittente sta “costruendo” il fascio da inviare al destinatario. L’invincibile crittografia quantistica è stata sconfitta! In realtà però non è stata battuta la teoria, che come abbiamo visto è assolutamente sicura ed inviolabile, quanto la sua applicazione pratica con BB84: parafrasando una famosa frase di Bohr rivolta ad Einstein: “Dio sa benissimo cosa fare con i suoi dadi”. Piuttosto, aggiungo io, siamo noi umani che non li sappiamo sfruttare a dovere!

In realtà esiste un procedimento differente che non si basa più sull’algoritmo BB84 ma su quello che viene chiamato protocollo di Ekert. L’Exploit di Hoi-Kwong Lo non avrebbe effetto su un sistema QKD basato su questo metodo, anche se sono certo che con opportune modifiche potrebbe risultare efficace. Prima di capire di cosa si tratta, dobbiamo introdurre un nuovo concetto molto importante per la fisica quantistica: l’entanglement.

Secondo questo curioso fenomeno fisico, due “nate” in particolari condizioni, presentano delle proprietà che risultano correlate anche se si trovano a milioni di anni luce di distanza. Prendiamo ad esempio una coppia elettroni che sono sullo stesso orbitale di un atomo: essi dovranno necessariamente avere spin opposto, ed essendo entangled se uno dei due cambia spin l’altro farò lo stesso. Immaginiamo ora di prendere uno di questi due elettroni e portarlo nella galassia di Andromeda mentre il suo gemello rimane qui sulla terra: se cambia lo spin di uno dei due anche l’altro, istantaneamente ed indipendentemente dai 2,5 milioni di anni di distanza che li separa, cambierà il proprio spin ad una velocità superiore a quella della luce.

Questi aspetti che rendono lo spazio non locale sono davvero interessanti e sono anche alla base del teletrasporto quantistico, ma qui non proseguiamo oltre in quanto tutto ciò che ci serve per capire cos’è il protocollo di Ekert lo abbiamo imparato. Nel 1991 Artur Ekert propose il suo metodo per lo scambio di chiavi quantistiche, che consiste nell’inserire una sorgente di fotoni entangled tra mittente e destinatario e di sparare i fotoni “gemelli” ad entrambi.

Sia il mittente che il destinatario, all’atto di leggere lo spin dei fotoni misureranno esattamente lo stesso valore, e dopo una serie di procedimenti matematici è possibile ottenere una chiave binaria senza passaggio di informazioni,. Anche in questo caso viene considerata una tolleranza del 20% dovuta al “rumore” di fondo. A questo punto torna in auge il principio d’indeterminazione: se un attaccante si è frapposto tra la sorgente ed uno dei due soggetti primari, ci si accorgerà inevitabilmente dell’azione fraudolenta e la chiave sarà rigettata. Abbiamo quindi migliorato la situazione grazie ad Ekert? Forse si, anche se come confermato da un articolo apparso su Nature (consultabile qui) è stato scoperto un’altro hack, questa volta di fattura più “pratica” che teorica.

Vadim Makarov ed i suoi colleghi dell’università delle scienze in Norvegia, hanno ideato un sistema che garantisce di conoscere tutti i bit della chiave senza aggiungere nessun tipo di rumore, evitando quindi di superare il fatidico 20% di tolleranza. Se vi state chiedendo quale ingegnoso metodo e quale incredibile equazione abbiano ideato siete fuori strada. Makarov si è accorto che inviando un fascio laser di 1 milliwatt verso il rilevatore del destinatario (o del mittente se avessimo a che fare con un protocollo di Ekert) esso diventa “cieco” allo spin dei fotoni e restituirà sempre come valore 1.

Detto questo è sufficiente che il contraffattore inserisca un suo rilevatore di polarizzazione nel mezzo, e per non alterare il sistema, ogni volta che riceve un fotone che da come risultato 1 se lo annota ed invia il “raggio accecante” verso il vero rilevatore, che non potendosi accorgere di nulla registrerà comunque il valore corretto di spin, cioè 1.  A questo punto sia il destinatario che il malintenzionato avranno la chiave corretta, e non essendo stato generato con alcuna aggiunta di rumore di alcun genere essa è da ritenersi sicura.

Questo hack si applica sia ai sistemi ID-500 che a quelli MagiQ (che sono i sistemi QKD commerciali più diffusi). Certamente questo sistema di elegante ha ben poco bisogna ammetterlo, ma ci permette uno spunto di riflessione importante: per quanto possa essere complesso e teoricamente sicuro c’è sempre un angolo scoperto e sfuggente che può essere utilizzato per bypassare il sistema. Anche se stiamo parlando di questioni fortemente teoriche ed astratte, non bisogna mai tralasciare il fatto che viviamo in un mondo fatto di cose materiali: al di là dei principi di inderminazione e dell’entanglement quantistico, tutto deve sempre fare i conti con l’intrinseca imperfezione della sfera umana.

E voi cosa ne pensate? Credete che i vostri dati in rete siano sicuri?

27 Commenti »

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  • # 1
    Fog76
     scrive: 

    Interessantissimo, davvero!!! Ottimo articolo; comunque non credo che i dati in rete siano al sicuro, nè mai lo saranno e non sono neanche convito che, in realtà, si desideri tutta questa sicurezza ;-)

  • # 2
    Mith89
     scrive: 

    Mi sfugge una cosa: il fenomeno dell’entanglement consiste nel fatto che due particelle “presentano delle proprietà che risultano correlate anche se si trovano a milioni di anni luce di distanza” e fin qui tutto ok, ma allora come può il malitenzionato agire sulla comunicazione se questa è automatica (non passa via cavo, etere, ecc)?

    comunque complimenti per l’articolo molto chiaro nonostante la materia

  • # 3
    Andrea Del Bene
     scrive: 

    I fotoni entangled sono effettivamente l’unico modo conosciuto che, almeno a livello teorico, consente di creare un cifrario perfetto,

    Si tratta però di un cifrario simmetrico, senza chiave pubblica e privata. Mi chiedo quindi se qusta tecnologia possa essere usata anche per costruire cifrari che permettano la firma e la non repudiabilità di un documento (come RSA)

  • # 4
    Fabio Bonomo
     scrive: 

    @Mith89: Il tuo dubbio è legittimo, considera però che i fotoni entangled devono avere un origine comune e che devono essere trasmessi ai rilevatori per poterne leggere lo spin. Pertanto è vero che è “automatico”, ma comunque una trasmissione è sempre presente ed è li che il cracker si intromette per realizzare il suo hack. Come sottolineo alla fine dell’articolo, la pratica è molto indietro rispetto alla teoria.

    @Andrea Del Bene: Io credo che a livello teorico sia possibile usare questa tecnologia per gli scopi che proponi, perchè anche se la chiave di “fotoni” è simmetrica, il canale sicuro che abbiamo creato potrebbe essere utilizzato per scambiare chiavi asimettriche. Detto questo però all’atto pratico credo che una sua realizzazione di massa sia ancora molto lontana dalle nostre capacità attuali.

  • # 5
    goldorak
     scrive: 

    @ Andrea del Bene : anche un “one time pad cipher” e’ quanto di piu’ sicuro possa esistere, almeno in via teorica. Senza parlare che la crittografia a chiave pubblica/privata e’ estremamente sicura, anzi e’ cosi’ sicura che a meno di “errori o sviste” nella implementazione (cfr caso Sony con la playstation 3) e’ computazionalmente impossibile risalire alla chiave privata.
    Quindi si, credo che i miei dati in rete siano sicuri, questo pero’ se ci limitiamo a considerare l’aspetto prettamente tecnologico della questione.
    Poi quando si legge di gente che allegramente da la propria username/password in seguito alla e-mail ricevuta dalla propria banca si capisce come il problema vero sta da tutt’altra parte. ^_^

  • # 6
    Nat
     scrive: 

    Articolo molto interessante. Io credo che i miei dati siano abbastanza sicuri, sono consapevole che esistono mezzi e tecnologie per violarli, ma il rapporto (valore dei dati)/(tempo + risorse necessari per decifrarli) rende molto basso il rischio, almeno per l’utente comune.
    Francamente temo di + le tecniche “+ semplici”, ad esempio lo sfruttamento di plugin corrotti o di falle nei browser.

  • # 7
    marcello
     scrive: 

    @goldorak

    Anche se e’ “estremamente sicura” rimane pur sempre vulnerabile ad attacchi di tipo MITM, quindi io non starei proprio cosi tranquillo…soprattutto dato che ci sono tools come ettercap che rendono questo tipo di attacchi piuttosto agevole!

  • # 8
    n0v0
     scrive: 

    x Autore

    terzo paragrafo, secondo periodo: c’ è un “anche” di troppo ;-)

    ora leggo il resto

  • # 9
    n0v0
     scrive: 

    letto!

    molto interessante, conoscevo a tratti l’ argomento ma di certo adesso ne so più di prima ;-)

    Un appunto sulla sicurezza: crittografia quantistica o meno, il problema è se si voglia fare le cose a modo. ESEMPI:
    1. la tanto acclamata tessera sanitaria viaggia in chiaro quando consulti i tuoi dati via internet;
    2. lo stesso si può dire per la compilazione dei certificati INPS;
    3. più terra-terra, facebook è in chiaro;
    …….

    vi pare sensato? Tralasciamo fb (ma neanche tanto, visto che molti ci pubblicano cose importanti), gli altri due sono servizi pubblici in cui immetto dati personali. In una wlan il primo scemo con wireshark o quel plugin firefox farebbe man bassa..

    vi pare sensato? a me no

  • # 10
    Fede
     scrive: 

    Facebook lo puoi usare in https perdendo la chat, gli altri non saprei, mai usati.

  • # 11
    Fede
     scrive: 

    Anche il portale inps funziona in https :)

  • # 12
    n0v0
     scrive: 

    errore mio ;-)

    cmq il messaggio è quello… a prescindere dalla sicurezza del metodo, bisognerebbe prima di tutto usarlo!
    E quando lo si usa, farlo con cognizione di causa. Anche su quello non siamo dei gran cavalli http://www.tomshw.it/cont/news/chiavi-crittografiche-italia-indietro-sulla-sicurezza/28757/1.html

  • # 13
    homero
     scrive: 

    credo che la crittografia non sia mai messa a disposizione di tutti se non esiste un metodo di decrittazione/intercettazione…non venite a citarmi il principio di indeterminazione di Heisemberg che mi perseguita dai tempi del liceo….che poi è una gran cavolata….
    esistono innumerevoli algoritmi capaci di crittare un file che non sono decifrabili senza avere la chiave….e non è necessario neppure utilizzare i numeri primi o i sistemi di equazioni differenziali….

  • # 14
    Bellaz
     scrive: 

    x homero.

    Magari fosse una cavolata :'(.

    In ogni caso la crittografia quantistica è stata pensata per risolvere i problemi di man in the middle, e li non c’è cifratura a chiave che tenga.

  • # 15
    pleg
     scrive: 

    Ma non usiamo apposta i certificati per evitare attacchi MITM ?

  • # 16
    Fabio Bonomo
     scrive: 

    Se ci fermiamo al livello teorico, è vero che la crittografia quantistica evita attacchi di tipo MITM relativi alla conoscenza della chiave, ma l’uso dei certificati digitali non ci aiuta più di tanto a risolvere questo problema, in quanto uno degli scopi principali dei certificati è quello di rendere autentica la chiave pubblica asimmetrica del destinatario della comunicazione. Qui invece stiamo parlando di segretezza della chiave (in questo caso simmetrica), che è una questione diversa, e che non può essere risolta con un certificato. Se tralasciamo il problema dell’integrità del messaggio, abbiamo solo altre due questioni: l’autenticità e la confidenzialità del messaggio. Alcune tecniche risolvono l’una o l’altra, e utilizzandole all’unisono possiamo anche risolverle entrambe. Però un backdoor esiste sempre, che sia teorica (come il problema fattorizzazione dei numeri primi per violare una chiave RSA) o che sia fisica come gli hack esposti nell’articolo.

  • # 17
    scorpion
     scrive: 

    anche la tessera sanitaria viaggia in https

  • # 18
    n0v0
     scrive: 

    non voglio scatenare FUD ma quando mi connetto la pagina della tessera è in normale http..

  • # 19
    Marco
     scrive: 

    ciao,

    complimenti per l’articolo, molto interessante.

    Forse dirò una cavolata, ma sottinteso nell’articolo c’è un aspetto che nn è stato trattato. Il problema della crittografia nasce dal fatto che è difficile avere un canale sicuro a l00% per la trasmissione dei dati. ma nn si potrebbe usare l’ l’entanglement per creare questo canale?

    se io possiedo 2 atomi “accoppiati” modificando lo spin di uno modifico lo spin dell’altro istantaneamente, e quindi (credo)in modo tale da impedire una intercettazione.
    codificando questa variazione (per ex in morse, tanto per dirne una) trasmetto in maniera sicura il messaggio.

    byez

  • # 20
    Fabio Bonomo
     scrive: 

    @Marco: La tua idea in realtà è un’applicazione diversa del protocollo di Ekert, solo che anzichè generare/proteggere la chiave con l’entanglement tu proponi di “creare” il messaggio stesso (codificando lo spin dei fotoni in bit 0/1). Ma se ci rifletti su vedrai che le problematiche sono le stesse: Come ci scambiamo i fotoni? Ricorda che essi devono avere un’origine comune, quindi dovrei teoricamente venire da te, prendere un “sacchetto” con qualche miliardo di miliardo di fotoni (e l’altra metà devi tenerla tu) ed andarmene su Andromeda. A questo punto potremmo comunicare in maniera sicura, ma direi che tecnicamente è un po’ arduo :D. Se invece decidiamo di inviarci i fotoni allora abbiamo i problemi descritti nell’articolo, perchè c’è sempre qualcuno che nel mezzo può spiarci.

  • # 21
    homero
     scrive: 

    “nasce dal fatto che è difficile avere un canale sicuro a l00% per la trasmissione dei dati”

    un tempo si utilizzavano le oscillazioni di un quarzo per crittare le comunicazioni analogiche…è la stessa cosa fatta per quelle digitali….si crea un rumore di fondo che confonde il flusso dati…adesso si usano i sistemi atomici, potrebbero essere anche sistemi chimici o biologici, chi piu’ ne ha piu’ ne metta…il problema dal punto di vista matematico non cambia di molto….
    chi ha a disposizione il sistema puo’ decrittare il flusso dati..in caso contrario esiste la forza bruta dei supercomputer che essenzialmente servono a questo..
    il protocollo SSL ho visto nel film the social network puo’ essere hackarato in 20 minuti bevendo alcol e con una serie di pollastre che gridano tutte intorno….
    roba da americani…
    una bel algoritmo basato su un sistema di equazioni differenziali con un file ghost e un supercomputer ci mette 1000 vite per decrittare i dati…ma questo credo che la sappiate già

  • # 22
    marcello
     scrive: 

    @homero
    in realta’ SSL e’ vulnerabile, ci sono varie tecniche, per un esempio:
    http://www.pcworld.com/businesscenter/article/159976/researcher_shows_how_to_hack_ssl.html

    come vedi il tema ricorrente e’ MITM, finche’ non si risolve tale problema non c’e’ modo di garantire che il canale sia sicuro.

  • # 23
    Uebmaestro
     scrive: 

    >Al di là dei principi di inderminazione e dell’entanglement quantistico, >tutto deve sempre fare i conti con l’intrinseca imperfezione della sfera >umana.

    Azzeccatissimo il commento finale.

    L’ultima della serie, il recupero della ‘master key’ della PS3:
    http://www.youtube.com/watch?v=84WI-jSgNMQ

    In pratica hanno aggirato la necessità di craccare l’algoritmo ECDSA di criptazione grazie al fatto che la chiave randomica utilizzata … non è randomica :)

    Notare le risate del pubblico.

    u.

  • # 24
    Davide Costantini
     scrive: 

    Avevo letto articoli simili su Arstechnica ma mai uno così esaustivo. Complimenti Alessio!

    Il tema è estremamente interessante. Comunque avevo letto che la parte elettronica che si adopera ad effettuare le rilevazioni dello stato delle particelle (e a trasmetterle al ricevente) lavora con logica classica e non quantistica, rimanendo vulnerabile a tutti i tradizionali tipi di attacco. Ho compreso male?

  • # 25
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    @ Davide
    Giro a Fabio Bonomo i complimenti, l’autore del guest post è lui.

  • # 26
    Davide Costantini
     scrive: 

    Ah non avevo notato. Complimenti a Fabio Bonomo allora. Comunque mi posso definire un estimatore della tua rubrica quindi non ritiro quanto detto :D

  • # 27
    Fabio Bonomo
     scrive: 

    @Davide: Purtroppo non ho i dettagli tecnici sotto mano, ma credo proprio che questi rilevatori si basino su tecnologie classiche per il loro funzionamento, e quindi restano aperti, come giustamente fai notare, anche ad attacchi di tipo non quantistico ma convenzionali.

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