di  -  lunedì 8 novembre 2010

Non è un mistero che il valore monetizzabile dell’individuo nello scenario 2.0 sia sempre più focalizzato sulla sua capacità di produrre dati – laddove in precedenza era proporzionale alla semplice esposizione a un messaggio, le cd. eyeballs.

Una produzione di dati che avviene in modo attivo – post, commenti, tweet, status update – o passivo – autorizzando terze parti al tracciamento di percorsi di navigazione, clic etc.

Funzionalmente a questo scopo, il ruolo delle piattaforme 2.0 che vanno proliferando negli ultimi anni è – al di là delle parvenze sociali e giocose – quello di estrarre sempre più dati dall’utente, anche in modo silenzioso e del tutto inavvertito.

Facciamo un passo indietro: le relazioni nel cyberspazio sono partite seguendo un modello uomo/dati/luogo di scambio, laddove la relazione fra uomo, univocamente identificabile come nel mondo reale, e dati prodotti, è oscurabile (la legge offre tuttora qualche tutela di questo diritto).

Oggi, l’obiettivo delle piattaforme 2.0 è esattamente opposto: eliminare la distinzione uomo-dati, unificare il soggetto reale con il/i soggetto/i virtuale/i in un’unica entità umana, definita, riconoscibile e localizzabile geograficamente, con cui la piattaforma s’interfaccia in quanto tale, da cui estrae dati in modo continuo e silenzioso.

Il passaggio è tanto più interessante poiché sovverte una delle dinamiche fondamentali dalla Internet della prima ora, quella – durata fino all’altroieri, con la “seconda vita” di Second Life – dell’avatar, della personalità virtuale, con l’annessa opzione di anonimato usata e abusata per lunghi anni.

In questo passaggio la piattaforma stessa arriva a pretendere dignità umana nel momento in cui sceglie di relazionarsi all’uomo in quanto tale – come fosse un altro uomo che gli sta davanti – ma anzi sovrumana, perché si relaziona allo stesso modo – uno a uno – con masse enormi di uomini, raccogliendone dati, stabilendo correlazioni, sviluppando inferenze in assenza di dati espliciti.

Inutile dire che gli strumenti tecnologici di cui l’individuo si circonda (pagandoli a caro prezzo) in quanto terminazioni finali della piattaforma, sono la trappola in cui si chiude da solo.

Lo stadio finale di questa evoluzione si chiama profilazione totale: la macchina detiene la conoscenza, controlla le relazioni, interpreta e prevede opinioni e intenzioni. Gli uomini, inestricabilmente integrati con i sensori della macchina, diventano essi stessi gli elementi terminali del sistema: seguono gli impulsi che gli vengono trasmessi, reagiscono, forniscono dati grezzi da aggregare ed anzi, sono i dati grezzi.

Qualche spunto di approfondimento:

– L’opt out da Google ads

– Il real name system, dopo la Corea anche in Cina

– Il futuro del publishing online secondo Banzai

20 Commenti »

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  • # 1
    alessiodp
     scrive: 

    splendido articolo!
    non ho parole….

  • # 2
    Arunax
     scrive: 

    Mmmm… non sono del tutto d’accordo. Si tratta delle medesime pratiche “invasive” che sono già da anni applicate dal marketing televisivo, solo più specifiche. Come quelle televisive, una volta svelato il trucco risultano più comprensibili e soprattutto più eludibili. Lo stesso vale per le informazioni date in rete: chi si pone il problema di proteggere i propri dati, scegliendo quali condividere e quali non condividere, è già in buona parte protetto dall’effetto che tu hai riportato come

    “seguono gli impulsi che gli vengono trasmessi, reagiscono, forniscono dati grezzi da aggregare ed anzi, sono i dati grezzi.”

    Questo è per dire che il male in sé non è condividere i propri dati perché vengano elaborati. Il danno viene quando non si sceglie quali dati condividere, così come per il marketing “televisivo” il danno si ha quando non ci si rende conto di quali bisogni sono indotti e quali sono reali. Una volta scelti i dati che non riteniamo troppo personali non mi sembra che ci mettiamo in una trappola; così come nel comprare qualcosa che ci sembra utile e interessante e che abbiamo visto in una pubblicità non è un seguire bovinamente il marketing se lo facciamo dopo un’attenta analisi.

    Per esempio, ho un account Facebook anche abbastanza ricco di dati personali quali le mie opinioni su certi argomenti, link ad articoli che ritengo interessanti, ecc. Però salvo rare eccezioni come per il profilo non ho mai postato foto, ed ho sempre controllato quelle che gli altri postano su di me. In generale ritengo non ci sia alcun pericolo nel rendere pubblici quei dati che potremmo dire o far capire ad un nuovo conoscente nelle prime conversazioni; metterci troppo di sé stessi (con la geolocalizzazione, ad esempio) non mi sembra il massimo.

    Come in tutte le cose, il problema non sta nei mezzi, ma nelle persone che li usano senza informarsi e a sproposito. L’automobile è un mezzo utilissimo, ma quanti rischiano la vita guidandola senza i giusti accorgimenti?

  • # 3
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    @ arunax
    Il tuo ragionamento non è scorretto ma io appartengo alla scuola di pensiero secondo cui il discorso dello strumento regge fino a un certo punto.
    In uno stato di diritto solo la legge non ammette ignoranza. Per tutto il resto sono gli operatori commerciali a doversi adeguare alle norme a tutela dell’utente, utente cui lo stato riconosce il diritto ad essere anche “idiota” senza per questo dover vedere leso p. es. il proprio diritto alla privacy.

  • # 4
    arkanoid
     scrive: 

    secondo me alessio tu non stai bene…hai una paranoia abominevole riguardo queste cose.

  • # 5
    krotalo
     scrive: 

    dai non esageriamo, non è che ora le macchine ci controllano.

    almeno se mi controllano voglio che mi forniscano anche qualche vantaggio come le braccia bioniche di Jax (MK).

    cmq anche gli avatar sono una bella merdata, scusate il francese, ma non mi va che la gente identifichi la mia personalita e quello che sono da una fotina 100×100 pix ..

    e per moi la privacy è fondamentale, non avrete mai i miei veri dati online. i motori di ricerca sono violazione della privacy, proteggiamoci!!!

  • # 6
    Flare
     scrive: 

    La prima cosa che si imparava incominciando ad usare Internet è sempre stata quella di scegliersi uno pseudonimo. email, chat e newsgroup… poi anche i forum, dove si poteva usare un’avatar: si è sempre usato uno pseudonimo e un’immagine rappresentativa, raramente nome e cognome e foto. Una figura professionale o anche i blogger talvolta. Ma in generale no. Anzi ogni tanto (anche in alcuni giochi online) era esplicitamente sconsigliato dare informazioni personali a sconosciuti. In fondo, anche se conosci un nome e cognome o una foto, non sai veramente chi hai di fronte. Ma il discorso ha mille implicazioni e ci sarebbe molto da dire sui pregi e i difetti dell’anonimato.
    Forse qualcosa era partita già coi blog-diario. In particolare Facebook sta riuscendo a scardinare questa usanza che sembrava consolidata. Sta “educando” la gente ad una sorta di grande fratello, dove fare sapere tutto di sé è cosa buona e giusta. Zuckerberg qualche tempo fa annunciava la fine della privacy, diceva che non interessava a nessuno. Il CEO di Google, Eric Schmidt, lancia dichiarazioni controverse del tipo: “se non vuoi che qualcosa si sappia, semplicemente non farla”. Sull’onda del “chi non ha nulla da nascondere, non ha nulla da temere”. Frasi che potevano piacere ad un certo Adolfo del secolo scorso. Certi politici ostili all’anonimato agitano lo spauracchio della pedofilia (salvo poi scoprire che, sotto sotto, l’interesse reale è quello dei paladini del copyright). La privacy e la propria intimità sono molto di più e non si possono ridurre al semplice e strumentale “nascondere qualcosa di illecito”. Ora sembra che vogliamo tutti il paparazzo in bagno. Non c’è nulla di male che tu sia gay o che abbia certi feticismi o che tu voti per il tal partito, ma non è sempre bene farlo sapere a tutti (e su FB può venire fuori anche se non lo fai sapere esplicitamente, basta fare 1+1). E non riguarda neanche solo questo, la faccenda è molto più complicata.
    Facebook ha le sue ragioni di esistere e se usato in modo consapevole (che in pratica significa essere consapevoli di stare scrivendo su un cartellone in mezzo alla piazza della tua città con le telecamere in mondovisione, visto che la privacy lì ha più buchi di un groviera), ma a parte che sono pochi che lo usano in tal modo, c’è sempre qualcuno che può crearti qualche imbarazzo, se non proprio qualche problema più serio. È difficile controllare realmente quello che gli altri pubblicano su di te; e anche se togli tag o chiedi gentilmente di cancellare qualcosa o provi a replicare, a seconda del caso, ormai la frittata è fatta: qualcuno ha già, visto, qualcuno ha già salvato, la voce gira. Nel momento in cui si pubblica una cosa in rete, se ne perde facilmente il controllo. Lo scherzo viene preso sul serio, la foto diventa compromettente… Fra gli “amici” hai sia gli amici del bar, che il collega, talvolta il cliente, gli insegnati gli studenti (almeno ora hanno messo i gruppi, ma in fondo dai un altro dato personale, facendo sapere a FB quali sono i tuoi amici più intimi). Per non parlare di conseguenze di ogni genere, come donne e ragazze che conoscono un tizio in giro, si rivela un poco di buono, ma ormai impossibile da evitare, avendogli dato nome, cognome, foto e abbastanza dati da farle rintracciare sotto casa, finendo talvolta abusate o massacrate. Fare sapere tutto di sé a chiunque comporta tutta una serie di potenziali conseguenze. Con Facebook è difficile non dire troppo. Collegando dati qui e là in vari siti, si può sapere tutto di più. Eppure Mark Zuckerberg “ha ragione”, pochi sembrano pensarci e così si fanno scorpacciate di dati. Senza l’anonimato molte cose non sarebbero state possibili e a certi regimi più o meno totalitari dà particolarmente fastidio.
    Non so, a me la direzione che sta prendendo la rete piace sempre meno. La internet che avevo conosciuto e ammirato sta venendo stravolta (mi vien da dire stuprata) da una miriade di interessi e il cittadino medio, uomo o donna che sia, si fa manipolare come al solito. L’utopia di Internet sta fallendo, Internet sta somigliando sempre più alla vecchia TV.

  • # 7
    Giacomo
     scrive: 

    @ arkanoid
    una volta qualcuno ha detto “paranoia is knowing exactly what’s goin’ on”..
    nel dubbio meglio essere paranoici che profilati..

  • # 8
    Arunax
     scrive: 

    @ Alessio

    Infatti, ovviamente il discorso è più complesso. Mi limitavo a sottolineare che l’utente spesso sottovaluta i rischi che corre: ciò non significa che non ci debba essere un maggiore sforzo per la trasparenza (magari obbligato dal legislatore). Penso in particolare a una versione dei Terms of Service “in pillole”, chiari, evidenziati e semplici da leggere prima di sottoscrivere un contratto.

  • # 9
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    @ Arunax
    La strada è nel mezzo e non si può chiedere alle aziende di autoregolamentarsi in assenza di una legge chiara e di una sanzione certa.
    Il problema è che fissare dei parametri per la chiarezza dei TOS è materia da azzeccagarbugli, che peraltro prevede l’aggiunta di ulteriori comma a codici già ampiamente inapplicati (non escludo che esistano già fiumi d’inchiostro versati in merito).
    Trovo molto più immediato ed efficace rendere ineludibili i principi generali a tutela del cittadino/consumatore, potenziando le authority peraltro già esistenti.

  • # 10
    [D]
     scrive: 

    Alla fine mi sfugge un punto del discorso: questa strada piace o no ? E’ giusta o sbagliata ?
    Nell’eventualità che non piaccia, che sia sbagliata, non sarebbe più logico esprimere tutto sto pensiero in un linguaggio che fior di (the)menti sparse su feisbuk e dintorni riesca a concepire ?
    Alla fine, spiace mettere il dito nella piaga, ma sono loro la massa, sono loro a dominare, sono loro che devono essere convinti che il loro passatempo quotidiano è una trappola, non noi che ci siamo succhiati questa paternale e non ci siamo fermati alla prima riga sconvolti all’idea “che” si scrive con il “ch” invece che con la “k”.
    Il corso della storia è pieno di pensieri e pistolotti scritti da pensatori e filosofi di turno, ma proprio per il loro linguaggio ricercato, spesso hanno finito per finire ignorati dai più per finire in seguito ripresi da tizi che ne hanno sfruttato ed adattato il messaggio ai loro scopi.
    Sinceramente ho di gran lunga preferito quell’altro articolo, quella specie di sfogo, dove si metteva in chiaro cosa può comportare un sistema di autorizzazione d’accesso singola della propria privacy.

  • # 11
    sledgehammer
     scrive: 

    **** COMMENTO OFFENSIVO MODERATO ****

  • # 12
    arkanoid
     scrive: 

    @ Giacomo

    Uno lo disse, ma non per questo aveva ragione. La paranoia è esattamente paritetica all’ignoranza, almeno a livello di concretezza.
    Con la differenza che l’ignorante è contento, e il paranoico no.

  • # 13
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    @ arkanoid
    Nessuno vuole privarti del tuo sano ottimismo, ma verresti preso più sul serio se invece di chiuderla lì con frasi a effetto ti sforzassi di produrre qualche argomentazione.

  • # 14
    Mike
     scrive: 

    Grande Alessio!!

  • # 15
    LoneStar
     scrive: 

    Considerazioni già fatte da tempo, provenendo da un’era informatica in cui anche solo osare di chiedere a un interlocutore “ma qual è il tuo nome reale?” era al pari di avergli insultato la mamma..

    Da notare che anche Second Life si sta muovendo per rendere possibile l’utilizzo dei nomi reali da parte degli utenti x i propri avatar, al posto dei nomi-cognomi fittizzi utilizzati finora.

  • # 16
    arkanoid
     scrive: 

    @alessio

    Io ottimista? non lo sono affatto, ma sarebbe come chiedere a te di smetterla di essere paranoico riguardo questa tua presunta disperazione nella gestione delle informazioni.
    Tutto ciò che riguarda internet sembra spaventarti.

    Come ho scritto in un commento per un’altra cosa, sono scettico sulla soluzione del problema di gestione delle informazioni su internet, perchè il criterio è economico, e non morale.
    Purtroppo per me ci sono frotte di persone che invece sostengono posizioni morali o sociali, esattamente come stanno facendo con berlusconi quello che lo vogliono destituire, facendo il suo gioco.

    Il problema si acuisce quando al posto di un avatar usi le tue vere informazioni, che dovrebbero essere gestite in maniera precisa, cioè NON gestite.

  • # 17
    mark'
     scrive: 

    A 12 anni volevo a tutti i costi portarmi dietro il pc in vacanza, inutile elencare i commenti ricevuti dai genitori / amici per i quali per i primi dovevi assolutamente staccarti dalla tua “droga” e per i secondi appartenevi alla categoria “sfigati da sgabuzzino con la colonna vertebrale ormai completamente storta”.
    Apparte la storiella e le definizioni ampiamente scherzose, mi domando come mai oggi vedo persone che chiaramente non appartengono alla categoria geek/nerd connessi 24*7 con i vari smartphone di turno, spiaggia compresa! ma sono solo io a non sentire la necessità di essere connesso SEMPRE a feccialibro? chissà cosa avranno di tanto importante da dire =)
    per non parlare del fatto che se per sbaglio intavoli una discussione “tecnologica” si considerano onniscenti su ogni fronte quando fino all’anno scorso usavano, forse, la macchinetta del caffè, non credo di offendere nessuno se come esempio cito l’ormai classico fighetto fanboy apple, ma questo è un altro discorso.

    effettivamente come dice Flare, vedo tanto della vecchia TV in questa nuova internet.. specialmente nel modo in cui le masse ne fanno uso / vengono usate.

  • # 18
    EMME
     scrive: 

    e io che ero felice che da due anni non guardavo tv…
    sconfitto un nemico ecco che te ne arriva un’altro

  • # 19
    Alessio Di Domizio (Autore del post)
     scrive: 

    @ arkanoid
    Quella sul tuo ottimismo era ironia, quella sulla mia paranoia pare essere in te una sana convinzione. Che dire… tienitela. Se dai per presupposta una mia visione distorta piuttosto che semplicemente un’opinione diversa, non credo di avere molto da aggiungere.

  • # 20
    Gaspode
     scrive: 

    L’analisi è in parte vera, la tendenza è una rete sempre più simile al boquet di programmi e canali televisivi.
    E mi piace esplicitare un concetto, il prodotto “Internet” è più o meno costoso da produrre e mantenere del prodotto “Generico Canale Televisivo”?
    Quant’è geniale vendere una scatola il cui contenuto (e quindi valore) è gratis e fornito dagli stessi che te la comprano?
    Io trovo questa cosa al contempo perversa e affascinante.
    Ma il prodotto c’è, e per venderlo, per fare i numeri, devi banalizzarlo, devi renderlo appetibile ai più, questo fattore appiattisce tutto, e rende tutto, un po più simile a tutto quanto.
    Ecco perche la sinistra somiglianza tra la rete attuale (o futura) e la tv è quasi un dato di fatto.
    Il prodotto che si vende è la privacy altrui, ma per comprarla devi mettere la tua sul mercato, questo è il motore di “Faccia-di-Libro”. E nella logica di mercato, scusate, se non mi interessa un prodotto, o se mi interessa, ma costa troppo, lo lascio sullo scaffale… Almeno io faccio così, e voi?

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