di  -  venerdì 8 ottobre 2010

Il Web è basato su un meccanismo tanto semplice quanto efficace: l’ipertesto.

In pratica si hanno un insieme di documenti legati tra loro sulla base di parole chiave che permettono di leggerli in modo non sequenziale.

Nonostante tutti usiamo questa funzionalità in modo disinvolto, tentiamo di capire come sia maturata l’idea di base e la sua implementazione.

Il tutto inizia negli anni ’30 per merito delle ingegnose intuizioni di Vannevar Bush, scienziato americano spesosi tra il MIT e la presidenza della Carnegie Foundation. Grazie ai lavori sui calcolatori analogici, comincia a far breccia nella sua mente l’idea di un sistema di supporto alla gestione delle informazioni per far fronte alla necessità di gestire enormi quantità di informazioni, archiviate soprattutto in forma cartacea o su microfilm.

Vannevar Bush

Nel 1945 Bush formalizza le proprie teorie nel saggio As We May Think (letteralmente: come potremmo pensare) incentrato attorno all’ipotetica macchina MEMEX, ovvero MEMory EXpansion.

Nel documento, Bush descrive l’idea di un sistema elettro-meccanico con cui è possibile visualizzare, contemporaneamente, due frame provenienti da uno o più microfilm. Il sistema è in grado di creare una relazione tra i frame visualizzati e permette all’utilizzatore di aggiungere delle annotazioni, che vengono automaticamente microfilmate per garantirne la conservazione.

Tutto il lavoro di “linking” può essere a sua volta microfilmato per essere preservato e/o esportato per il suo riutilizzo successivo.

Memex


Il tecnico statunitense descrive l’ipotetica interazione con Memex nel seguente modo:

When the user is building a trail, he names it, inserts the name in his code book, and taps it out on his keyboard. Before him are the two items to be joined, projected onto adjacent viewing positions. At the bottom of each there are a number of blank code spaces, and a pointer is set to indicate one of these on each item. The user taps a single key, and the items are permanently joined […]

Thereafter, at any time, when one of these items is in view, the other can be instantly recalled merely by tapping a button below the corresponding code space. Moreover, when numerous items have been thus joined together to form a trail, they can be reviewed in turn, rapidly or slowly, by deflecting a lever like that used for turning the pages of a book. It is exactly as though the physical items had been gathered together from widely separated sources and bound together to form a new book. (103)


Non è difficile associare quanto ipotizzato da Bush con l’odierno concetto di ipertesto, che vede la nascita vent’anni dopo (1965), durante la XX edizione della conferenza dell’ACM (Association for Computing Machinery).

L’evento offre al sociologo e professore Theodor Nelson la possibilità di presentare il saggio “Complex information processing: a file structure for the complex, the changing and the indeterminate” nel quale, per la prima, volta vengono usati i termini Hypertext ed Hyperlink.


Ted Nelson

In realtà Nelson comincia a maturarne i concetti già durante i primi anni ‘60 ad Harvard, quando inizia a lavorare su un wordprocessor in grado di gestire diverse versioni dello stesso documento e capace di evidenziarne le differenze attraverso collegamenti diretti.

Con gli anni, l’idea iniziale si evolve, e Nelson comincia a considerare l’entità “documento” non più come testo redatto in modo sequenziale, ma come un contenitore di singole parti collegate logicamente tra loro (tecnicamente transclusion). Questo, principalmente, per favorire la stesura da parte di più autori.

Su questa idea converge anche il lavoro dell’ Augmented Human Intellect Research Center guidato da Engelbart che, nella storica “demo 1968”, mostra al mondo un nuovo modo di interagire con i computer, basato su un’interfaccia utente controllata dal mouse e documenti collegati tra loro attraverso hyperlink.

Nel 1974, dopo aver pubblicato il libro Computer Lib/Dream Machines, redatto utilizzando la tecnica transclusion, Nelson raggruppa i suoi lavori nel progetto Xanadu, che deve il nome al poema “Kubla Khan” di Samuel Taylor Coleridge, sfruttando l’affinità tra i luoghi fantastici in esso descritti e l’idea di un “posto virtuale” dove preservare la memoria letteraria.

In realtà il progetto conosce alti e bassi, passando addirittura attraverso uno spin-off che tenta di utilizzare una tecnica alternativa di collegamento dei documenti basata sulla teoria dei Transfinite Numbers.

Nonostante ciò Nelson continua le proprie attività di ricerca e sviluppo, pubblicando nel 1981 il libro Literary Machines, dove analizza approfonditamente i concetti e le teorie dietro l’hypertext e descrive l’ultimo stadio evolutivo di Xanadu. La svolta sembra arrivare nel 1983 quando Nelson conosce John Walker, fondatore di Autodesk, che decide di finanziarne le attività.

I risultati, però, non sono entusiasmanti e, dopo diversi anni e cospicui investimenti, Autodesk abbandona il progetto, favorendo la nascita della Xanadu Operating Company. Da questa il team di sviluppo si sposta, in breve tempo, alla neonata Memex, società che si rifà, nel nome e nella vision, proprio ad As We May Think, salvo poi fallire quasi immediatamente.

Nel frattempo il lavoro di Nelson, e di riflesso quello di Bush, influenza il giovane Tim Berners-Lee, ricercatore presso il CERN di Ginevra. A Lee viene assegnato il compito di creare un sistema distribuito per la consultazione semplificata dei documenti di ricerca. Nel 1989 Lee propone la propria soluzione definendola: “a simple scheme to incorporate several different servers of machine-stored inforation already available at CERN”, basandola su un semplice protocollo per il recupero di documenti collegati tra loro e consultabili in maniera non sequenziale. Si tratta, ovviamente, del protocollo HTTP (HyperText Transfer Protocol) accompagnato da un applicativo per la lettura delle informazioni battezzato Web Browser. L’intero progetto prende il nome di World Wide-Web.

Tim Berners-Lee

Circa due anni dopo, il 6 agosto 1991 Berners-Lee mette on-line su Internet il primo sito Web, e, ad aprile del 1993, il CERN rende pubblica la tecnologia sviluppata

Anche il progetto Xanadu è stato successivamente (1999) reso disponibile su internet come Project Udanax (xanadu al contrario), dopo averne tentato inutilmente lo sviluppo commerciale in Giappone. Nel 2007 Nelson ha presentato la sua ultima creatura: Xanadu Space, che consente di lavorare parallelamente a più documenti interconnessi tra loro.

Sul sito del MIT è possibile scaricare il documento originale di BUSH As We May Think

6 Commenti »

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  • # 1
    Nessuno
     scrive: 

    Volevo solo sottolineare come probabilmente la prima implementazione di documenti hypertext al di fuori del protocollo HTTP sia dovuta alla Commodore con la creazione del formato AmigaGuide (1992).
    Qualcuno sa di qualche implementazione della cosa prima di loro?

  • # 2
    Al
     scrive: 

    C’era un applicativo sui vecchi MAC di fine anni ’80 che si chiamava Hypercard, che si basava su un sistema di linking a schede di database che sfruttavano il doppio click su parole ‘chiave’ all’interno di un testo per cercare schede altre schede.

    http://en.wikipedia.org/wiki/Hypercard

    Il sistema aveva un suo linguaggio di programmazione molto semplice e mi colpì molto quando lo vidi.

    Comunque, come molte invenzioni, anche l’ipertesto non è stato un colpo di genio, ma un’idea che si è evoluta nel tempo.

  • # 3
    Alessio Di Domizio
     scrive: 

    Oggi che l’ipertesto è divenuto la maniera predefinita, almeno per una larga fetta di utenti di Internet, di approcciarsi alla conoscenza, vengono alla luce delle tensioni significative.
    Da un lato (Berners Lee) si tira verso dati sempre più grezzi e decontestualizzati, atomi di pura informazione funzionali all’architettura dell’ipertesto. Dall’altro una variabile importante della cognizione umana resiste a questa tendenza, ed è quella della comprensione dell’informazione all’interno del suo contesto, un po’ il contrario dell’atomizzazione dell’informazione.

    Rimango persuaso del fatto che un’eccessiva esposizione a un’informazione atomizzata, spiluccata dai motori di ricerca, estratta dal più complesso contesto di appartenenza, rischi di indebolire la mente più che rafforzarla, abituandola a una conoscenza superficiale e nozionistica.

  • # 4
    ncc2000
     scrive: 

    …beh…nel 1990 usci’, anche come hyper text, “batman digital justice” di pepe moreno.

  • # 5
    Samuel
     scrive: 

    @Al

    Myst (il gioco) fu sviluppato usando Hypercard per relazionare le schermate pre-renderizzate infatti.

  • # 6
    erasmusjam
     scrive: 

    Qualcuno ricorda il software RV2 per Windows 3.1? Lo usai in terza media (1995) per realizzare una tesina ipertestuale, ma probabilmente era già in circolazione da qualche anno. Su internet non ho trovato nulla se non un riferimento in google books:
    http://tinyurl.com/335a6qx

    Da qualche parte devo avere ancora il dischetto :)

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