di  -  giovedì 30 settembre 2010

La valigia del Videogamer torna a parlare giapponese.

Mi ri-scuso per un altro buco del giovedì ma ormai ci siamo. Il salto nel “buio” verso Milano ed una scelta di vita completamente diversa è cosa fatta. Un paio di settimane ancora e mi trasferirò definitivamente, sperando sia stata la scelta giusta. Finché non si prova ovviamente è impossibile dirlo.
Tra l’altro avrò la fortuna di vivere in una realtà dinamica anche una passione come il retrogaming che sono sicuro coinvolge anche voi lettori di questa rubrica.

Chiusa la parentesi personale torniamo a noi ed al viaggio in questa magnifica terra.

Finora il racconto, per motivi legati alla successione cronologica degli eventi, si è concentrato soprattutto sugli aspetti organizzativi e le informazioni che possono tornare utili in un eventuale replay della mia “avventura”.
Con la terza parte invece parleranno ancora di più le diapositive scattate nella capitale del Sol Levante. Entreremo nel dettaglio di cosa mi ha sorpreso maggiormente e le differenze o similitudini rispetto alla nostro stile di vita occidentale.

Il 12 agosto di quest’anno l’atterraggio a Narita era divenuto realtà. I primi giorni, come accennato nella scorsa puntata, non ci siamo granché dilettati in appassionanti camminate su e giù per i quartieri di Tokyo.
Il caldo estremamente afoso e la tracheite di mio fratello (regalo dell’ultima sosta in una località balneare italiana) imponevano di limitare il nostro raggio d’azione soprattutto durante le ore diurne.

Questo però non ha fermato la nostra curiosità e voglia di far parte di una realtà complessa e piena di sfaccettature qual è il Giappone ed in particolare la sua metropoli per eccellenza.
Un po’ a tavolino un po’ seguendo il dogma del “va dove ti porta il cuore” abbiamo circostretto la nostra azione nelle zone di Shinjuku e Shibuya, tra le più attive per quanto riguarda la vita notturna ma non solo.
Con la base di appoggio situata di fronte alla fermata di Sanchome, Shinjuku risultava la mia prima e più logica scelta per iniziare a fotografare la quotidianità nipponica.

Nella preziosa Lonely Planet, la guida che accompagnava tutte le mie uscite, erano segnati diversi luoghi vicini proprio al mio albergo, più o meno tutti radunati nella strada principale la quale porta alla stazione centrale della metro di Shinjuku, e che ricordo essere la più trafficata al mondo.

Alcuni di voi l’avranno capito o forse già visto, altri si chiederanno cosa sia questo banchetto posto di fronte alla vetrina del negozio.
Gli occhiali da vista o da sole tendono a sporcarsi e questo è risaputo. Magari per pigrizia usiamo e solo ogni tanto il panno come se fosse sufficiente. Alitata da chilo, conseguente gesto “metti la cera e togli la cera” e siamo contenti. Invece no, bisognerebbe proprio lavarli, a maggior ragione in una città con grandi concentrazioni di smog. Ed ecco l’idea geniale: mettere a disposizione tutta la strumentazione per farlo al volo, per strada. Vaschette con soluzione salinica per disinfettare, panni usa e getta ed istruzioni al seguito.
Il tutto pensato a “coppie” in modo tale da non creare una coda di accaniti pulitori di occhiali metropolitani.
Se lo facessero in Italia passerebbero probabilmente per idioti, in Giappone, Paese decisamente più civile e culturalmente avanzato del nostro, è vista come una trovata pragmaticamente utile.
La sciura intenta nella sua operazione probabilmente non si aspettava il mio incredulo scatto. Gomennasai.

Poco più avanti, un negozio che fareste difficoltà a trovare in Italia ma probabilmente in tutta Europa.
Per carità le cartolerie esistono ovunque. Ma cartolerie di 8, ripeto OTTO piani?
Dubito fortemente.

Sekaido, questo è il nome del negozio che potete leggere nella foto soprastante, rende possibili le vostre fantasia più sfrenate riguardo materiale da ufficio, scolastico e quant’altro.
Per quanto mi riguarda non ho mai visto una tale quantità e varietà di penne o matite.
La disposizione sempre perfetta e divisa per categorie è l’indice di quanto i giapponesi tengano all’ordine fino ad arrivare, secondo me, ad indici di maniacalità compulsiva.

I quaderni disposti in piedi, a ventaglio e seguendo la scala cromatica dell’arcobaleno ne sono stati forse l’apice. L’effetto era talmente bello e particolare da quasi non invogliare a comprarli per evitare di rovinare quel piccolo gioiellino estetico.
Per riempire otto piani, chiaramente ci voleva ben altro.
E così abbiamo attraversato una zona esclusivamente dedicata alle cornici di quadri, un’altra ai manufatti, un’altra agli strumenti per disegnare, buste e fogli per proteggere gli oggetti spediti (air bubble envelope come le chiamano gli anglosassoni).

La passione per l’Italia ed il calcio italiano in Giappone è risaputa, questa foto che ritrae la maglia fotografata del codino, orgoglio nazionale, in versione interista ne è la riprova.
Quando mi capitava di conoscere ragazzi del posto la scena tipica era la seguente.
“Ciao, piacere Jacopo”
“Oh molto piacere, (inchino) io sono…da dove vieni?”
“Dall’Italia, sono qui in vacanza con mio fratello”
“Oh l’Italia, quanto mi piacerebbe andarci. Da quale città provieni?”
“Udine”
“Oh (sorriso a 36 denti), Udinese!”.

Giuro mi sarà capitata decine di volte. E gli italiani che vivono ormai da un po’ di tempo in lidi giapponesi giurano che la conoscenza calcistica si spinge alle serie minori fino alla C o oltre. Pazzesco.

Poco più avanti a Sekaido, avremmo incrociato due che sarebbero presto diventate tra le nostre mete preferite per incontrarci. Grom ed il Wald 9.

Il primo, per chi non la conoscesse, è ormai il nome di una gelateria fondata da due ragazzi torinesi, Federico Grom e Guido Martinetti. Rispetto ad altre manifatture artigianali, l’accento è posto sulla particolarità della produzione e l’utilizzo degli ingredienti.
L’eccellenza di ciascuna parte geografica del mondo viene acquisita e diventa un nuovo gusto.

In Italia, il Paese per antonomasia quando si parla di gelato, il successo è stato immediato, potete quindi immaginare in Giappone dove viceversa non è così facile trovarne di buona fattura.
A Tokyo, ha aperto da pochi mesi un nuovo locale proprio a Shibuya, esattamente accanto a Shibuya Crossing (di cui parleremo tra poco). Mi riesce difficile quantificare il fatturato anche solo giornaliero di un posto del genere. Beati loro.
Il secondo, Wald 9, è uno dei tanti multisala presenti nella capitale giapponese.

I fan di Miyazaki e dello Studio Ghibli dovranno pazientare ancora un po’ di tempo per l’adattamento italiano del nuovo lungometraggio intitolato, spero di scriverlo correttamente, “Karigurashi no Arietty”.

Il genio Hayao, venerato invece come un dio nella sua terra natia, poteva godere di altisonanti spot e manifesti pubblicitari all’uscita dell’ultima fatica cinematografica d’animazione.

Proseguendo nella nostra camminata, un’immagine ha colpito particolarmente la mia attenzione.

L’omino, dedito completamente alla sua azione, stava pulendo con tanto di detergente e spugnetta abrasiva la pavimentazione del marciapiede.
Abituati (male) ed estranei a tanta dedizione e, ribadisco secondo me, maniacalità nel proprio lavoro ci mostremmo increduli di fronte ad una scena di questo tipo.
Dobbiamo però fermarci un istante e fare un paio di considerazioni.
La prima riguarda la città in questione ovvero Tokyo.
Se consideriamo tutta la conurbazione la popolazione veleggia ampiamente oltre i 20 milioni di abitanti (35 milioni con l’area chiamata “Grande Tokyo”). Numeri di questo tipo impongono rigore ed attenzione fuori scala rispetto alle normali abitudini. Mantenere una città del genere pulita è impresa fuori dal comune non solo se non ci fossero regola di vita sociale adeguate.
Ma sarebbe parimenti impossibile se non vi fosse una cultura che predica il rispetto dell’altra persona come se si trattasse della nostra.
L’unione dell’estremo pragmatismo e della filosofia orientale hanno portato a scelte radicali quali, per esempio, il fatto di non trovare quasi per strada dei bidoni.
E quindi direte voi: “scusa ma se non posso buttare quel che produco, dove caspita lo metto? E soprattutto, non finisco poi per sporcare molto di più così?”

Tutti i giapponesi girano con borse e zaini per poi cestinare i rifiuti quando tornano a casa propria. E proprio perché hanno quel tipo di mentalità, non verrebbe mai loro in mente di buttare delle cose per terra (oltre alle sanzioni pecuniarie piuttosto salate cui incorrebbero).
Se viceversa ci fossero tanti bidoni sparsi qua e là la gente sarebbe invogliata a buttare, magari a casaccio, non centrando il buco del cestino e si formerebbe spazzatura adiacente.
Provate a rifletterci un attimo ed il discorso vi risulterà più sensato di quanto non sembri inizialmente.

La terza ragione, e qui torniamo all’omino di cui sopra, riguarda il sistema pensionistico.
La speranza di vita del giapponese media si attesta ormai ben sopra gli 80 anni, un dato statistico che però ha come controparte un basso indice di natalità ed una difficoltà intrinseca nel mantenere un sistema pensionistico di questo tipo.
Dando lavoro a persone anziane si ottengono due effetti: l’integrazione all’interno di un sistema produttivo e non solo di sostentamento e la possibilità di far sentire importanti ed utili alla comunità anche coloro che, di norma, avrebbero già dato il loro contributo alla società.

Questo è un assaggio della magnificenza delle costruzioni della capitale. Avremo modo di ammirare dall’alto tutta la Skyline, per il momento gustatevi un’immagine della Tokyo Tower, una sorta di replica dell’originale e decisamente più celebre Empire State Building.
I giapponesi non disdegnano copiare il meglio originario di altre parti del mondo e ne avremo la riprova nelle seguenti puntate, con altrettanti scatti.
In particolare va sottolineata coesistenza tra il “vecchio” ed il nuovo, un’armonia sempre all’insegna del rispetto di quel che è stato costruito prima che però deve essere accompagnato dalla necessità di utilizzare tecnologie che facilitano la nostra vita quotidiana.
Ci ritorneremo.

Uno scatto rubato alla gioventù locale.
Abituati ai cartoni animati di una volta potremmo essere portati a pensare che i vestiti tradizionali siano tipici di altri tempi e di altre zone del Giappone.
Invece, con grande sorpresa anche del sottoscritto, sono gli stessi ragazzi nostri coetanei a farne uso nelle camminate metropolitane.
La varietà nell’abbigliamento è uno degli aspetti che colpiscono di più noi occidentali, solitamente abituati ad una vestizione abbastanza “standard” e massificata.

Le sale giochi ed i videogiochi sono un fenomeno di consumo e culturale ormai diffuso da anni ed accettato comunemente senza pregiudizio alcuno.
Il fatto che edifici come la Game Taito Station (presente non solo ad Akihabara ma anche in altri quartieri quali Shinjuku per l’appunto) campeggino in molte parti della città ne è la testimonianza.
Ma non l’unica. Titoli di richiamo quali il nuovo Yakuza (Ryu Ga Gatoku) usufruiscono di poster giganti che tappezzano la città al pari dei nostri politici in periodo di elezioni.

Con quest’ultima immagine concludiamo la terza parte e ci diamo appuntamento, questa volta giurin giurello, alla prossima settimana.
Parleremo ancora di Shinjuku, ci soffermeremo maggiormente sulla pulsante Shibuya e vedremo insieme ancora molte foto.

24 Commenti »

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  • # 1
    Ventresca
     scrive: 

    grande Jacopo, aspettavo la terza parte del racconto del tuo viaggio.
    per curiosità ma quante foto hai fatto mentre eri lì? mi interessa molto la storia dell’abbigliamento, hai per caso qualche altra immagine o informazione a riguardo?

  • # 2
    napalm81
     scrive: 

    Ciao

    Bellissimo articolo, ho fatto il mio viaggio di nozze in Giappone lo scorso anno e ci ho lasciato un pezzo di cuore… Prima o poi dovrò tornare a riprendermelo!

    Volevo solo fare un appunto relativo alla foto di quella che tu chiami Tokyo Tower.. O ce ne sono diverse oppure mi sa che hai messo la foto sbagliata! Quella originale assomiglia infatti alla tour eiffel parigina…

    Aspetto i prossimi capitoli!

    Edoardo

  • # 3
    MonsterFX
     scrive: 

    Nooooooooo… voglio il poster dell’ultima fatica del MAESTRO…fossi stato lì avrei rotto la bacheca. :'(
    Il fatto che essere un videogamer in Jap è normale è cosa risaputa. Così come se fossi un videogamer famoso(in base alle vincite) per loro diventi come uno sportivo famoso(come incontrare Totti per la strada). I japponesi sono famosi e per la loro maniacale precisione e per la loro cura dei luoghi. Il fatto che una megalopoli sia così pulita a noi sembra quasi anomalo…ma dovrebbe farci riflettere. Tutto parte dalle persone.

  • # 4
    MonsterFX
     scrive: 

    @napalm81 : hai ragione … la Tokyo Tower è questa.

    http://www.tokyotower.co.jp/english/

  • # 5
    aeternal
     scrive: 

    bravo bravo, con questa terza parte avrai sulla coscienza il crimine di aver fatto fuggire una persona. Istigazione alla fuga?!? esiste? xD
    A parte gli scherzi, già amo di mio il giappone e la sua cultura se poi mi scrivi una cosa così io ci vado all’istante e a piedi.

    Davvero straordinario, piacevole da leggere come gli altri, grazie :)

    Aspetto con altrettanta ansia la prossima parte :)

  • # 6
    sXe
     scrive: 

    La Tokyo Tower è una torre televisiva, costruita su immagine della torre Eiffel :)
    A proposito dell’omino che toglie le cicche dal marciapiede, sarà anche maniacale, ma devo dire che fa impressione vedere una metropoli di tali dimensioni così pulita. Hanno un senso civico che è davvero oltre. Paradossalmente trovo più “casinara” una città come Milano…
    Comunque vedo dai commenti di questo e dei precedenti articoli che in tanti siamo stati a Tokyo!

  • # 7
    Luca Faccin
     scrive: 

    “Se lo facessero in Italia passerebbero probabilmente per idioti, in Giappone, Paese decisamente più civile e culturalmente avanzato del nostro, è vista come una trovata pragmaticamente utile.”

    Questa frase, anche se inserita nel contesto dell’articolo, denota una grande ignoranza.
    Abitudini di popolazioni culturalmente e geograficamente lontane possono sembrare più o meno “civili”.
    Forse è il caso che tu ti trasferisca in giappone invece che a milano insieme a noi poveri barbari italiani mio caro Jacopo.

  • # 8
    Andrea G
     scrive: 

    Complimenti, scrivi bene ed in maniera coinvolgente. Ho la fortuna di avere amici giapponesi e ammiro la tenacia, l’estrema gentilezza ed educazione di questo popolo.

  • # 9
    Flare
     scrive: 

    Bell’articolo! Mi piace come lo racconti :) Se penso al confronto con l’Italia… be’, mi vien voglia di andare a vivere li, anche se non è tutto rose e fiori e tutto meglio.

  • # 10
    [D]
     scrive: 

    La sala giochi della ex-snk, dove si trova ? Tokyo o Osaka ? Un pellegrinaggio pro retrocomputing non può mancare una simile mecca

  • # 11
    pierluigi
     scrive: 

    @ Luca Faccin

    ecco un altro esempio di sciattonaggine tipicamente italiana….

    perdonami non desidero offenderti (e ci mancherebbe…) ma anziche’ prendere ad esempio una cultura (sociale e non) cosi’ avanzata nel rispetto della persona e della voglia di migliorarsi sempre…tu preferisci autodefinirci “barbari” (che poi per come siamo diventati non ci sei andato tanto lontano nella definizione) anziche’ fare autocritica di questo popolo(italiano) che ormai non ha piu’ rispetto per niente e nessuno purtroppo….

    @ Jacopo Cocchi

    mitico articolo e soprattutto mitici giapponesi (abbiamo solo che da imparare da loro) e una terra stupenda in tutte le sue sfaccettature (spero un giorno di poterci andare anche io)…

  • # 12
    L
     scrive: 

    “Abitudini di popolazioni culturalmente e geograficamente lontane possono sembrare più o meno “civili”.
    Forse è il caso che tu ti trasferisca in giappone invece che a milano insieme a noi poveri barbari italiani mio caro Jacopo.”

    Non arrivare a concepire che sotto questo profilo loro siano decisamente piu’ progrediti mostra tutto il nostro regresso.
    Non c’e’ sicuramente bisogno di essere culturalmente evoluti per comprendere che vivere nella sporcizia non sia una cosa salutare.

  • # 13
    pierluigi
     scrive: 

    @ L

    Straquotone….

  • # 14
    sXe
     scrive: 

    @ Luca Faccin

    Guarda, io sono di Milano. Non sarà bello sentirselo dire, ma sotto questo aspetto abbiamo solo da imparare.

  • # 15
    majin mixxi
     scrive: 

    diciamo che l’articolo potrebbe sembrare interessante per chi del Giappone non ne sa nulla,per chi lo conosce puo’ risultare superficiale e con analisi grossolane,i cestini della spazzatura ovviamente sono stati tolti tutti esclusivamente per un problema di sicurezza dopo il famoso caso del sarin del 1995

  • # 16
    Jacopo Cocchi (Autore del post)
     scrive: 

    x Ventresca

    grossomodo le foto sono tra le 1300 e 1400. Una media di quasi cento al giorno praticamente.
    Sì sull’abbigliamento mi sono sbizzarrito, è decisamente uno degli aspetti che salta più all’occhio, ma non solo dal punto di vista estetico, proprio culturale come avrò modo di spiegare.

    sulla Tokyo Tower avete ragione, purtroppo la fretta…è la replica della Tour Eiffel (che per altro si vedeva benissimo dallo Sky Deck della Mori Tower).
    Solo non riesco a trovare il nome originale dell’edificio…se qualcuno lo sa me lo può scrivere?

    x aeternal

    non credo esista :)
    E credo sia piuttosto difficile partire per rimanerci. Lo stile di vita e la cultura restano comunque profondamente diversi e di difficile adattamento per un occidentale.
    2,3, forse 5 anni. Non so, di più mi sembra davvero per pochi.

    x MonsterFX

    abbi fede, il prossimo sarà puntuale.
    Sull’anomalia è proprio questo il punto. Tutto parte dall’educazione del singolo ed il rispetto del vivere sociale.
    Senza questi aspetti anche un paesino di mille anime può diventare un letamaio. Figuriamoci una metropoli di decine di milioni di abitanti.

    x Luca Faccin

    forse non ci siamo capiti, la questione non è sembrare più o meno civili, ma è ESSERE civili o no, oppure esserlo più o meno, a seconda delle gradazioni che vogliamo considerare.
    Il non gettare a terra il mozzicone della sigaretta o la gomma da masticare per me è un grande segno di civiltà.
    Prendiamo una qualsiasi città italiana e vediamo se è possibile dire lo stesso.
    Il fatto di avere un sistema di trasporti che funziona è, per me, un altrettanto grande segno di civiltà.
    In Giappone se una coincidenza ha un margine di 3 minuti puoi comunque stare tranquillo perché riuscirai a prenderla.
    In Italia, su un viaggio a media percorrenza, devi pregare che mezz’ora sia sufficiente.
    Una vergogna come quella di Napoli e di chi l’ha gestita in Giappone non potrebbe mai accadere.
    Noi siamo stati in grado di rimpallarcela per 20 anni.
    Il fatto di non essere giudicati da come ci vestiamo in pubblico è un segno di grande civiltà e rispetto dell’altro.
    Qui, se una ragazza si mette una minigonna scattano immediati i commenti su quanto sia facile.
    Il fatto di rivolgersi dando del “lei” e scusandosi prima ancora di iniziare la comunicazione è un altro segno di civiltà.
    Lavorando, ancora per poco, nella grande distribuzione mi permetto di asserire che in Italia non è esattamente la stessa cosa e non così di rado assisto a gente che apostrofa i dipendenti con “oh quanto costa X”.
    Il fatto che il merito sia premiato e non “l’essere figlio di” è un grande segno di civiltà.
    Il Giappone ha una delle medie al mondo più alte di laureati sugli iscritti alle Università.
    L’Italia è tra i fanalini di coda se prendiamo come riferimento i Paesi più industrializzati.
    Potrei andare avanti all’infinito ma mi fermo qui per non rubare materiale che trovo invece interessante discutere nei prossimi pezzi.

    Non sto dicendo che il Giappone è il Paese perfetto (non l’ho mai affermato neanche nei pezzi precedenti e sarebbe un’idiozia) perché le utopie politiche sono materiale filosofico di qualche secolo fa.
    Sto semplicemente affermando che per molti versanti siano più civili di quanto lo siamo noi e che molti aspetti della società o meglio della quotidianità funzionino invece di presentarsi come barriere.
    Per cui risparmia il sarcasmo riferito a noi “barbari”, perché ahinoi, in molte situazioni barbari lo siamo davvero.
    E se sottolineo quello che non funziona è proprio perché in Italia io ci vivo e vorrei fosse un Paese migliore, sotto ogni profilo.
    Altrimenti farei spallucce e me ne fregherei come fanno in tanti, accontentandomi di quel che porta il convento.

    D’altra parte, e concludo con un inciso, dare più meno velatamente dell’ignorante al proprio interlocutore senza aver, evidentemente, capito un’acca di quel che voleva dire e senza conoscerlo personalmente denota piuttosto una qual certa maleducazione di fondo.
    Maleducazione cui, purtroppo, siamo ormai pubblicamente abituati, se penso solamente alle cialtronerie dei mass media.

    Sono stato sufficientemente chiaro?

    x D

    non credo di aver capito quale sala giochi tu intenda.
    Comunque la SNK, come accennato nei pezzi riguardanti il Neo Geo, ha avuto la sua sede storica ad Osaka.
    Ed Osaka è la Mecca per il retrogaming quando parliamo di Den Den Town.
    Purtroppo 15 giorni sono già pochi per la sola Tokyo…in un futuro viaggio mi riprometto di andarci e documentare senz’altro :)

    x majin mixxi

    Abbi pazienza ma questo non vuol essere un trattato sul Giappone.
    Non ci sono né le competenze per farlo (le mie sicuramente no), né lo spazio necessario.
    E’ solo una piccola testimonianza di uno spicchio di vita vissuta a Tokyo con l’occhio di chi si è reso conto che le parole ed i racconti di altre persone non siano sufficienti per capire come stanno le cose.
    Occorre visitare personalmente questa terra.

    Per quanto riguarda il gesto compiuto dalla Setta del Sole con il gas nervino…
    di bidoni ce n’erano già pochissimi prima, non è che da un giorno all’altro li hanno tolti per la fobia degli attentati.
    La municipalità li ha voluti trasparenti, quei pochi presenti, poi ha provveduto a toglierli quasi dappertutto.
    Le zone per fumatori con posaceneri annessi ristrette ad altrettante pochissime aree molto frequentate (la piazza antistante all’uscita Hachiko di Shibuya per dirne una) sono anche quelli per la paura della Sarin?
    In Giappone la raccolta differenziata è un dogma, tanto da avere il ritiro prestabilito per la tipologia di rifiuti a seconda del giorno della settimana e che va raccolto, ciascun tipo, in un sacco di una precisa colorazione che varia proprio a seconda del tipo di rifiuto.
    Due anni fa il Corriere della Sera ed altre testate più o meno famose dedicarono un articolo a Kamikatsu, un paesino dove non esiste un solo cassonetto.

    Superficiale e grossolano potrò esserlo stato senz’altro ma cerchiamo di rimanere sul pezzo e mostrare obiettività.
    Il rispetto per l’ambiente non nasce in Giappone nel 1995 ed i bidoni sono solo un piccolo aspetto della questione.
    Dai su…

    x tutti

    grazie dei commenti, complimenti o appunti negativi che siano.
    Tutto fa brodo per migliorare ed integrare nelle prossime puntate :)

    Visto che torno giusto ora dalle sale, consiglio spassionatamente Inception.
    Buona parte dell’ambientazione ritrae proprio Tokyo.

  • # 17
    dargor17
     scrive: 

    E quindi sei venuto a vivere nella grigia e sporca Milano? Benvenuto!
    Mi affascina molto leggere i tuoi racconti di viaggio, sia perché Tokio è una delle città che voglio assolutamente vedere nei prossimi anni, sia perché quest’estate sono stato in Cina ed è curioso vedere le somiglianze e le differenze con città come Pechino o Shanghai.

  • # 18
    Alex
     scrive: 

    I cestini della spazzatura non ci sono oltre che per pulizia e per ordine.
    Anche per i costi della spazzatura.

    Per esempio i Kombini (minimarket) hanno i cestini fuori (differenziati per tutto) sobbaccandorsi i costi della spazzatura in cambio del fatto che se uno si ferma a buttare qualcosa nel cestino probabilmente entra a comprare qualcosa

  • # 19
    Jacopo Cocchi (Autore del post)
     scrive: 

    x dargor 17

    grazie :)
    a pelle non sopportavo Milano, ma quando l’ho vista di persona e ho respirato un po’ di vita milanese mi sono dovuto ricredere. Avrà mille difetti, ma è dinamica, c’è sempre qualcosa da fare, culturalmente molto attiva, giovanile ed è il punto di partenza per chi vuole andare a vivere all’estero, secondo me.
    Poi nel settore informatico, non è che ci sia molta scelta.
    Le tecnologie “cutting edge” vengono utilizzate soprattutto nel capoluogo lombardo.

    In merito alle differenze con le città asiatiche, posso solo basarmi su quello che gli amici raccontano (alcuni a Shangai, altri ad Hong Kong e Beijing). Avanzate sotto il profilo tecnologico ma risentono dei profondi cambiamenti urbani per la repentina crescita economica degli ultimi 20 anni.

    x Alex

    sì ma vale anche il ragionamento opposto.
    I kombini (non tutti a dire il vero) hanno i cestini della spazzatura anche perché vendono cibi confezionati.
    E se io acquirente voglio scartare ed iniziare a mangiare quel che ho comprato (o finirlo sul posto) direttamente dopo averlo acquistato devo anche poter buttare l’involucro.

    Mi sono accorto tra l’altro che manca una foto e c’è qualche refuso da correggere.
    Pazientate la serata e dovrei provvedere.

  • # 20
    L
     scrive: 

    Il nome della struttura e’ NTT Docomo Yoyogi Building

  • # 21
    aeternal
     scrive: 

    E lo so, facile non lo è in nessun paese. Ma con la scusa degli studi inizierò volente o nolente a “vivere la metropoli”. Se poi ciò che penso del Giappone per qualche assurdo motivo crolla, va bene lo stesso :)

    Mi chiedevo anche, sotto un profilo tecnologico ( e qui parlo specialmente nel campo della robotica ) quale sia l’attuale situazione. Lo scettro è ancora in mano ai Giapponesi in quanto leader indisussi? O negli ultimi anni si sta spostando tipo verso la Cina o altrove? Qualcuno ne sa qualcosa?

    Grazie :)

  • # 22
    pinko81
     scrive: 

    bell articolo, peccato per il costo elevato sia del aereo che dell alloggio. se no una vacanza in jap ci starebbe bene.

    BB

  • # 23
    TheProv
     scrive: 

    Mi pare sia passata più di una settimana ;-)

  • # 24
    E
     scrive: 

    Altro che settimana: è passato più di un mese.
    Mi ci stavo appassionando -e ci devo andare presto anche io…-

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