di  -  mercoledì 7 luglio 2010

Questo pezzo di Cesare rappresenta il primo capitolo di un botta e risposta con Alessio, la cui prossima puntata apparirà su AD nei prossimi giorni. Stay tuned! :-)

Il precedente articolo sul TCPA ha scatenato polemiche, more solito, perché l’argomento è particolarmente sentito e da un po’ di anni a questa parte si assiste a una dura contrapposizione fra chi lo sostiene e chi lo avversa.

In realtà, da quel che è emerso poi da commenti, per lo più le contestazioni non riguardano il TCPA di per sé, quanto gli (utili) strumenti che fornirebbe alle major per il controllo dei contenuti da loro prodotti. Tutto ciò ricade, però, in un’altra definizione: quella di Digital Rights Management; i tanto odiati DRM.

Ne abbiamo già parlato qui diverse volte in relazione agli ultimi ritrovati, ritenuti troppo invasivi e fastidiosi per gli utenti finali (e, soprattutto, onesti: quelli che hanno pagato per poter usufruire del prodotto!), ma rimane aperta la questione di come conciliare quelle che sono due libertà fondamentali: quella dei produttori di produrre e gestire come vogliono quelli che sono i loro prodotti (e di ottenere, eventualmente, una contropartita economica), e quella dei consumatori di disporne secondo il loro gradimento.

E’ evidente che, portate agli estremi, le due libertà sono, di fatto, inconciliabili. Le due parti coinvolte, dal loro punto di vista, pretenderanno sempre di avere ragione. In un mercato “libero”, però, il modello della domanda e dell’offerta dovrebbe servire a bilanciarne le esigenze, arrivando a un compromesso utile per le due entità, che di fatto hanno bisogno l’una dell’altra.

Detto in altri termini, ai consumatori servono i prodotti delle major, e a queste ultime i portafogli dei primi per poter sopravvivere e continuare ad alimentare il ciclo di produzione e consumo che caratterizza ormai da tempo la nostra società (questo non significa che sia il modello “migliore” o “giusto”, ma al momento è quello che ci ha condotti al progresso e alle comodità di cui godiamo).

Tutto ciò dovrebbe portare, quindi, a un naturale equilibrio, dove da ambo i lati si rinuncia a parte della libertà e delle aspettative per avvicinarsi alla posizione dell’altro e arrivare, infine, a concludere l’affare, accontentando per lo più tutti. Alcune considerazioni vanno, però, fatte.

Il produttore dovrebbe avere tutto il diritto di vedersi riconosciuto un corrispettivo a fronte della fruizione del suo prodotto da parte del consumatore. Ovviamente è anche libero di regalarlo o di utilizzare altre forme (giftware o postcardware, ad esempio), ma questa scelta dovrebbe ricadere nel suo dominio di competenza.

D’altra parte dovrebbe essere ovvio che, se un produttore ha investito risorse, vuole intanto ripianare le spese, e cercare poi di guadagnare, contribuendo così ad alimentare il già descritto ciclo di produzione e consumo. Il consumatore, d’altro canto, tende a ridurre al minimo le sue, di spese, e al limite estremo vederle ridotte a zero.

L’ideale è rappresentato da una contrattazione fra le parti per arrivare a un punto sufficientemente conveniente fra i due. Nella realtà sorgono due problemi. Il primo è che le major tendono a dominare, imponendo i loro prezzi. I consumatori, per contro, subiscono e si vedono costretti a sborsare la cifra richiesta per accaparrarsi il loro oggetto del desiderio. Non c’è contrattazione perché il consumatore non è consapevole della propria forza contrattuale, derivante dal possesso del bene che interessa al produttore: i suoi soldi.

Non funziona sempre così, ma per i beni “immateriali” (software, musica, film, ecc.) è uno scenario abbastanza comune. Col tempo i prezzi scendono e si potrebbe, quindi, aspettare il momento opportuno, ma in una società voracemente consumistica come la nostra vogliamo “tutto e subito”; non siamo disposti ad aspettare e l’ultima novità dev’essere un “must have!“.

Ci saranno, quindi, quelli che sono disposti a spendere per ottenere immediatamente ciò che vogliono, chi si accontenterà di aspettare il momento buono (ripiegando, magari, sull’usato), e chi invece rinuncerà all’acquisto. Infine, e arriviamo al secondo problema, ci sono quelli che ricorreranno alla “quarta via”: quella della copia.

Le motivazioni che ho letto sono le più disparate: da quella “umanista” della diffusione della cultura (che dovrebbe essere, però, appannaggio dello stato), a quella fanta-economista del bene “duplicabile all’infinito” (e pertanto “copiabile all’infinito”; peccato che non funzioni coi soldi: quelli che, ad esempio, vengono spesi per realizzare e commercializzare i prodotti), fino ad arrivare a quella “caotica” (definirla “anarchica” sarebbe un’offesa ai padri del pensiero anarchico) del “faccio quello che mi pare con quello che mi passa fra le mani (o trovo nella rete)” o, addirittura, della “tossicodipendenza”, dove questo tipo di prodotti sono equiparati a beni di prima necessità di cui ormai non si può fare assolutamente a meno (roba da SERT, insomma).

Per questa gente il fatto che quel prodotto sia il frutto del lavoro di un’azienda, che paga gli stipendi ai suoi dipendenti (che usualmente hanno una famiglia a carico), o non li tocca per niente, oppure viene ridimensionato o messo in secondo piano rispetto alle proprie, prioritarie, esigenze.

Se il prezzo viene ritenuto troppo elevato l’idea di una campagna di sensibilizzazione dei consumatori sull’argomento, volta a una presa di coscienza del proprio potenziale e alla promozione di una campagna di boicottaggio delle major al fine di ricondurle a più miti consigli, non viene nemmeno presa in considerazione. Copiare è indiscutibilmente più comodo e richiede di gran lunga meno impegno ed energie.

A fronte di questa situazione le major hanno, da tempo, praticato la via dei DRM. Non mi addentrerò sulle problematiche a essi legati perché, come già detto prima, ne abbiamo ampiamente discusso. E’ innegabile, però, che la ricerca di mezzi di questo tipo, ma anche di pressioni suoi governi per legiferare riguardo ad agevolazioni in materia, sono diretta conseguenza del fenomeno della pirateria (sia a fini di lucro che non).

Questo perché alle aziende interessa ottenere la garanzia che, a fronte della fruizione di un loro prodotto, ci sia un riscontro economico, che non dev’essere necessariamente da essa imposto, ma frutto di un lavoro di concertazione coi consumatori. Diversamente non vedo quale altro motivo potrebbe spingerle a seguire queste strade. Sarà, probabilmente, un mio limite, e pertanto approfitto dello spazio che mi concede Appunti Digitali per conoscere l’opinione dei lettori sull’argomento.

Aggiungo soltanto un’altra considerazione che rientra nella sfera della tutela di questi beni “immateriali”, che riguarda in particolare il software, i brevetti sulle idee (che sono sfrutto dell’ingegno umano) e la protezione del proprio codice da occhi indiscreti.

Come programmatore sento forte l’esigenza di un mezzo che tuteli il lavoro intellettuale (e anche economico) necessario alla realizzazione dei miei progetti. Detto in altri termini, se ho una buona idea, voglio poterla sfruttare.

Attualmente ciò è possibile in alcuni paesi che consentono, appunto, il rilascio di brevetti, ma si tratta di soluzioni non globali e, soprattutto, estremamente costose. Di fatto chi vuol brevettare e non ha abbastanza non può usufruire di questa forma di tutela. Inoltre i brevetti, originariamente nati per tutelare gli inventori, ma promuovere la cultura, sono letteralmente esplosi (come quantità) e vengono utilizzati come “grimaldelli” per multinazionali specializzate nel trascinare in tribunale aziende o singoli accusati di aver utilizzato i loro brevetti senza averne acquisito la licenza.

Se ne potrebbe fare tranquillamente a meno se fosse a disposizione qualche mezzo che permettesse di nascondere il codice, in modo tale da proteggere l’implementazione delle idee dallo sguardo di chi potrebbe fare man bassa copiandole con poco sforzo. Parlo, quindi, di sistemi che impediscano il reverse engineering.

Strada che attualmente non è praticabile (mancano, appunto, i mezzi), e che comunque viene mal vista dai “caotici” di cui sopra, che vedono in queste forme di protezione una violazione alla propria libertà di poter fare quello che vogliono. Fermo restando che se la liceità o meno del reverse engineering spetta all’ordinamento dello stato, ci sono alcuni aspetti da considerare.

Come un’azienda è stata in grado di realizzare una particolare applicazione, lo stesso può fare chiunque sia in grado di programmare e abbia adeguate conoscenze. Il mercato del software è decisamente inflazionato e di certo non mancano braccia e menti in grado di affrontare e risolvere gli stessi problemi.

Altra cosa, e chiudo, è che quel prodotto è frutto del lavoro dell’azienda. Che dovrebbe avere tutto il diritto di deciderne le modalità di fruizione (e quindi anche la chiusura del codice). E il consumatore è altrettanto libero di rivolgersi altrove, oppure di rimboccarsi la maniche e realizzarlo da sé (o con l’aiuto di altri).

65 Commenti »

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  • # 1
    D
     scrive: 

    Secondo me il punto dal quale si dovrebbe partire è quello dove bisogna far entrare bene nella testa della gente che la roba va comprata solo se serve. Il “must have” non deve esistere. Chi compra solo per apparire è uno sfigato e dovrebbe essere isolato dalla comunità.
    Invece viviamo in una società che ragiona completamente alla rovescia ed è gioco forza che tutti non riusciremo mai ad avere tutto almeno in via regolare, con le evidenti derive che ne conseguono (download illegali, acquisto di merce contraffatta ecc.).

  • # 2
    Gurzo2007
     scrive: 

    @D

    quoto al 100%

  • # 3
    Carlo
     scrive: 

    Secondo me questo discorso funziona solo per metà; mi spiego meglio:
    Per prima cosa bisognerebbe distinguere in modo netto ciò che è coperto da copywright e ciò che è coperto da brevetto.
    Nel primo caso, sebbene non sussista, ovviamente, la necessità stringente di avere tutto e subito, si dovrebbero fare anche un pò di considerazioni ulteriori:

    – perchè la diffusione della cultura dovrebbe essere esclusivo appannaggio dello Stato?
    – giusto proteggere la proprietà intellettuale, ma non capisco perchè la durata di tale protezione debba essere così lunga ( e se non ricordo male si parlava di aumentarla fino a 90 anni); chi produce materiale coperto da proprietà intellettuale (musica, film, libri ecc) ha tutto il diritto di guadagnarci su, ma, secondo me, non di viverci di rendita per tutta la vita, un tempo più che corretto sarebbe 5 anni, poi che guadagni producendo ancora.
    – giusto ancora proteggere chi produce opere, ma tale definizione dovrebbe applicarsi agli artisti, non alle case di produzione che, de facto, svolgono sempre più un servizio una tantum, che potrebbe essere pagato quindi solo una volta (almeno per musica e libri, per i film forse è un po’ più complesso), soprattutto ora che con internet la distribuzione è molto più semplice.
    – infine bisognerebbe chiarire una volta per tutte che un opera d’ingegno è la stessa in qualsiasi forma si presenti, e non si può chiedere di pagare diverse volte per l’utilizzo con media diversi (vedasi la funzione di lettura dei libri rimossa dal kindle e via dicendo).
    Dimenticavo: L’uso dei DRM si è rivelato costoso inefficace e spesso dannoso per chi paga, e leggi idiote come l’ultimo decreto Bondi, ed in generale la dottrina dell’equo compenso, moralmente e legalmente assurda, non fanno altro che creare danni, avvelenare gli animi e \giustificare\ agli occhi di molti la copia illegale. inoltre puniscono anche chi non ha niente a che fare con i reati suddetti. Molto meglio rendere più certe e al massimo più dure (ma a me sembrano eccessive già adesso) le pene per chi compie il reato, che cercare inutilmente di evitarlo e spalmare la multa su tutti i consumatori.

    Per quanto riguarda le opere brevettabili (anche il software se vogliamo) mi trovo maggiormente concorde, sebbene penso che vadano posti dei limiti più stringenti su:
    -durata
    -prezzo
    -oggetto
    del brevetto.

    L’impedimento del reverse engineerig, per quanto comodo, lo trovo onestamente sbagliato: limita la libertà personale di sbagliare. Se sbaglio, commettendo un reato, allora è giusto che venga perseguito, ma non mi si può imporre di non compiere il reato preventivamente, secondo me.

    In ogni caso il problema nasce in larga misura dall’inadeguato corpus di leggi che ruotano intorno ad internet: fino a quando non si capirà che:
    -internet non può essere normato nazione per nazione, è di fatto ubiquitario, ed andrebbe considerato come sovranazionale.
    -alcuni concetti tanto cari al nostro attuale mercato sono superati a vanno rivisti alla radice
    -molti degli attuali modelli di busyness sono ormai obsoleti ed inefficienti, e si deve trovare il coraggio di cambiarli anche radicalmente, invece di difenderli per partito preso, forti di un controllo del mercato che potrebbe non durare in eterno,
    fino ad allora questi problemi non si risolveranno.

  • # 4
    n0v0
     scrive: 

    x D

    la penso come te ma una situazione del genere farebbe crollare l’ intera economia del capitalismo. Purtroppo (o per fortuna) non è realizzabile ;-)

  • # 5
    gionnico
     scrive: 

    Il reverse engineering me lo devi consentire se ho comprato il prodotto.

    Nella licenza con ogni probabilità c’è scritto che non posso usare quello che capisco dal reveng per fare un altro software (ovviamente).

    Ci vuole onestà e ci deve pensare lo stato a punire i trasgressori delle licenze (che già esistono e hanno valore legale).

    Non sono le aziende, invece a doverci imporre i loro sistemi come DRM e quant’altro.
    “Se loro non si fidano di te, perché tu dovresti fidarti di loro?”

    Vi ricordo questo bellissimo video:
    http://www.no1984.org/Trusted_Computing_movie

  • # 6
    sire_angelus
     scrive: 

    semplice: perme, i beni immateriali non esistono. ovvero, deve valere la formula stallman: sulla rete i programmi sono gratuiti, ma io posso comunque vendere i dischi a prezzo maggiorato sopra il supporto. l’era delle major che controllano tutto deve finire, incominciamo invece ad istruire i vari artisti all’autoproduzione(adesso con una spesa relativamente modica si ottengono dei risultati eccezzionali); un mio amico ha le proprie canzoni su itunes senza passare da nessuna casa discografica.

    per i videogiochi stiamo andando bene così più o meno: rendete la parte multyplayer con i vari codici (ma senza avere le restrizioni stile cod6, già bc2 é troppo invasivo(non permette lan)… il modello giusto secondo me é quello di bf2/2142) e mettere su steam tutti i giochi single player, facendoli sparire dalla circolazione attraverso altri mezzi(no disco, no copia, e steam si é sempre rivelato molto più difficile da cracckare che altri sistemi)

    per i film, (ma anche per i videogiochi)dopo un’anno dalla messa in vendita sotto dvd e br il prezzo di vendita al publico DEVE calare di almeno il 50%, e dopo altri 6 mesi il 25%, e senza drm… soldi spesi inutilmente, hanno perfino cracckato la ps3(ok era difficile lo so e non alla portata di tutti).

    per i libri deve valere la seguente regola: se sei in possesso del libro originale e puoi dimostrarlo, hai diritto alla versione digitale. e ovviamente viceversa con uno sconto sul libro.

    per questioni di reverse engineering, e cavoli vari… te piace linux? come pensi che possa far funzionare tutte quelle belle periferichine che gli attacchi su cui non si é mai visto nemmeno l’ombra del supporto del produttore? attraverso il reverse engeneering dei driver x windows e di tutti i segnali che passano tra i driver e la scheda/dispositivo usb per ricostruirne le specifiche…. come pensi funzioni wine? per opera dello spirito santo? oppure ti dimentichi che esiste una cosa chiamata CLEAN reverse engineering…..

    no, mi dispiace, io faccio parte della schiera che pensa che ogni volta che rinunciamo alla libertà per la sicurezza é una cazzata immane….

  • # 7
    Cael
     scrive: 

    il problema di base è come è concepito il diritto d’autore e la follia di renderlo valido per 70 dopo la morte dello stesso (direzione che spesso si vuole intraprendere anche con il software). La cosa più semplice è eliminarlo completamente e usare il brevetto, che dura 20 anni dalla registrazione. Se sei in grado di farlo fruttare economicamente bene, altrimenti sono problemi tuoi. Tenendo presente che 20 anni nel settore ICT è una eternità, si può ridurre a 10 anni.

  • # 8
    homero
     scrive: 

    ancora con sta storia?

    se le aziende volessero fare un sistema close come apple ha fatto con itunes per intenderci tutti potrebbero farlo…
    ….il problema è che pochi possono permetterselo…
    in quanto usano spesso sistemi che garantiscono copie illegali come sistema di promozione del prodotto…
    ossia ci sono persone che preferiscono acquistare un prodotto più aperto e che non comprano apple, ed altri che acquistano un prodotto che puo’ apparire piu’ libero da gestire…
    ma questa è teoria andiamo alla pratica….
    faccio un esempio bello e buono prendendo non il software ma le borsette di prada…
    parlo per esperienza personale in quanto un mio amico per necessità si è trovato a lavorare in provincia di roma presso un laboratorio che confezionava le costose borsette del noto marchio.
    bene sapete quanto costano alla produzione una borsetta venduta 600 euro in negozio?
    30 euro
    questo è il prezzo pagato al laboratorio…sapete quando prende il mio amico sarto diplomato all’accademia?
    940€ nette al mese
    voi comprereste una borsetta di prada a 600 euro? sapendo che costa in realtà 30 euro? chi controlla su questa disparità di prezzi?
    allora a me sta bene che si inserisca il DRM ma di paripasso ci deve essere anche un tetto massimo su quanto l’azienda debba lucrare dal povero consumatore….
    pertanto chi decide di usare il DRM deve rinunciare ai diritti siae…non si puo’ mangiare a 4 ganasce…

  • # 9
    Nat
     scrive: 

    Purtroppo la disparita’ di poteri tra cittadini e industrie dei contenuti e’ abissale. In teoria molto teorica il cliente dovrebbe avere il coltello dalla parte del manico, essendo sia destinatario del prodotto, sia elettore. Nella realta’ pero’ le industrie sono in grado di fare pressioni enormi disponendo di coesione e capitali, mentre i cittadini non si muovono come una sola mente e, a quanto risulta, hanno molta meno capacita’ di influenzare le leggi di quanto non ne abbiano le industrie.

    In uno scenario come questo, credo che sia possibile che le major non rinuncino all’occasione di monopolizzare il mercato creando dei cartelli ed imponendo condizioni e prezzi ai consumatori, motivo: fare piu’ soldi.
    Le alternative ora come ora esistono, ma non sono realta’ che si possono creare dall’oggi al domani o a bisogno, e soprattutto devono fare i conti con problemi come la diffusione e la capacita’ di utilizzo.

    Come dicevo nell’altro articolo sul TCPA, io non sono contrario a priori, ma alla luce di quello scritto sopra, sono sospettoso sul fatto che queste “superpotenze” si limitino a ottenere una giusta (e sacrosanta) ricompensa per il loro lavoro. Visti i mezzi di cui dispongono, visto quanto spregiudicatamente li utilizzano e visto quanta poca resistenza e tutela c’e’ dalla parte del consumatore, mi pare che ci siano parecchi fattori di rischio.
    E’ indubbiamente necessario trovare un punto d’incontro; mi pare pero’ che questo sistema, come quelli sempre adottati dalle industrie dei contenuti (vedi DRM), siano a discapito solo dei consumatori.

    @D
    hai ragione, pero’ la realta’ in qui siamo e’ questa, finche’ non cambia le carte in tavola sono queste e su queste vanno fatti i conti. Immaginarsi che all’entrata in scena su larga scala del TCPA, magicamente, i consumatori diventino responsabili, cauti e coesi e’ abbastanza fantascientifico, anche perche’ non e’ quello per cui spinge la societa’.

  • # 10
    j
     scrive: 

    perchè la diffusione della cultura dovrebbe essere esclusivo appannaggio dello Stato?

    perchè dev’ essere un’ entità super partes a classificare in modo oggettivo le opere dell’ ingegno che effettivamente rappresentano un patrimonio culturale e un bagaglio di conoscenze, separandole da quelle che invece sono puro intrattenimento consumabile (non mi vorrai dire che “Avatar” e un documentario della National Geographic sono sullo stesso piano, o che una canzone di britney spears è sullo stesso piano di una sinfonia di Beethoven, o un romanzetto qualunque sullo stesso piano di un saggio di Einstain sulla Relatività o uno di Jung sulla psicoanalisi… ) – non può il singolo a farlo, perchè lo farebbe sulla base di criteri semplicemente soggettivi per non dire egoistici come il gusto personale (basti vedere quanti giustificano con “la cultura va fatta circolare” il download di canzonette e film d’ azione… comodo)

    inoltre, perchè una diffusione anche non tanto “libera” ma pubblica di quella che appunto è cultura, non può prescindere dal pagamento dei diritti d’ autore ( che sono più di quanti uno possa credere, tra pubblicazione, riproduzione, rappresentazione, diffusione, distribuzione, traduzione, elaborazione, noleggio e trascrizione) – quindi occorrebbero fondi statali (quindi TASSE) per sovvenzionarla , analogamente a quanto avviene per l’ istruzione, la sanità, ecc
    quindi per forza di cose una seria regolamentazione ( sui vcriteri di ammissione delle opere, sulle modalità di fruizione ecc) una seria tracciatura (i diritti vanno versati per copia, quindi gli unici download leciti sarebbero quelli dall’ eventuale sito statale) e contingentazione
    non si può lasciare al singolo che scarichi “aggrattisse” da emule / torrent senza versare alcunchè, perchè il download abusivo resterebbe tale

    L’uso dei DRM si è rivelato costoso inefficace e spesso dannoso per chi paga, e leggi idiote come l’ultimo decreto Bondi, ed in generale la dottrina dell’equo compenso, moralmente e legalmente assurda, non fanno altro che creare danni, avvelenare gli animi e \giustificare\ agli occhi di molti la copia illegale.

    l’ equo compenso è (concordo) insensato perchè equivale a un processo alle intenzioni nei confronti dell’ acquirente di supporti
    ora, però, se copiare è sbagliato perchè ha l’ effetto di non corrispondere il dovuto a chi ha concorso a produrre l’ opera/sw, lo è a prescindere dalle motivazioni che spingono a farlo -farlo per rivalsa non lo rende giusto
    chi lo fa per questo motivo o non riesce a capire che le due cose sono scorrelato, o non vuole farlo (avere un pretesto per sentirsi a posto con la coscienza è sempre comodo)

    inoltre puniscono anche chi non ha niente a che fare con i reati suddetti.

    vero

    Molto meglio rendere più certe e al massimo più dure (ma a me sembrano eccessive già adesso) le pene per chi compie il reato, che cercare inutilmente di evitarlo e spalmare la multa su tutti i consumatori.

    il fatto è che le misure preventive “producer side” esistono, sono fattibili economicamente e praticamente, ancorchè non prive di effetti collaterali – per rendere più certa una pena, occorre rendere più certi il delitto stesso e l’ identificazione di chi delinque, quindi probabilmente sistemi, legalmente imposti e enforced, di tracciamento e controllo consumer side (che probabilmente sarebbero ancora più restrittivi e dannosi, quindi malvisti, delle protezioni e dei drm producer side che andrebbero a sostituire)

    ma tu cosa proporresti? ;-)

    molti degli attuali modelli di busyness sono ormai obsoleti ed inefficienti, e si deve trovare il coraggio di cambiarli anche radicalmente, invece di difenderli per partito preso, forti di un controllo del mercato che potrebbe non durare in eterno

    questa è una frase che si sente dire sempre più spesso, e sarà una coincidenza, ma ricorre guarda caso nelle discussioni inerenti pirateria e open source, e da parte di persone appartenenti al livello più basso nella “gerarchia produttiva” – nel senso, non rappresentanti di quell’ industria che i contenuti o il sw li produce (e detta dai quali una frase del genere avrebbe un altro peso) ma più spesso consumatori o utenti finali sostanzialmente all’ oscuro di come quell’ industria funzioni, ma insoddisfatti dell’ attuale sistema di mercato e per questo in attesa di una rivoluzione

    ora, è semplice dire che “le aziende devono cambiare il proprio modello di business” trovandosi dall’ altra parte – più difficile capire che certi modelli possono essere adattati (gradualmente e senza rivoluzioni) alla circostanze, ma altri non possono essere cambiati a meno di non cambiare radicalmente la propria missione aziendale … una sw house specializzata in strumenti di progettazione difficilmente si riciclerà come fornitore di “servizi” basati su di essi, se la clientela tipo di quelle applicazioni è una clientela che necessita di esse per svolgere un qualche lavoro ma a cui dei “servizi” non può interessare di meno (ed anzi desidera il minor coinvolgimento possibile con la sw house – io ho bisogno di uno strumento di lavoro da usare sulle mie workstation, tu me lo fornisci, finita lì) – difficilmente sposterà il proprio business model dalla vendita di licenze per la propria applicazione a qualcos’ altro di magari meno consolidato

    come è difficile rendersi conto che nonostante internet abbia cambiato abitudini e prospettive e convinto la gente di poter avere tutto, subito e gratis, le esigenze di base per quanto riguarda l’ industria sono sempre le stesse,
    tutelare le proprie idee e trarre il massimo guadagno dal proprio sforzo progettuale e produttivo (ovvero vendere prodotti in cambio di una contropartita) – e lo saranno fintantoche esisterà un mercato
    e fintantoche esisterà il mercato, esisteranno gli strumenti e i modi di operare nati in funzione di esso … magari adattati nei modi e nei tempi, ma i brevetti ci saranno anche in futuro, con buona pace di coloro che li vorrebbero aboliti

    certo, a meno di non trovare qualcos’ altro, ma questo qualcosa deve soddisfare le esigenze dell’ industria tanto quelle del pubblico
    al che mi domando… coloro che auspicano la “rivoluzione”, cosa propongono?

  • # 11
    j
     scrive: 

    voi comprereste una borsetta di prada a 600 euro? sapendo che costa in realtà 30 euro

    come esempio è leggermente fuorviante, e ti dico perchè
    certo, è perfettamente plausibile che produrre una borsetta costi 30 euro, in fondo si tratta di un po’ di filo, stoffa, poi cos’ altro, uno scampolo di cuoio e una fibbietta? ma quelli sono solo i costi vivi di produzione della borsetta
    in quei 30 euro non è sicuramente incluso il costo del design e della progettazione dell’ oggetto (che sicuramente non è stato il tuo amico sarto a fare, visto che gli veniva chiesto solo di realizzarlo, presumibilmente a partire da specifiche, cartamodelli ecc dati dalla casa)
    inoltre, non si tiene conto della collocazione di mercato dell’ oggetto – se un oggetto con lo stesso design, gli stessi materiali, la stessa fattura, venisse venduto sotto un marchio meno prestigioso a un prezzo inferiore, il pubblico lo etichetterebbe come “di fascia bassa”, quindi il prezzo di vendita può essere anche usato come mezzo psicologico per aumentare la qualità percepita nell’ acquirente, gratificandolo con la soddisfazione di aver potuto permettersi di spendere di più per avere il meglio

    cioè, con l’ esempio della borsetta ti sei addentrato nel terreno dei beni voluttuari (ben diverso da quello della produzione di sw e da quello della produzione musicale, per i quali vanno fatte altre considerazioni) per i quali valore e qualità percepita non sono strettamente correlati al costo di produzione

    ti potrei fare questo controesempio:
    una berlina di fascia media VW o Opel costano tra i 25k e i 50k euro, una Bentley ne costa 250k, eppure la Bentley non pesa 5-10 volte tanto, pur essendo sempre fatta di plastica e metallo non contiene 5 volte più materiale ( circa 1 volta e mezza, 2-2.5 tonnellate invece di 1.5 -1.8) – quindi ci deve essere dell’ altro ( a cominciare magari dalla maggior cura profusa nella progettazione, o il fatto che vengano prodotte in serie molto più limitate) a giustificare la differenza…

  • # 12
    homero
     scrive: 

    x j

    vedi purtroppo quelle che scrivi è vero soltanto in parte in quanto i costi di sviluppo e di pubblicizzazione di un prodotto sono spalmati sull’intera produzione… e comunque non giustificano una maggiorazione superiore al 1300%….

    allora faccio anche l’esempio della defilippi….
    sapete quanto prende all’anno la defilippi di siae?

    qualche milioni di euro…

    e questo capita anche con artisti come albano…

  • # 13
    andres
     scrive: 

    @j
    non ho letto tutta la discussione, quindi mi scuso in anticipo se dico qualcosa di fuori luogo.
    Solo commentando il tuo ultimo esempio della Bentley, ci sono moltissimi casi nel mercato dell’automobile di modelli fondamentalmente uguali proposti a prezzi molto diversi: ovvero, come dici te si paga il marchio, ma chiaramente giocando molto sul far percepire i due oggetti come qualcosa di diverso, quando in realtà non lo sono, se non in minima parte.

    Alcune recenti Jaguar erano più o meno Ford Mondeo ri-marchiate.
    VW, Audi e Skoda propongono modelli praticamente identici (stessi pianali, stessi telai, stessa meccanica, stessa componentistica) a prezzi molto diversi.
    Potrei continuare a lungo…

  • # 14
    Carlo
     scrive: 

    Scusa ma non capisco la differenza tra patrimonio culturale e opere d’intrattenimento, per quanto mi riguarda hanno lo stesso diritto e dovere di essere diffusi, e non credo in ogni caso a nessuna classificazione “oggettiva”, ogni soggetto, anche lo stato, classifica in base a parametri soggettivi opinabili.

    Sul fatto che esistano molti tipi di diritti d’autore, ecco è proprio ciò che volevo dire: lo trovo sbagliato; dovrebbe essercene uno solo riconosciuto all’autore dell’opera per averla prodotta.

    Inoltre non volevo giustificare chi scarica con la storia dell’equo compenso, notavo solo che l’aver istituito l’equo compenso ha peggiorato la situazione proprio perché molti la trovano una giustificazione valida per il loro comportamento.

    Capisco che le misure “producer side” siano più semplici e non so magari anche più efficaci, però non importa per me restano lesive del diritto individuale.

    Per quanto riguarda i modelli di business temo di non essermi spiegato bene: non ho dubbi che sarà traumatico per l’industria, è inevitabile e più si aspetta peggio sarà; aziende come le major musicali, che un tempo svolgevano un tipo di lavoro oggi di fatto svolgono un lavoro sempre più da “consulenza” (ok mi sono espresso male ma non so come spiegarmi, una volta senza una casa discografica semplicemente non potevi produrti un disco, oggi puoi registrare, fare editing, distribuire e pubblicizzare anche da solo in rete, ed in futuro sarà sempre più così). Provo a fare un esempio (non so quanto rilevante: una volta la IBM produceva hardware e software, (più altre mille cose). Oggi non vende più hardware consumer, si è orientata solo verso in settore industriale e guadagna molto con consulenze e assistenza (non che faccia solo questo). Ecco io penso che le industrie dovrebbero spostarsi in questa direzione: io sono un artista, ho bisogno di aiuto nella produzione di un disco, ti pago la consulenza e stop, i diritti restano miei. Anche nella distribuzione modelli di business alternativi sono possibili: volendo sorvolare sulle mancanze della rete, almeno qui da noi, ad oggi solo in pochi hanno investito seriamente nella vendita in rete (chiaro a prezzi molto più bassi di quella con supporto, primo per le ridotte spese di distribuzione e trasporto ecc, secondo per la qualità inferiore, ad oggi, dei file on line); cosa c’è di così insostenibile?

  • # 15
    ciarlatano
     scrive: 

    con il copyright lungo lo scopo del mercato è proteggersi dalla vecchia produzione, che deve essere nascosta agli occhi del pubblico.
    su tutta la musica swing e i primi crooner negli USA è scaduto il copyright, le performance giovanili di Frank Sinatra sono tutte liberamente scaricabili.
    e chi se c’è l’originale che ce frega di Bublè ? chi lo fila ?
    quando non c’era internet il sistema funzionava, oggi in un’ora ti scarichi tutta la musica che ascolterai in un mese.
    dato che è scaduto il copyright possiamo remixare e giocare con quelle canzoni producendo altre tonnellate di musica da immettere in una altra terribile novità: i social network.
    e la case discografiche rosicano di brutto e cercano di bloccare tutto, senza riuscirci, perchè i vecchi piano piano lasciano i loro posti di potere ed i giovani, che non percepisco questo come un problema di vitale importanza li sostituiscono.
    :D

    tiè alla fazza del copyright
    http://www.youtube.com/watch?v=ucLIYZ-tyiQ

  • # 16
    Flare
     scrive: 

    Per gionnico, che dice «Il reverse engineering me lo devi consentire se ho comprato il prodotto»: ciò che compri è una licenza d’uso, non il prodotto. Quando compri un gioco, non compri l’engine e tutto il resto. Stai pur tranquillo che l’engine commerciale di un gioco non costa 50 euro.

  • # 17
    The Solutor
     scrive: 

    Cesare

    Ritengo da sempre oro colato quello che scrivi quando parli di cose tecniche, ma mi trovo in disaccordo “genetico” quando leggo le tue dissertazioni corporative (questo sono) quando parli di cose “politiche”.

    Al dilà delle arcinote considerazioni che chiunque fa ed ha gia fatto sull’argomento, a me continua a sfuggire un concetto semplice semplice:

    Per quale straccio di motivo un artista , una sw house, un programmatore debbano costantemente sentirsi in possesso di una patente di “ricco potenziale” ed allo stesso tempo sentirsi derubati ogni qualvolta un evento qualsiasi fa si che questa potenzialità venga ridotta da un qualsivoglia evento non controllabile dai medesimi?

    Siamo onesti, qualsiasi cantante famoso, può guiadagnare da concerti e serate delle cifre che sono fantascienza per la maggior parte degli onesti lavoratori, impiegati in ogni più disparato settore, dal postino al fisico nucleare.

    E il problema reale non è ottenere un corrispettivo sacrosanto in cambio delle proprie fatiche, il problema che acceca è il pensiero di stare guadagnando 100 quando (in teoria) si potrebbe guadagnare 10000.

    Non funziona, non può funzionare, per lo stesso identico motivo per cui non funzionano le vendite piramidali (dove c’è trippa per tutti solo se la popolazione considerata tende all’infinito).

    Non ci sarebbero soldi sufficienti se in una ipotetica società dove tutti fossero ligi, mettendo mano al portafogli ogni qualvolta fossero richiesti.

    Quanta gente potrebbe permettersi di pagare il sw per pc, consolles, e telefonini unitamente ai vari abbonamenti online di paytv e servizi informatici vari, unitamente a cd, dvd e così via ?

    Questo mercato non esisterebbe affatto, non sarebbe mai nato, non ci sarebbe un pc in ogni casa, non ci sarebbe internet come la conosciamo, e il mestiere di programmatore sarebbe praticato da un numero ridicolo di persone.

    Quindi sarà il caso che se le considerazioni di tipo ideologico “alla Stallman” non faranno mai breccia in tutti coloro che pensano che sia uno schizzofrenico con problemi di igiene, sarà il caso che questi si arrendano almeno alla matematica, ovvero o il sw commerciale ed i contenuti multimediali inizieranno ad essere venduti a cifre ragionevoli o ad una larga parte della popolazione non passerà mai per l’anticamera del cervello di acquisirli regolarmente.

    E lo dico da persona che con l’informatica “ce campa”.

  • # 18
    D
     scrive: 

    Tra il programmatore ed il cantante preferirei lasciare la patente di \ricco potenziale\ al primo, se non altro perchè programmare non è questione di \5 minuti al cesso\ con la settimana enigmistica ma frutto di anni di duri studi, mentre per contro, trovare un cantante di successo che si sia fatto anche solo un giro in pullman intorno al conservatorio è impresa ardua.
    Poi per carità è ovvio che se i prezzi non sono onesti c’è poco da lamentarsi soprattutto quando certi bisogni indotti vengono esagerati a tal punto da sembrare vitali.

  • # 19
    Pluto
     scrive: 

    @D
    Bhe, anche imparare ad usare uno strumento musicale richiede anni di studio.

  • # 20
    D
     scrive: 

    Si ma quei musicisti lì in genere sono i precari della Scala, gli altri strimpellano con il corso del giornalaio

  • # 21
    tmx
     scrive: 

    Il fatturato del mercato dei beni immateriali sta crescendo, non poco. Non è di questo che si parla qui ma qualcosa, questo, vorrà dire.

  • # 22
    Gurzo2007
     scrive: 

    @tmx

    che la gente ha il potere di comprare o meno…se i prezzi sono reputati consoni si compra altrimenti amen

    ma il discorso di cesare è tutto diverso..ma in risposta gli si citano sempre le stesse cose

  • # 23
    the solutor
     scrive: 

    tmx

    Vuol dire principalmente che l’analfabetizzazione sull’argomento galoppa, e che a fronte di un numero di utenti che tirano a pagare (o a non pagare) consapevolmente, l’estensione del mercato sta raggiungendo una fetta di popolazione che usa questi beni senza porsi il minimo problema morale, sociale o tecnico.

    Vuol dire anche che (specie negli USA, ma non solo) gli interessi enormi in gioco hanno assunto dimensioni da fatturato statale e che quindi politici, giudici si stanno muovendo nella direzione di proteggere i poteri forti senza preoccuparsi minimamente del diritto con la D maiuscola.

    Ci si è trovati di fronte a problematiche completamente nuove e le si affronta dal punto di vista di “ciò che è comodo” al posto di valutare ciò che è giusto.

    Non è la prima volta che accade, ma questa volta le conseguenze saranno deleterie e quando il grosso della popolazione lo capirà sarà tardi, troppo tardi.

  • # 24
    the solutor
     scrive: 

    gurzo

    Non credi che sia il caso di giudicare se una opinione sia giusta o sbagliata al posto di valutare se è innovativa o reiterata ?

    Sull’argomento in questione ci sono due scuole di pensiero inconciliabili tra loro.

    Chi considera i contenuti e gli strumenti atti a fruirne, dei prodotti, degli utensili, e chi li considera cultura, informazione, strumenti di potere.

    Chi ritiene normale che un prodotto debba rendere un corrispettivo legato alle copie vendute, e chi ritiene che il corrispettivo debba essere legato alla qualità ed alla quantità del lavoro svolto.

    E si può continuare per un pomeriggio.

    Fatto sta che se i primi pongono sempre le stesse osservazioni, i secondi rispondono con le stesse controdeduzioni, e viceversa.

  • # 25
    LZ
     scrive: 

    @ The Solutor

    Questo concetto che esprimi è molto interessante :

    “… e chi ritiene che il corrispettivo debba essere legato alla qualità ed alla quantità del lavoro svolto.”

    Ma lo vedo un po’ difficile da quantificare.
    Mi spiego: supponi il caso di un software commerciale. Supponi che invece che dire “lo vuoi? 100 Euro a licenza” il CEO della software house si presenti e dica: “questo software è il risultato di un progetto da 15000 giorni uomo. Ci ha richiesto 41000 Kwh di corrente per alimentare server, client, luci ,… “, ti snoccioli tutti i dettagli di lavoro svolto e costi di infrastrutture fino ai litri d’acqua consumati dallo staff per lavarsi le mani e concluda con “Se lo volete, dateci il corrispettivo di tutto questo sforzo”

    Probabilmente la risposta dell’uomo della strada sarebbe “Guh?” e a quel punto il direttore commerciale si alzerebbe e direbbe “In altre parole: 100 Euro a licenza”

    Insomma, quando dici “o il sw commerciale ed i contenuti multimediali inizieranno ad essere venduti a cifre ragionevoli ” la domanda che mi viene spontanea è “su cosa si basa la percezione della ragionevolezza della cifra?” o meglio ancora, come facciamo ad essere sicuri che la “cifra ragionevole” sia adeguata a garantire il sacrosanto diritto di chi ha contribuito ai 15000 giorni uomo o alla produzione dei 41000 Kwh di corrente di ricevere il corrispettivo del proprio lavoro ?

  • # 26
    ciarlatano
     scrive: 

    i nuovi contenuti multimediali sono in creative commons, altri sono gettati in rete attraverso i social network.
    nessun idiota spenderà una lira per comprare video o musica, credo che si salverà qualcosa nella cinematografia, i colossal sono sempre stata una risposta alle novità, una volta la TV, oggi internet.

    al massimo il copyright sul software deve essere 10 anni, ma anche se fosse 1000 anni, con l’espansione dell’open source l’informatica che conta dovrà adeguarsi.
    non ha senso cambiare poche cose e farle pagare come novità, qualche faccina e l’interfaccia grafica e giù 50’000 euro di licenze.. come tutti i monopoli prima o poi implodono, è la legge del mercato.

    e questo è il terzo o quarto articolo di appunti digitali che tira verso il “legalismo” .. per pararsi il culo ovviamente..

  • # 27
    the solutor
     scrive: 

    LZ

    Non ho scritto da nessuna parte che è facile, non lo è specie per i sw che richiedono continuo sviluppo e servizi annessi. Come un sistema operativo, per esempio.

    Però è chiaro che c’è qualcosa che non funziona nel sistema così com’è

    Prendi windows 7. Ha gia venduto 150 milioni di copie, fai una media di 100 euro a copia ed ottieni 15 milardi. Sono 375000 dollari a dipendente.

    E stiamo parlando di un prodotto che non è sviluppato da zero, ma che è una evoluzione della sua beta, comunemente chiamata vista, ed a sua volta pagata, che a sua volta basa il proprio codice sulle versioni precedenti.

    E stiamo parlando di un OS appena uscito, che magari continuerà ad essere venduto x anni.

    Ancora più clamoroso il settore videogames dove una volta venduto il gioco le spese correnti e di sviluppo sono ridicole, rispetto agli incassi

    Ancora peggio musica e film.

    Un film come avatar ha incassato le ingenti spese per realizzarlo nel giro di due/tre nei soli cinema. Tutto quello che viene e verrà dopo è un rubinetto aperto che butta fuori soldi.

    Il suo blu ray costerà comunque decine di euro pur costando tra produzione e trasporto non più di un euro a copia.

    Ora, io mi chiedo come si possa continuare a difendere questi soggetti dal potere enorme colpevolizzando unicamente coloro che usufruiscono a scrocco delle prestazioni dei contenuti citati sopra.

    La gente si sente autorizzata a copiare perché non percepisce il valore del bene immateriale, e 9 volte su 10 non lo percepisce, semplicemente perché il valore non c’è, perlomeno non c’è quello proposto.

    Onestamente non credo certo che sia etico copiare, ma trovo che difendere i guadagni (troppo) facili delle multinazionali, spedendo dei poveri cristi in galera lo sia molto di meno.

    Si deve cercare una via differente ed il fatto che non sia facile trovarla non può e non deve essere una giustificazione a continuare a batterne una sbagliata, palesemente sbagliata.

  • # 28
    Antonio
     scrive: 

    quante seghe mentali. Tutto ciò che si può digitalizzare si copia, specie nell’era della libera informazione e circolazione dei dati. E non rompessero con questi moralismi da mercatino. Chi non può copiare non compra comunque, manco col fucile puntato alla testa. E’così e sarà sempre così, si rassegnino i moralisti che lanciano strali e maledizioni sui supercriminali che copiano i dvd. Bloccate tutto,lucchettate,impiantate rootkit,protezioni varie,drm draconiani e mondezza simile, fatelo. Piuttosto che comprare, la gente cambia hobby (e fa bene). Secondo me condividere la roba non è un crimine, affatto. Allora mi vietassero di prestare un film al vicino di casa. Condividere/copiare i contenuti, che siano pensieri o blueray pieni di dati, è naturalissimo e connaturato all’essere umani, guai se non ci fosse.

  • # 29
    LZ
     scrive: 

    The Solutor,

    su molti punti sono d’accordo con te, in particolare sul fatto che sia a dir poco immorale mandare in galera un povero cristo che ha copiato un film o un gioco. Un po’ meno sul tuo calcolo degli introiti di Microsoft per Win 7 (direi che un 10% di quella cifra lì è più attendibile, ci copri forse un anno di costi aziendali).

    Considera poi che coprire i costi ad un’azienda non basta.

    Un’azienda deve poter investire per continuare ad essere competitiva e proporre qualcosa di nuovo che gli consenta di continuare a vendere. Se non hai un surplus di guadagni non puoi investire e se non investi, dopo un po’ qualcuno riesce a proporre quello che proponi tu ad un prezzo inferiore (o addirittura gratis nel caso del software), l’azienda muore ed i primi a subirne le conseguenze sono i poveri cristi che nell’azienda ci lavorano. (A meno di operare in regime di monopolio come certe aziende parastatali semiprivatizzate di cui immagino sia inutile fare nomi)

    Parlando di software, uno dei motivi per cui si sono fatti grandi progressi è la “remuneratività” del prodotto che ha spinto a fare investimenti in questo settore. Pensa ai giochi per PC di 10 anni fa e a quelli di oggi, in termini di tecnica se non di contenuti i progressi fatti sono enormi.

    Ma da quando la remuneratività dei giochi per PC è calata, ecco che le aziende non investono più e si buttano su titoli per console che garantiscono introiti più sicuri. I risultati si vedono e non sono certo positivi per noi “consumatori”.

    Il punto fondamentale in cui mi trovi d’accordo è la considerazione finale, è vero che si deve cercare un metodo migliore. Ma ho paura che la ricerca durerà a lungo.

    Chissà, forse si potrebbe tentare una formula del tipo “licenza per 1 copia: x Euro, licenza per 10 copie 5x Euro, licenza per 100 copie 20x Euro e dare la possibilità a gruppi di persone di acquistare in “pooling” (un po’ come si fa con i regali di nozze :) ). E’ come legalizzare il fatto che uno compra e 4 copiano, ma dal momento che è controllabile e quantificabile potrebbe essere una soluzione valida. Per il software professionale il modello c’è già, non vedo perchè non estenderlo ad altri ambiti, non necessariamente informatici.

  • # 30
    tmx
     scrive: 

    grazie per le risposte :)

    cmq nel mio scarno commento (sul fatto che, bene o male, il giro di affari del mercato di cui si parla sta crescendo a dismisura) intendevo dire che il mercato dei beni immateriali si sta già autoregolando: a spese di tante persone oneste, purtroppo, ma a spese anche di chi voleva eliminare il fair use e la copia privata con colpi di spugna tipo DRM, pensando così di poter imporre prezzi da cartello in forza di sistemi anticopia insuperabili… comunque sia in questo scenario, che quindi non è nè bianco nè nero ma grigio, c’è chi guadagna, e anche bene, perchè ha azzeccato prodotti, prezzi e modelli di distribuzione, e la sua battaglia la sta già vincendo.
    bah non lo so se mi sono spiegato – lol – penso solo che una soluzione definitiva e pulita non ci sia, ma che una soluzione la troveranno (la stanno già trovando) i produttori e i consumatori intelligenti

  • # 31
    The Solutor
     scrive: 

    @LZ

    Ovvio che i miei conti non volevano avere nessuna pretesa di precisione, ma solo dare l’idea dei numeri in gioco.

    Riguardo al supporto ed alla ricerca ho premesso io che vendere windows non è la stessa cosa di vendere tomb raider o avatar.

    Fatto sta che esiste una sproporzione nettissima tra i costi praticati e lo sforzo necessario a “produrre” beni immateriali.

    La remunatività ha spinto il mercato, nessuno lo mette in dubbio, ma la remunatività è arrivata grazie all’all’argamento del mercato, e l’allargamento del mercato è arrivato grazie sopratutto alla cosiddetta pirateria, inutile nasconderselo.

    Di sicuro rende di più vendere un sw al 10% pagante di un miliardo di utenti che venderlo ad un bacino da 100000 utenti dove tutti pagano.

    E questo, in particolare M$, lo sa bene.

    @tmx

    La via non è facile da trovare, ma un po’ di buon senso residuo su questo pianeta esiste ancora.

    Prendi il caso di avira, è (da un po’ di tempo) uno dgli AV migliori sul mercato, è utilizzabile gratuitamente per uso personale, e costa (una cifra ragionevole) per uso professionale.

    Non è di sicuro la soluzione a tutti i mali ma è di sicuro un passo importante nella direzione giusta.

  • # 32
    Daniele
     scrive: 

    Sono d’accordo con le idee di fondo espresse nell’articolo. Tuttavia certi passaggi sono un po’ forzati. Ad esempio quando si parla delle povere major che hanno la famiglia da mantenere… I soldi che si prendono da noi servono a mantenere uno stile di vita sfrenato, e non semplicemente a rientrare dei costi ad alimentare il normale processo produttivo, ma a tenere in piedi un sistema di privilegi di stampo ottocentesco. Se i dipendenti delle major perdessero il lavoro prima di lamentarsi col ragazzino nerd che scarica mp3 a manetta dovrebbero lamentarsi con chi non rinuncia ai propri privilegi, vivendo sulle spalle degli altri.
    Ciò detto, ricordo che un sistema di brevetti troppo restrittivo è controproducente ed è un fortissimo disincentivo all’innovazione. Bisogna trovare un compromesso. Per non parlare del copyright! Esso non dura “solo” 70 anni come detto da qualcuno più sopra, ma dura 70 DOPO LA MORTE DELL’AUTORE. Mi sembra una cosa assolutamente FOLLE!
    Concludo dicendo che in ogni caso, come detto nell’articolo, i DRM recano SOLO fastidio agli acquirenti onesti e non è minimamente d’ostacolo ai piratozzi. Ciò basta a dimostrare che la strada fin qui seguita dalle major è TOTALMENTE SBAGLIATA.

    PS: Almeno in Italia, il diritto a Reverse Engineering è garantito dalla legge, ovviamente sotto certe condizioni. Ad esempio, se volessi adattare un programma che ho regolarmente acquistato per farlo girare sulla mia macchina (che magari è un Mac) posso farlo (o perlomeno posso provarci, visto che poi è tecnicamente quasi impossibile).

  • # 33
    Gurzo2007
     scrive: 

    @the solutor

    si ma il problema è: chi produce materiale sw o film o musica ecc ecc…ha il diritto di decidere come vendere e proteggere la propria opera?

    il problema è tutto qui…se ti sta bene compri altrimenti boicotti e pace all’anima dell’artista

    leggere certi commenti fa sorridere…

    e appunto se a me il rapporto qualità/prezzo di un album di un artista non piace non lo compro, idem per libri, ebook ecc ecc ma non ho io utente finale il diritto di imporre a priori il modo di distribuire e proteggere il proprio lavoro a chi lo crea…

    argomentazioni fantasiose che si leggono nei commenti sembrano uguali ai complottisti contro lo sbarco sulla luna ecc ecc

  • # 34
    The Solutor
     scrive: 

    >si ma il problema è: chi produce materiale sw o film o musica ecc ecc…ha il >diritto di decidere come vendere e proteggere la propria opera?

    La risposta corta, per quello che mi riguarda, è NO.

    Se vuoi quella lunga ne parliamo…

    I diritti si accampano quando ci si trova in un mercato equo e regolamentato, altrimenti questi diritti si trasformano automaticamente soprusi.

    E siccome, i soggetti forti di questo settore sanno praticamente legiferando al poso di chi dovrebbe farlo, non ci troviamo in questa condizione.

    Ergo sorridi quanto ti pare ma tieni presente che il mondo non è in bianco e nero, e questioni come la presente non si risolvono in 2 righe come ti piace pensare.

  • # 35
    j
     scrive: 

    La risposta corta, per quello che mi riguarda, è NO.

    in questa risposta è contenuta parecchia ipocrisia…
    se fossi un commerciante, un professionista o un imprenditore di altro settore non accetteresti certo un semplice “grazie” come compenso per la merce, il consulto, o servizio (chessò, un progetto per un palazzo o un impianto dentale)
    sicuramente pretenderesti di essere pagato sull’ unghia, ti prenderesti il diritto di fissare i prezzi per i tuoi servigi e di dire “non ti sta bene? puoi anche rivolgerti altrove”…
    ora, se lo faresti tu come lo farei io, perchè non lo dovrebbe poter fare un produttore discografico o una SW house? forse che chi lavora in quei campi è un professionista di serie B e merita meno considerazione e meno diritti di un avvocato, un ingegnere edile o un dentista?

    I diritti si accampano quando ci si trova in un mercato equo e regolamentato, altrimenti questi diritti si trasformano automaticamente soprusi.

    la major fanno i prezzi che vogliono loro – e allora? ti pare che l’ ultimo album di madonna o lady gaga sia un bene di prima necessità, che sei obbligato a comprare per vivere?
    chi legifera, legifera in funzione loro, e del danno arrecato dalla pirateria – e allora? puoi smentire, con logica assiomatica (non un’ opinione), che se su emule e torrent si scaricano pezzi del cantante x, sia perchè il cantante x piace, ma non si può o non si vuole pagare?

    Ergo sorridi quanto ti pare ma tieni presente che il mondo non è in bianco e nero

    ovvero è grigio, ognuno ha la sua parte di ragione e bla bla bla… no, in questo caso specifico la situazione è semplice,
    c’è chi produce, c’è chi acquista legalmente e c’è chi fruisce per vie traverse
    i motivi per cui quest’ ultimo lo fa sono eterogenei solo in apparenza, ma “non posso permettermelo”, “le major devono morire”, “la cultura deve essere fruibile da tutti” (salvo magari usare il termine parlando di canzoni di lady gaga, che è una bestemmia) in realtà si riducono a
    “devo trovare giustificazioni al fatto che stia violando la legge”
    (lo sapete sì, che una buona parte dei commenti qui è in palese apologia di reato? )
    è semplice, in realtà…

  • # 36
    The Solutor
     scrive: 

    @j

    Non fare finta di non capire.

    Io SONO un professionista, e immodestamente sono anche uno di quelli bravi.

    E come la stragrande maggioranza dei professionisti, fa un lavoro e finito il lavoro viene pagato.

    E viene pagato per il lavoro che ha fatto, e per l’eventuale supporto post vendita.

    E mi pare che sia la cosa più normale del mondo.

    Qua, invece stiamo parlando di gente che viene pagata più volte per il medesimo lavoro. A volte milioni di volte per il medesimo lavoro.

    E qua non si parla piu di ricevere un corrispettivo di clonarlo il corrispettivo.

    Giusto o sbagliato che sia questo meccanismo, mi pare lapalissiano che non vi si possano applicare le regole che si sono sempre applicate.

    Lavoro/servizio —-> corrispettivo.

    La fiat ti vende una macchina, e caro o meno che sia il prezzo della stessa, spende dei soldi per produrla.

    La microsoft ti vende una copia di win 7 e non spende NIENTE, ultimamente neanche i 10 centesimi del dvd.

    Ci hai fatto caso ?

    Ora sarebbe il caso che al posto di fare il Robin Hood all’incontrario vedessi di fare mente locale su quanto è stato scritto, cercando di capirne il senso, al posto di partire per la tangente con sciocchezze tipo l’apologia di reato, visto che potrei risponderti che anche la calunnia o la diffamazione sono reati.

    Ergo cerca di tenere il tono della discussione nei termini del buon senso.
    Grazie.

  • # 37
    Carlo
     scrive: 

    @J

    Scusa ma mi trovi in disaccordo su due punti nel tuo discorso:

    Perchè le major dovrebbero avere il diritto a scegliere il prezzo a cui vendere? semmai gli artisti…
    Secondo, come è già stato fatto notare, non si contesta il fatto che possano scegliere tale prezzo, ma il fatto che vengono pagati ancora, ancora e ancora…e questo non succede con nessun’altra azienda di servizi (quali di fatto la major ormai sono) e neanche con gli altri professionisti (come sono gli artisti).

  • # 38
    Cesare Di Mauro (Autore del post)
     scrive: 

    Scusate per non aver commentato finora, ma sono stato fuori e, soprattutto, lontano da internet. :P

    @Carlo:

    – perchè la diffusione della cultura dovrebbe essere esclusivo appannaggio dello Stato?

    Perché dovrebbe esserlo dei privati che investino i loro capitali?

    – giusto proteggere la proprietà intellettuale, ma non capisco perchè la durata di tale protezione debba essere così lunga ( e se non ricordo male si parlava di aumentarla fino a 90 anni); chi produce materiale coperto da proprietà intellettuale (musica, film, libri ecc) ha tutto il diritto di guadagnarci su, ma, secondo me, non di viverci di rendita per tutta la vita, un tempo più che corretto sarebbe 5 anni, poi che guadagni producendo ancora.

    Intanto è già molto importante il riconoscimento della protezione del lavoro altrui.

    Anch’io sono contrario a periodi troppo estesi, ma 5 anni mi sembrano pochi. Inoltre sono propenso a differenziare in base al tipo di bene.

    – giusto ancora proteggere chi produce opere, ma tale definizione dovrebbe applicarsi agli artisti, non alle case di produzione che, de facto, svolgono sempre più un servizio una tantum, che potrebbe essere pagato quindi solo una volta (almeno per musica e libri, per i film forse è un po’ più complesso), soprattutto ora che con internet la distribuzione è molto più semplice.

    Gli artisti possono già farlo, ma preferiscono affidarsi alle case di produzione. E’ una loro scelta.

    Se non ricordo male, dopo il successo di “Out of time”, la Warner offrì ben 150 milioni di dollari ai R.E.M. per la produzione e pubblicazione dei successivi 5 album. Sarebbe stato da folli non accettare quell’offerta, ma avrebbero potuto benissimo dire no (soldi e successo non gli mancavano di certo).

    – infine bisognerebbe chiarire una volta per tutte che un opera d’ingegno è la stessa in qualsiasi forma si presenti, e non si può chiedere di pagare diverse volte per l’utilizzo con media diversi (vedasi la funzione di lettura dei libri rimossa dal kindle e via dicendo).

    Questo deve deciderlo il produttore, che ha investito risorse sulla produzione del bene.

    Paghi una licenza limitata, e quindi con un prezzo adeguato. Pagheresti una sola volta il diritto di fruizione di un’opera, ma a un prezzo nettamente superiore?

    Dimenticavo: L’uso dei DRM si è rivelato costoso inefficace e spesso dannoso per chi paga, e leggi idiote come l’ultimo decreto Bondi, ed in generale la dottrina dell’equo compenso, moralmente e legalmente assurda, non fanno altro che creare danni, avvelenare gli animi e \giustificare\ agli occhi di molti la copia illegale. inoltre puniscono anche chi non ha niente a che fare con i reati suddetti. Molto meglio rendere più certe e al massimo più dure (ma a me sembrano eccessive già adesso) le pene per chi compie il reato, che cercare inutilmente di evitarlo e spalmare la multa su tutti i consumatori.

    Concordo, ma su questo ho già detto che la causa è dovuta alla pirateria. Porcate come l’equo compenso non avrebbero motivo di esistere se le major avessero i mezzi per garantire che alla fruizione di un loro bene corrisponda un rientro economico.

    L’impedimento del reverse engineerig, per quanto comodo, lo trovo onestamente sbagliato: limita la libertà personale di sbagliare. Se sbaglio, commettendo un reato, allora è giusto che venga perseguito, ma non mi si può imporre di non compiere il reato preventivamente, secondo me.

    Non si può nemmeno impedire di attrezzarsi per evitare che venga commesso.

    L’antifurto nella tua macchina ce l’hai? Lo usi? O preferisci non usarne nemmeno uno per non impedire preventivamente ai ladri la libertà di rubartela?

    @gionnico:

    Il reverse engineering me lo devi consentire se ho comprato il prodotto.

    E perché mai? A te dovrebbe interessare usarlo, il mio prodotto, anziché ficcanasare sul come ho fatto a realizzarlo.

    La licenza copre l’uso, non l’acquisizione del MIO know-how.

    Non sono le aziende, invece a doverci imporre i loro sistemi come DRM e quant’altro.

    Le aziende cercano tutele per i loro prodotti, come già detto nell’articolo.

    “Se loro non si fidano di te, perché tu dovresti fidarti di loro?”

    Vi ricordo questo bellissimo video:
    http://www.no1984.org/Trusted_Computing_movie

    E’ importante che abbiano sottolineato il fatto che il TC sia nato per motivi di sicurezza, cosa tutt’altro che scontata leggendo il terrorismo informatico / informativo che si fa sull’argomento.

    Per il resto, e come dicevo prima, certi meccanismi (alcuni dei quali non condivido) nascono perché mancano adeguate tutele.

    @sire_angelus:

    semplice: perme, i beni immateriali non esistono. ovvero, deve valere la formula stallman: sulla rete i programmi sono gratuiti,

    Ma i soldi per produrli esistono, e sono reali. E non li trovi nella rete.

    Stallman può decidere di regalare il frutto del proprio lavoro, ma non ha il diritto di sindacare su quello degli altri.

    l’era delle major che controllano tutto deve finire, incominciamo invece ad istruire i vari artisti all’autoproduzione(adesso con una spesa relativamente modica si ottengono dei risultati eccezzionali); un mio amico ha le proprie canzoni su itunes senza passare da nessuna casa discografica.

    L’importante è che gli artisti possano decidere, e questo mi sembra che non sia un’utopia.

    per i film, (ma anche per i videogiochi)dopo un’anno dalla messa in vendita sotto dvd e br il prezzo di vendita al publico DEVE calare di almeno il 50%, e dopo altri 6 mesi il 25%, e senza drm… soldi spesi inutilmente, hanno perfino cracckato la ps3(ok era difficile lo so e non alla portata di tutti).

    Questo è fattibile già adesso. Sta ai consumatori far scendere a più miti consigli le major, come dicevo nell’articolo.

    per i libri deve valere la seguente regola: se sei in possesso del libro originale e puoi dimostrarlo, hai diritto alla versione digitale. e ovviamente viceversa con uno sconto sul libro.

    E’ un’interessante ipotesi che spero venga presa in considerazione dalle case editrici.

    per questioni di reverse engineering, e cavoli vari… te piace linux?

    La bilancia pende sul no. Le mie esperienze per lo più negative mi portano ad avere un rapporto più di odio che di amore.

    Sono costretto a lavorarci perché tutte le macchine di produzione aziendali girano su una qualche distro Linux, altrimenti ne farei volentieri a meno.

    Diciamo che preferisco e preferirei spendere meglio il mio poco tempo a disposizione.

    come pensi che possa far funzionare tutte quelle belle periferichine che gli attacchi su cui non si é mai visto nemmeno l’ombra del supporto del produttore? attraverso il reverse engeneering dei driver x windows e di tutti i segnali che passano tra i driver e la scheda/dispositivo usb per ricostruirne le specifiche…. come pensi funzioni wine? per opera dello spirito santo?

    Ciò non vuol dire che sia lecito né tanto meno desiderabile da parte del produttore.

    Come ho già detto prima, da programmatore mi dà fastidio e non voglio che qualcuno ficchi il naso nel mio codice e veda quali idee ho tirato fuori dal cappello.

    oppure ti dimentichi che esiste una cosa chiamata CLEAN reverse engineering

    Non ne ho sentito parlare, a dire il vero.

    no, mi dispiace, io faccio parte della schiera che pensa che ogni volta che rinunciamo alla libertà per la sicurezza é una cazzata immane

    Su questo concordo. Non contemplo, però, fra le libertà possibili quello dello scrocco.

    Inoltre da programmatore voglio essere libero di realizzare un’applicazione senza che qualcun altro posi il suo sguardo sul mio codice.

    Di libertà ne esistono diverse. Non guardiamo soltanto a quelle che ci fanno comodo, ignorando le altre.

    @homero:

    faccio un esempio bello e buono prendendo non il software ma le borsette di prada…
    parlo per esperienza personale in quanto un mio amico per necessità si è trovato a lavorare in provincia di roma presso un laboratorio che confezionava le costose borsette del noto marchio.
    bene sapete quanto costano alla produzione una borsetta venduta 600 euro in negozio?
    30 euro
    questo è il prezzo pagato al laboratorio…sapete quando prende il mio amico sarto diplomato all’accademia?
    940€ nette al mese
    voi comprereste una borsetta di prada a 600 euro? sapendo che costa in realtà 30 euro?

    No a entrambe le domande.

    chi controlla su questa disparità di prezzi?

    Il mercato?

    allora a me sta bene che si inserisca il DRM ma di paripasso ci deve essere anche un tetto massimo su quanto l’azienda debba lucrare dal povero consumatore….

    Il rischio d’impresa non se lo accolla lo stato, ma i privati. Pertanto sono loro giustamente a decidere il prezzo finale.

    E i consumatori sono liberi di accettarlo oppure di promuovere una campagna di boicottaggio per farli scendere a un equo compromesso.

    pertanto chi decide di usare il DRM deve rinunciare ai diritti siae…non si puo’ mangiare a 4 ganasce…

    Premesso che della SIAE ho un’opinione talmente bassa che si dovrebbe coniare un nuovo termine nel dizionario per definirla, non vedo il senso della conseguenza logica.

    @Nat:

    Purtroppo la disparita’ di poteri tra cittadini e industrie dei contenuti e’ abissale. In teoria molto teorica il cliente dovrebbe avere il coltello dalla parte del manico, essendo sia destinatario del prodotto, sia elettore. Nella realta’ pero’ le industrie sono in grado di fare pressioni enormi disponendo di coesione e capitali, mentre i cittadini non si muovono come una sola mente e, a quanto risulta, hanno molta meno capacita’ di influenzare le leggi di quanto non ne abbiano le industrie.

    In uno scenario come questo, credo che sia possibile che le major non rinuncino all’occasione di monopolizzare il mercato creando dei cartelli ed imponendo condizioni e prezzi ai consumatori, motivo: fare piu’ soldi.
    Le alternative ora come ora esistono, ma non sono realta’ che si possono creare dall’oggi al domani o a bisogno, e soprattutto devono fare i conti con problemi come la diffusione e la capacita’ di utilizzo.

    Come dicevo nell’altro articolo sul TCPA, io non sono contrario a priori, ma alla luce di quello scritto sopra, sono sospettoso sul fatto che queste “superpotenze” si limitino a ottenere una giusta (e sacrosanta) ricompensa per il loro lavoro. Visti i mezzi di cui dispongono, visto quanto spregiudicatamente li utilizzano e visto quanta poca resistenza e tutela c’e’ dalla parte del consumatore, mi pare che ci siano parecchi fattori di rischio.

    Personalmente continuo ancora a non vedere quale altro interesse possano avere della aziende private oltre a quello di garantirsi un compenso a fronte della fruizione di un loro prodotto. Come chiedevo anche nell’articolo.

    Finora tutte le azioni intraprese, porcate incluse, sono in questa sola direzione.

    E’ indubbiamente necessario trovare un punto d’incontro; mi pare pero’ che questo sistema, come quelli sempre adottati dalle industrie dei contenuti (vedi DRM), siano a discapito solo dei consumatori.

    Bisogna vedere se per consumatore classifichiamo anche chi usufruire di un prodotto pur non avendone titolo. :D

    hai ragione, pero’ la realta’ in qui siamo e’ questa, finche’ non cambia le carte in tavola sono queste e su queste vanno fatti i conti. Immaginarsi che all’entrata in scena su larga scala del TCPA, magicamente, i consumatori diventino responsabili, cauti e coesi e’ abbastanza fantascientifico, anche perche’ non e’ quello per cui spinge la societa’.

    Il TCPA potrebbe contribuire a smuovere le acque. In una situazione di ambiguità è difficile prendere coscienza dei propri limiti e delle proprie capacità.

    Di fronte al fatto compiuto, devi deciderti e… muoverti.

    @The Solutor:

    Cesare

    Ritengo da sempre oro colato quello che scrivi quando parli di cose tecniche, ma mi trovo in disaccordo “genetico” quando leggo le tue dissertazioni corporative (questo sono) quando parli di cose “politiche”.

    Le mie dissertazioni sono… pensieri da coder, com’è intitolata la rubrica. :P

    Quindi se di “corporazione” parli, dovrebbe essere quella dei programmatori. Ma ci sono altri programmatori che non la pensano come me, per cui ciò che leggi rimane frutto del mio pensiero.

    Tra l’altro non faccio nemmeno parte di una corporazione. ;)

    Avrò il diritto di esprimere le mie opinioni senza essere etichettato come “corporativista”?

    Al dilà delle arcinote considerazioni che chiunque fa ed ha gia fatto sull’argomento, a me continua a sfuggire un concetto semplice semplice:

    Per quale straccio di motivo un artista , una sw house, un programmatore debbano costantemente sentirsi in possesso di una patente di “ricco potenziale” ed allo stesso tempo sentirsi derubati ogni qualvolta un evento qualsiasi fa si che questa potenzialità venga ridotta da un qualsivoglia evento non controllabile dai medesimi?

    Siamo onesti, qualsiasi cantante famoso, può guiadagnare da concerti e serate delle cifre che sono fantascienza per la maggior parte degli onesti lavoratori, impiegati in ogni più disparato settore, dal postino al fisico nucleare.

    Forse perché il fisico nucleare non prende quanto un postino, con tutto il rispetto per entrambe (anzi, TUTTE) le professioni?

    Questo modello di società è basato sulla discriminazione del lavoro.

    Ovviamente non è sempre così, perché ci sono programmatori che vengono schiavizzati a forza di stage non retribuiti, e altri che sono riusciti a sfondare diventando miliardari. Ma la discriminazione è congenita in una società capitalista e consumista come la nostra.

    Un modello di società diversa è possibile (e per me auspicabile), ma non credo sia questo l’argomento dell’articolo.

    Tornando in topic, un artista, un programmatore, una software house, una major hanno tutto il diritto di vedere riconosciuto un compenso per il loro lavoro. E almeno questo non dovrebbe essere in discussione, perché non penso che a qualcuno piaccia lavorare senza vedere poi il becco di un quattrino.

    Le modalità di fruizione, invece, dovrebbero essere oggetto di concertazione fra le parti, come già detto.

    E il problema reale non è ottenere un corrispettivo sacrosanto in cambio delle proprie fatiche, il problema che acceca è il pensiero di stare guadagnando 100 quando (in teoria) si potrebbe guadagnare 10000.

    Non funziona, non può funzionare, per lo stesso identico motivo per cui non funzionano le vendite piramidali (dove c’è trippa per tutti solo se la popolazione considerata tende all’infinito).

    Non ci sarebbero soldi sufficienti se in una ipotetica società dove tutti fossero ligi, mettendo mano al portafogli ogni qualvolta fossero richiesti.

    Quanta gente potrebbe permettersi di pagare il sw per pc, consolles, e telefonini unitamente ai vari abbonamenti online di paytv e servizi informatici vari, unitamente a cd, dvd e così via ?

    Questo mercato non esisterebbe affatto, non sarebbe mai nato, non ci sarebbe un pc in ogni casa, non ci sarebbe internet come la conosciamo, e il mestiere di programmatore sarebbe praticato da un numero ridicolo di persone.

    Mai preso in considerazione il fatto che una concertazione fra le due parti, consapevoli delle proprie potenzialità, possa portare a un allargamento della fruizione dei contenuti?

    Quindi sarà il caso che se le considerazioni di tipo ideologico “alla Stallman” non faranno mai breccia in tutti coloro che pensano che sia uno schizzofrenico con problemi di igiene, sarà il caso che questi si arrendano almeno alla matematica, ovvero o il sw commerciale ed i contenuti multimediali inizieranno ad essere venduti a cifre ragionevoli o ad una larga parte della popolazione non passerà mai per l’anticamera del cervello di acquisirli regolarmente.

    E lo dico da persona che con l’informatica “ce campa”.

    Lo stesso vale per me, ma vedo nella maggior consapevolezza fra le parti la chiave della concertazione e, quindi, della riduzione dei prezzi per i consumatori.

    Sull’argomento in questione ci sono due scuole di pensiero inconciliabili tra loro.

    Chi considera i contenuti e gli strumenti atti a fruirne, dei prodotti, degli utensili, e chi li considera cultura, informazione, strumenti di potere.

    Chi ritiene normale che un prodotto debba rendere un corrispettivo legato alle copie vendute, e chi ritiene che il corrispettivo debba essere legato alla qualità ed alla quantità del lavoro svolto.

    E si può continuare per un pomeriggio.

    Fatto sta che se i primi pongono sempre le stesse osservazioni, i secondi rispondono con le stesse controdeduzioni, e viceversa.

    In questo scenario hai dimenticato alcuni elementi fondamentali.

    Il primo è che i contenuti sono prodotti da privati e non dallo stato. Per cui il rischio d’impresa non è della collettività, ma di chi caccia fuori i soldi (o anche soltanto il tempo), e dovrebbe avere tutto il diritto di decidere il prezzo e le modalità di fruizione.

    Il secondo è che i consumatori hanno lo strumento principe per attuare una politica di convergenza con le major, a un punto di compromesso utile ad ambo le parti. Ma questo potere non lo esercitano. Preferiscono, anzi, vie sicuramente più comode, ma moralmente, e a volte anche legalmente, deprecabili e discutibili.

    Il terzo, è che i beni immateriali non sono beni di prima necessità.

    Il quarto, è che tali beni li puoi produrre anche tu.

    Altra cosa, se venissi a casa mia a sistemarmi il giardino e a fronte della tua richiesta di 1000€ te ne dessi soltanto 100, ti piacerebbe? Perché è questo che stai dicendo quando vorresti sindacare sulla quantità e qualità del lavoro altrui…

    @ciarlatano:

    i nuovi contenuti multimediali sono in creative commons, altri sono gettati in rete attraverso i social network.
    nessun idiota spenderà una lira per comprare video o musica, credo che si salverà qualcosa nella cinematografia, i colossal sono sempre stata una risposta alle novità, una volta la TV, oggi internet.

    al massimo il copyright sul software deve essere 10 anni, ma anche se fosse 1000 anni, con l’espansione dell’open source l’informatica che conta dovrà adeguarsi.
    non ha senso cambiare poche cose e farle pagare come novità, qualche faccina e l’interfaccia grafica e giù 50’000 euro di licenze.. come tutti i monopoli prima o poi implodono, è la legge del mercato.

    Allora cosa s’è di cui preoccuparsi? Nello scenario che hai prospettato a breve le major moriranno e il mondo sarà finalmente libero di godersi gratuitamente tutti i contenuti.

    Ho qualche PICCOLA perplessità su chi li produrrà questi contenuti, ma sono sicuro che la comunità FOSS avrà vagonate di braccia e menti per potersene fare carico…

    e questo è il terzo o quarto articolo di appunti digitali che tira verso il “legalismo” .. per pararsi il culo ovviamente..

    Da cosa? Immagino che a te il lavoro che fai venga retribuito. Ma per quello degli altri, invece, vale la politica del “fott ‘e magna”, vero?

    @the solutor:

    Non ho scritto da nessuna parte che è facile, non lo è specie per i sw che richiedono continuo sviluppo e servizi annessi. Come un sistema operativo, per esempio.

    Però è chiaro che c’è qualcosa che non funziona nel sistema così com’è

    Prendi windows 7. Ha gia venduto 150 milioni di copie, fai una media di 100 euro a copia ed ottieni 15 milardi. Sono 375000 dollari a dipendente.

    E stiamo parlando di un prodotto che non è sviluppato da zero, ma che è una evoluzione della sua beta, comunemente chiamata vista, ed a sua volta pagata, che a sua volta basa il proprio codice sulle versioni precedenti.

    E stiamo parlando di un OS appena uscito, che magari continuerà ad essere venduto x anni.

    Con questo ragionamento la Panda è sempre la stessa automobile ritoccata, per cui non si capisce perché non la vendono a un prezzo più ridotto…

    Ancora più clamoroso il settore videogames dove una volta venduto il gioco le spese correnti e di sviluppo sono ridicole, rispetto agli incassi

    Questo dovresti raccontarlo a tutte le software house che sono fallite.

    Ancora peggio musica e film.

    Un film come avatar ha incassato le ingenti spese per realizzarlo nel giro di due/tre nei soli cinema. Tutto quello che viene e verrà dopo è un rubinetto aperto che butta fuori soldi.

    Il suo blu ray costerà comunque decine di euro pur costando tra produzione e trasporto non più di un euro a copia.

    Idem come sopra: ci sono case di produzione che sono fallite. E film che non hanno nemmeno visto il botteghino.

    In entrambi i casi non hai considerato il rischio d’impresa. Che, com’è evidente dal nome, è un rischio, appunto.

    Ora, io mi chiedo come si possa continuare a difendere questi soggetti dal potere enorme colpevolizzando unicamente coloro che usufruiscono a scrocco delle prestazioni dei contenuti citati sopra.

    Quindi cosa proponi? Una medaglia al valore per gli scrocconi?

    La gente si sente autorizzata a copiare perché non percepisce il valore del bene immateriale, e 9 volte su 10 non lo percepisce, semplicemente perché il valore non c’è, perlomeno non c’è quello proposto.

    In tal caso la soluzione è semplice: basta non comprare. O boicottare.

    La terza via, quello dello scrocco, non dovrebbe nemmeno essere in discussione.

    Onestamente non credo certo che sia etico copiare, ma trovo che difendere i guadagni (troppo) facili delle multinazionali, spedendo dei poveri cristi in galera lo sia molto di meno.

    C’è il boicottaggio, come dicevo prima, che sarebbe la giusta via da praticare per ridurne i guadagni e farle scendere a compromesso.

    Ed è una via legalissima. Ma scomoda…

    Si deve cercare una via differente ed il fatto che non sia facile trovarla non può e non deve essere una giustificazione a continuare a batterne una sbagliata, palesemente sbagliata.

    La si troverà nel momento in cui diventerà praticamente impossibile scroccare il frutto del LAVORO ALTRUI (lo evidenzio per non dimenticare il nocciolo della questione).

    Perché in questo modo una sana politica di boicottaggio diventerà necessaria per conciliare le esigenze di entrambe le parti.

    @Antonio:

    quante seghe mentali. Tutto ciò che si può digitalizzare si copia, specie nell’era della libera informazione e circolazione dei dati.

    Questo l’hai deciso tu? Su quale base?

    E non rompessero con questi moralismi da mercatino.

    Stiamo parlando del LAVORO ALTRUI. E scusa se è poco.

    O immagino che a te faccia piacere NON essere retribuito a fronte del lavoro svolto?

    Chi non può copiare non compra comunque, manco col fucile puntato alla testa.

    In tal caso eviti anche altre vie.

    E’così e sarà sempre così, si rassegnino i moralisti che lanciano strali e maledizioni sui supercriminali che copiano i dvd. Bloccate tutto,lucchettate,impiantate rootkit,protezioni varie,drm draconiani e mondezza simile, fatelo.

    Mi sembra scontato, visto lo scenario che proponi.

    Ed è inutile lamentarsene, poi.

    Piuttosto che comprare, la gente cambia hobby (e fa bene).

    Ha piena libertà di scelta, in questo caso.

    Secondo me condividere la roba non è un crimine, affatto.

    Questo lasciamolo decidere alla legge.

    Allora mi vietassero di prestare un film al vicino di casa.

    Prova a prestargli quello scaricato con la 360 o la PS3.

    Condividere/copiare i contenuti, che siano pensieri o blueray pieni di dati, è naturalissimo e connaturato all’essere umani, guai se non ci fosse.

    Peccato che su questa base non ci sarebbe più nessuno a produrli. Visto che la produzione necessita di denaro non virtuale.

    Inoltre questo riguarda tanto i grandi capitalisti che vogliono investire denaro sonante, quanto i singoli o piccoli gruppi di programmatori o artisti che hanno delle idee e vogliono tentare di sfruttarle per fare qualche soldo.

    Infine, tesi come le tue legittimano le porcate di cui poi vi lamentate.

    Personalmente non ho nulla nei confronti di chi decide di spendere il proprio tempo o il proprio denaro in opere liberamente fruibili (l’ho fatto e lo faccio anch’io, qualche volta).

    Ma non tutti sono filantropi, e chi decide di farsi pagare per il PROPRIO LAVORO ha tutto il diritto di farlo. E chi non è d’accordo, ha tutto il diritto di non pagare e di rivolgersi ad altro o, se ne ha le capacità, di rimboccarsi le maniche e pensarci da sé.

    @Daniele:

    Sono d’accordo con le idee di fondo espresse nell’articolo. Tuttavia certi passaggi sono un po’ forzati. Ad esempio quando si parla delle povere major che hanno la famiglia da mantenere…

    In quel passo parlavo di azienda e non di major, perché il discorso era più generale.

    Poi anche i dipendenti delle major generalmente tengono famiglia e devono portare il pane a casa, sia chiaro, ma lavorando per un colosso le possibilità di fallimento sono più ridotte, anche se non nulle. Negli ultimi anni anche colossi come Microsoft hanno operato migliaia di licenziamenti, e non credo che abbia fatto piacere a quella gente che s’è ritrovata per strada…

    Ciò detto, ricordo che un sistema di brevetti troppo restrittivo è controproducente ed è un fortissimo disincentivo all’innovazione. Bisogna trovare un compromesso. Per non parlare del copyright! Esso non dura “solo” 70 anni come detto da qualcuno più sopra, ma dura 70 DOPO LA MORTE DELL’AUTORE. Mi sembra una cosa assolutamente FOLLE!

    La penso come te. Il diritto d’autore dovrebbe essere pesantemente ripensato / riformato.

    PS: Almeno in Italia, il diritto a Reverse Engineering è garantito dalla legge, ovviamente sotto certe condizioni. Ad esempio, se volessi adattare un programma che ho regolarmente acquistato per farlo girare sulla mia macchina (che magari è un Mac) posso farlo (o perlomeno posso provarci, visto che poi è tecnicamente quasi impossibile).

    Se non ricordo male questo era possibile con la precedente legge (che stabiliva la possibilità di reverse engineering e anche modifica del codice di un prodotto, se il fine era quello di migliorarne la fruibilità), ma col decreto Urbani prima e con l’ultima legge voluta da Sony poi (contro le modifiche), ciò non dovrebbe essere più possibile.

    @The Solutor:

    Non fare finta di non capire.

    Io SONO un professionista, e immodestamente sono anche uno di quelli bravi.

    E come la stragrande maggioranza dei professionisti, fa un lavoro e finito il lavoro viene pagato.

    E viene pagato per il lavoro che ha fatto, e per l’eventuale supporto post vendita.

    E mi pare che sia la cosa più normale del mondo.

    Qua, invece stiamo parlando di gente che viene pagata più volte per il medesimo lavoro. A volte milioni di volte per il medesimo lavoro.

    E qua non si parla piu di ricevere un corrispettivo di clonarlo il corrispettivo.

    Giusto o sbagliato che sia questo meccanismo, mi pare lapalissiano che non vi si possano applicare le regole che si sono sempre applicate.

    Lavoro/servizio —-> corrispettivo.

    La fiat ti vende una macchina, e caro o meno che sia il prezzo della stessa, spende dei soldi per produrla.

    La microsoft ti vende una copia di win 7 e non spende NIENTE, ultimamente neanche i 10 centesimi del dvd.

    Ci hai fatto caso ?

    E tu hai fatto caso che tante software house sono fallite? Che anche produttori di giochi che hanno fatto la storia non esistono più? Puoi spiegarlo tu il motivo?

    Ora sarebbe il caso che al posto di fare il Robin Hood all’incontrario vedessi di fare mente locale su quanto è stato scritto, cercando di capirne il senso, al posto di partire per la tangente con sciocchezze tipo l’apologia di reato, visto che potrei risponderti che anche la calunnia o la diffamazione sono reati.

    Ergo cerca di tenere il tono della discussione nei termini del buon senso.
    Grazie.

    Concordo sulla moderazione dei toni, ma non hai risposto alla questione sollevata da più parti (oltre che dall’articolo): se un prodotto non puoi permettertelo, perché devi copiarlo ugualmente? Non parliamo di generi di prima necessità, appunto.

    Se fosse una questione di principio, si praticherebbe la via del boicottaggio. Così non è, semplicemente perché quella della copia a sbafo è la via più comoda. Inutile girarci attorno.

    @Carlo:

    Perchè le major dovrebbero avere il diritto a scegliere il prezzo a cui vendere? semmai gli artisti…

    Gli artisti hanno due possibilità: l’autoproduzione o affidarsi alle major. Se scelgono queste ultime, affidano loro la produzione e la commercializzazione delle loro opere.

    Secondo, come è già stato fatto notare, non si contesta il fatto che possano scegliere tale prezzo, ma il fatto che vengono pagati ancora, ancora e ancora…e questo non succede con nessun’altra azienda di servizi (quali di fatto la major ormai sono) e neanche con gli altri professionisti (come sono gli artisti).

    Questo dovresti chiederlo anche alla caterva di artisti che non riescono a sfondare. Eppure i loro beni sono “copiabili all’infinito”.

    Come per tutte le cose, ci sono prodotti di successo e altri fallimentari. E’ il mercato che decide quali premiare e quali no (e questo non ha nulla a che vedere con la loro “qualità”).

    Per il resto, mi ritrovo con quanto detto da Gurzo, LZ, j, e qualche altro.

  • # 39
    Dreadnought
     scrive: 

    Io penso che le major e anche le case produttrici di software siano in perenne torto marcio ed in parte siano responsabili di questa crisi di inizio millennio.

    Come le due famose F dell’immobiliare americana o molte banche del crack del 2009 hanno fatto il passo più lungo della gamba indebitandosi per fare investimenti ad alto rischio basandosi solo ed esclusivamente sulla moda e sulla tendenza del momento. Per definirle in modo terra-terra hanno fatto delle scommesse con rischi più o meno alti.

    Quando poi la fetta di popolazione mondiale più ricca verso la fine degli anni 90 ha iniziato a perdere potere d’acquisto e le pretese su un album o su un videogame sono salite di continuo si è arrivati ad un punto di rottura. Da un lato l’acquirente non voleva spendere le cifre richieste dai detentori di copyright e alle major stesse veniva chiesto il conto alle banche e dagli azionisti.

    Da lì la scoperta di un meccanismo debole in cui le major hanno cercato in tutti i modi di far sembrare una perdita dovuta alla pirateria, che ha portato a tutti i vari modi di tutelare il copyright tra cui il DRM che non ha fatto niente altro che limitare le vendite e frenale il decollo inevitabile delle nuove piattaforme alternative.

  • # 40
    sire_angelus
     scrive: 

    l’esempio più stupido: quello che le major stanno facendo é questo:

    immagina che hai un banchetto delle limonate davanti casa, all’americana. solo che tu hai scoperto la ricetta e quindi la vendi in esclusiva.

    sei un venditore eccezzionale, vendi 100 limonate al giorno.

    a un certo punto però incominci a vendere sempre meno, perché un’altra persona ha scoperto la limonata come te, solo che invece di venderla ha deciso di distribuire la ricetta, e mano a mano che i clienti scoprono come farsela da soli se la fanno in casa, spendendo di meno, e quindi tu vendi meno; continui a guadagnare, ma i guadagni sono minori a prima.

    tu mi stai dicendo quindi che per il semplice fatto che io vendo meno dei miei prodotti, non si sa per quale motivo, vuoi che sono scadenti, vuoi che la gente si rifornisce altrove per il semplice fatto di A avere un’alternativa e B riconosce all’oggetto un valore intrinseco certamente minore di quello a cui é proposto(in questo caso: il valore di costo) e sopratutto, non sto togliendo le limonate dal balcone, ma sto approvvigionandomi da un’altra fonte, quindi tu hai ancora tutte le tue limonate ma invendute.

  • # 41
    sire_angelus
     scrive: 

    sscusate ho fatto confusione con il post di prima…

    A avere un’alternativa e B riconosce all’oggetto un valore intrinseco certamente minore di quello a cui é proposto(in questo caso: il valore di costo)devo fare causa a tutti quelli che si fanno la limonata in casa, chiedendo risarcimenti di 60€ per ogni bicchiere che si sono fatti, e in più risarcimenti miliardari a chi ha scoperto come te la ricetta?

  • # 42
    sire_angelus
     scrive: 

    qui non ci si rende conto di come le varie major impazzirebbero per poter applicare una cosa semplicissima: far pagare per ogni singola fruizione del contenuto( un pò come per i videogiochi adesso, vedi codice per l’online da ricomprare se vendi il gioco su un mercatino dell’usato). E l’unica cosa che potrebbe permettere una situazione del genere sono i drm “forti” come il tcpa.Onestamente, siccome io SONO un musicista(mi piacerebbe campare di musica, ma questa é un’altra cosa) io sarei contentissimo di mettere la mia musica a disposizione, se poi le persone decidono che la mia musica vale qualcosa e vogliono pagarla bene..

    concludo con questo link…

    http://www.wolfire.com/humble

    un’iniziativa che ha spopolato.

  • # 43
    Cesare Di Mauro (Autore del post)
     scrive: 

    L’esempio non è calzante, perché la limonata viene prodotta dalla major e successivamente rubata da altri.

    Perché chiunque può produrre un software che faccia XYZ, ma ciò che fanno gli altri non è rimboccarsi le maniche e realizzare del codice che faccia lo stesso, quanto copiare pari pari quel software.

    Quanto al TCPA, non è un DRM “forte”. Al contrario, un DRM “forte” potrebbe far uso di alcune tecnologie del TCPA.

    Quanto al link, se l’iniziativa ha spopolato (come pure quella dei Radio Head per la musica, ad esempio), non vedo il problema: ognuno decida liberamente in che modo rendere fruibili il frutto del proprio lavoro. Ma eviti di imporre agli altri di fare lo stesso: la scelta dev’essere libera.

    Soprattutto, bisognerebbe avere almeno la decenza di non appoggiare gli scrocconi, che non hanno e non possono avere alcuna giustificazione.

  • # 44
    Gurzo2007
     scrive: 

    @The Solutor

    ah ok..quindi mi dai il permesso di copiare e redistribuire il tuo lavoro e guadagnarci sopra senza versare a te nulla? ottimo

    nel mercato globale ci sono tanti piccoli mercati diversi per forma e tipo…quelle delle major musicali è uno di questi…se all’artista sta bene sottostare alla major fatti suoi…ormai le tecnologie permettono di fare tutto in proprio e fare i prezzi che si vogliono… domanda e offerta possono concordare il prezzo dovuto…se a te che compri non sta bene…basta non comprare

    sorrido perchè leggo commenti assurdamente utopistici e che non c0entrano nulla col discorso di cesare, e cmq quello che vede in bianco e nero sei tu..che riporti il tuo esempio di lavoro e corrispettivo in € come il modello assoluto…quando non è così…e a decidere il mercato della frivolezza è il consumatore finale che tu ci creda o no

  • # 45
    Gurzo2007
     scrive: 

    che poi ci vogliano( e in parte ci sono) organi che tutelino i diritti dei consumatori..questo è un altro discorso

  • # 46
    The Solutor
     scrive: 

    @gurzo

    Il mio lavoro consiste nel far funzionare le cose e non c’è nulla di nascosto o di criptato in quello che faccio.

    Chiedo un prezzo, se al cliente sta bene, me lo corrisponde ed io faccio il lavoro.

    Poi che un mio server funzioni per 6 anni senza mai essere fermato o funzioni solo per uno, non mi cambia nulla.

    Nessuno si sogna di mandarmi un assegno per ogni anno che una mia realizzazione regge nel fare il lavoro per cui è stato progettato.

    Come nessuno si sogna di mandare un assegno a Calatrava per ogni anno che un suo ponte rimane sospeso senza crollare.

    Non vedo per quale motivo la cosa non possa funzionare per chi programma

  • # 47
    Cesare Di Mauro (Autore del post)
     scrive: 

    In tal caso non ti lamentare poi se un’applicazione ti costerà un paio d’ordini di grandezza di più…

  • # 48
    The Solutor
     scrive: 

    E tu non lamentarti se non la compro.

    Peraltro non vedo cosa ci azzecchi il costo all’utente finale con la modalità distributiva.

    Un prodotto come windows continua a costare la stessa cifra da sempre, che se ne siano coperti i costi di sviluppo o meno.

    Capisco che a chi sta dall’altra parte della barricata piaccia molto il pensiero di starsene seduti a produrre il prossimo sw da commercializzare, mentre un flusso costante di soldi arriva indisturbato, ma il fatto che io capisca l’umano apprezzamento per il portafoglio che si gonfia in automatico, non vuol dire che io consideri questa forma di commercio equilibrata e/o difendibile.

    P.S. perdona se non rispondo punto per punto alle tue osservazioni ma capicsci a me, diventa complicatissimo (almeno per me) rispondere ad un post così lungo senza commettere sviste, strafalcioni, omissioni e senza avere la possibilità di correggere le stesse.

  • # 49
    Gurzo2007
     scrive: 

    @The Solutor

    tu offri un tipo di servizio…altri ne offrono un altro..del tipo mi paghi un tot e il server che io ti fornisco ha un’assistenza 24/24

    oppure offrono assistenza sul sw fornito..come redhat sulle sue distro linux

    come dicevo prima ci sono molte forme di domanda e offerta…ognuno sceglie il meglio per se

    perchè nel sw non funziona così? se io compro la licenza di usare un determinato sw io la pago una volta..no ogni anno…tranne se è una licenza in abbonamento…

    ma rimane il fatto che sono io a scegliere quello che mi conviene di più

  • # 50
    The Solutor
     scrive: 

    @gurzo

    Ho capito che ci sono varie forme di offerta e di domanda.

    Semplicemente, visto che si parla di etica applicata ai consumatori, controbatto parlando di etica applicata a chi fornisce i contenuti.

    Semplicemente qua si giustifica un modello di business per il semplice fatto che esiste già.

    Un po’ come i costi di ricarica sulle scratch card telefoniche, si era sempre fatto in un modo e nessuno faceva una piega.

    E bastato un uomo di potere con qualche neurone nella scatola cranica e questo modello di business è finito da un giorno all’altro.

    Eppure vodafone continua a fare soldi come faceva prima, telecom continua a sprecarne come faceva prima e così via.

    Si è cambiato un modello di business con uno più equo e stop.

    Non vedo perché non sia possibile cambiarne anche qualcun altro.

  • # 51
    Cesare Di Mauro (Autore del post)
     scrive: 

    Ma in nessuno dei casi si parla di NON pagare per usufrire di un servizio, che è il nocciolo della questione.

    A questo punto la domanda è d’obbligo: sei pro o contro gli scrocconi?

    Quanto a Windows, se non vende abbastanza i costi di produzione possono non essere coperti. Come capita con qualunque altra cosa.

    Si chiama, e l’ho già detto diverse volte, rischio d’impresa. Com’è che citi Windows e non parli delle software house che hanno chiuso i battenti? E tutte le vittime della bolla della new economy?

    Glielo vai a dire tu che hanno sbagliato modello di business, quando sulla carta avevano tutto da guadagnare allegramente?

  • # 52
    The Solutor
     scrive: 

    Ma in nessuno dei casi si parla di NON pagare per usufrire di un servizio, che è il nocciolo della questione.

    A questo punto la domanda è d’obbligo: sei pro o contro gli scrocconi?

    Fino a quando non ci si mette d’accordo sui concetti di base, la parola “scrocconi” non ha lo stesso significato per me e per te e quindi la tua domanda finisce per essere priva di significato.

    Gli scrocconi applicati all’informatica le hanno consentito di decollare e hanno consentito ad entrambi di avere un lavoro. Non solo hanno consentito ad entrambi di svolgere un bel lavoro. (immagino che per te come x il sottoscritto lavoro coincida parecchio con passione).

    Quanto a Windows, se non vende abbastanza i costi di produzione possono non essere coperti. Come capita con qualunque altra cosa.

    Ma quandomai ?

    Windows si è imposto quando era la peggiore ciofeca presente sulla faccia della terra, e di recente abbiamo avuto l’esempio di Vista che se è stato un flop relativamente alle altre versioni ha comunque consentito di incamerare fantastiliardi a mamma Microsoft.

    Per perdere dei soldi devono proprio impegnarsi (e sul settore mobile lo stanno facendo).

    Come dici tu capita con qualunque *altra* cosa.

    Si chiama, e l’ho già detto diverse volte, rischio d’impresa. Com’è che citi Windows e non parli delle software house che hanno chiuso i battenti?

    Le SW house possono essere gestite male come qualsiasi altra attività, basta spendere più soldi di quelli che si guadagnano o fare prodotti scadenti o essere surclassati dalla concorrenza.

    Dove starebbe la notizia ?

    Glielo vai a dire tu che hanno sbagliato modello di business, quando sulla carta avevano tutto da guadagnare allegramente?

    Chissà perché di questi tempi sono tutti bravi a riempirsi la bocca con parole come il mercato che si autoregola, salvo poi virare di 180 gradi quando il mercato LI autoregola. Ti ci vuoi mettere anche tu ?

  • # 53
    Cesare Di Mauro (Autore del post)
     scrive: 

    @The Solutor:

    Fino a quando non ci si mette d’accordo sui concetti di base, la parola “scrocconi” non ha lo stesso significato per me e per te e quindi la tua domanda finisce per essere priva di significato.

    http://www.treccani.it/Portale/elements/categoriesItems.jsp?pathFile=/sites/default/BancaDati/Vocabolario_online/S/VIT_III_S_113722.xml
    http://www.etimo.it/?find=Cerca&term=scroccone

    Gli scrocconi applicati all’informatica le hanno consentito di decollare e hanno consentito ad entrambi di avere un lavoro. Non solo hanno consentito ad entrambi di svolgere un bel lavoro. (immagino che per te come x il sottoscritto lavoro coincida parecchio con passione).

    Vero, ma questo non significa che sia stato né che sia giusto.

    Ma quandomai ?

    Windows si è imposto quando era la peggiore ciofeca presente sulla faccia della terra,

    All’epoca di Windows 3.0 cosa c’era in giro?

    e di recente abbiamo avuto l’esempio di Vista che se è stato un flop relativamente alle altre versioni ha comunque consentito di incamerare fantastiliardi a mamma Microsoft.

    Più di 150 milioni di pezzi venduti non si possono classificare esattamente come “flop”.

    Indubbiamente le aspettative erano più elevate, ma il fatto che un prodotto non venda come prospettato non significa necessariamente che sia di scarsa qualità.

    Io mi sono trovato molto bene con Vista.

    Per perdere dei soldi devono proprio impegnarsi (e sul settore mobile lo stanno facendo).

    Potrebbero anche recuperare.

    Come dici tu capita con qualunque *altra* cosa.

    Ma anche no. Courier ti dice nulla?

    Le SW house possono essere gestite male come qualsiasi altra attività, basta spendere più soldi di quelli che si guadagnano o fare prodotti scadenti o essere surclassati dalla concorrenza.

    Dove starebbe la notizia ?

    Immagino che siano tutte cose ampiamente prevedibili per le imprese.

    Perché a questo punto è evidente, da quel che hai detto, che chi è fallito l’ha fatto di proposito. Un pazzo suicida, insomma.

    Non possiamo parlare nemmeno di rischio d’impresa, perché queste avrebbero già dovuto sapere che sarebbero fallite. Quindi l’hanno fatto di proposito.

    Chissà perché di questi tempi sono tutti bravi a riempirsi la bocca con parole come il mercato che si autoregola, salvo poi virare di 180 gradi quando il mercato LI autoregola. Ti ci vuoi mettere anche tu ?

    Io le mie tesi non le sostengo né da oggi né da ieri.

  • # 54
    The Solutor
     scrive: 

    http://www.treccani.it/Portale/elements/categoriesItems.jsp?pathFile=/sites/default/BancaDati/Vocabolario_online/S/VIT_III_S_113722.xml
    http://www.etimo.it/?find=Cerca&term=scroccone

    Non ci siamo capiti.

    Credo che chiunque abbia una idea precisa di cosa vuol dire “scroccone”.

    Quello su cui siamo meno d’accordo è il bene scroccato.

    Tu continui a considerarlo un prodotto, io continuo a considerarlo informazione. E fino a quando ci sarà questa differenza di vedute il termine scroccare pur avendo un significato preciso in se, ne assumerà uno differente se applicato a quanto stiamo discutendo.

    Partendo come spunto il tuo link dove si parla di un buffet è evidente che lo scroccone al buffet sta commettendo una azione differente dal sedicenne che si installa windows copiato, per curiosità.

    Nel primo caso si fa un torto, non solo all’organizzatore del buffet, ma sopratutto agli altri convenuti. Chi mangia 10 tartine al posto di una farà si che 9 persone mangino 0 tartine (calcolo semplificato per semplicità)

    Il ragazzino che si copia windows, non solo non sta nuocendo a nessuno, ma sarà quasi certamente un futuro acquirente di windows quando crescerà ed aprirà una qualsiasi attività.

    Mischiare i due comportamenti, facendo finta che siano equiparabili è semplicemente ipocrita.

    Quando poi prendi il centro ricerche di una notissima azienda italiana (che non cito) dove fino a metà anni 90 avevano una sola licenza di office per un migliaio di postazioni, allora si, mi trovi assolutamente d’accordo, quelli non stavano scroccando, quelli stavano rubando.

    Vero, ma questo non significa che sia stato né che sia giusto

    Giusto o non giusto è così che hanno funzionato e che continueranno a funzionare le cose per un bel po’.

    Ripeto, la giusta via di mezzo esiste ed , a mio giudizio, è quella perseguita da Avira. Sw di uso libero per scopi personali, SW a pagamento per usi professionali.

    All’epoca di Windows 3.0 cosa c’era in giro?

    Beh, i mac erano in giro da 6 anni, e di gui altrenative e migliori ce n’erano una catasta, windows lo sappiamo tutti (spero) si è imposto per motivi che nulla hanno a che vedere con la sua bontà.

    Anzi è vero esattamente l’opposto, era talmente brutto e scarso che il giudice non se l’è sentita di definirlo un clone di macos, come successe ad altre gui concorrenti.

    Più di 150 milioni di pezzi venduti non si possono classificare esattamente come “flop”.

    Indubbiamente le aspettative erano più elevate, ma il fatto che un prodotto non venda come prospettato non significa necessariamente che sia di scarsa qualità.

    Allora, vediamo di capire i comunicati stampa delle aziende.

    150 milioni di copie (che peraltro sono il numero di copie vendute da seven in un pugno di mesi) sono copie vendute, in gran parte forzatamente, coi notebook e pc preassemblati.

    Ma non basta. Perché si parla di 150 milioni di *licenze*, non di installazioni.

    Licenze che la stragrande maggioranza degli utenti a sfruttato per installarsi XP e vivere felice.

    Tra i miei clienti in tutta la vita di vista solo due hanno scelto di tenerselo e soffrire, qualche altro centinaio ha scelto di disinstallarlo, spesso dopo pochi minuti d’uso.

    Che poi, dopo 1 giga e mezzo di service pack, sia utilizzabile è un altro paio di maniche.

    Potrebbero anche recuperare

    Lo faranno senz’altro.

    La microsoft ha 40000 dipendenti, qualche centinaio di programmatori come si deve, li in mezzo ce li hanno senza nessun dubbio, solo che si ricordano di cercarli quando il pepe gli arriva nelle zone giuste.

    Lo hanno fatto con explorer ai tempi di netscape, lo stanno rifacendo adesso dopo anni di sonno, lo hanno fatto con XP grazie a linux che iniziava a fare paura, lo hanno rifatto con seven dopo il dramma di vista.

    Non ho dubbio che faranno le capriole per colmare l’enorme gap accumulato nel settore mobile.

    Immagino che siano tutte cose ampiamente prevedibili per le imprese.

    Immagini male, evidentemente.

    Altrimenti spiegami come fa una azienda come telecom, in italia ad accumulare 30 miliardi di debiti, pur operando sul fisso in regime di monopolio o quasi e sul mobile dove la redditività è praticamente automatica.

    Se i dirigenti fanno cose stupide, succedono cose stupide.

    E le sw house muoiono di scelte scellerate, non certo per la cosiddetta pirateria.

  • # 55
    Cesare Di Mauro (Autore del post)
     scrive: 

    Non ci siamo capiti.

    Credo che chiunque abbia una idea precisa di cosa vuol dire “scroccone”.

    Quello su cui siamo meno d’accordo è il bene scroccato.

    Tu continui a considerarlo un prodotto, io continuo a considerarlo informazione. E fino a quando ci sarà questa differenza di vedute il termine scroccare pur avendo un significato preciso in se, ne assumerà uno differente se applicato a quanto stiamo discutendo.

    Rimane pur sempre un prodotto, anche se trasporta informazione. Poi bisogna vedere di che tipo.

    Ma anche soffermandoci al solo concetto di informazione, rimane il fatto che sia stata generata da privati che vogliono essere pagati per poterne usufruire. E questo mi sembra giusto.

    Partendo come spunto il tuo link dove si parla di un buffet è evidente che lo scroccone al buffet sta commettendo una azione differente dal sedicenne che si installa windows copiato, per curiosità.

    Nel primo caso si fa un torto, non solo all’organizzatore del buffet, ma sopratutto agli altri convenuti. Chi mangia 10 tartine al posto di una farà si che 9 persone mangino 0 tartine (calcolo semplificato per semplicità)

    Il ragazzino che si copia windows, non solo non sta nuocendo a nessuno, ma sarà quasi certamente un futuro acquirente di windows quando crescerà ed aprirà una qualsiasi attività.

    Mischiare i due comportamenti, facendo finta che siano equiparabili è semplicemente ipocrita.

    Quando poi prendi il centro ricerche di una notissima azienda italiana (che non cito) dove fino a metà anni 90 avevano una sola licenza di office per un migliaio di postazioni, allora si, mi trovi assolutamente d’accordo, quelli non stavano scroccando, quelli stavano rubando.

    Giusto o non giusto è così che hanno funzionato e che continueranno a funzionare le cose per un bel po’.

    Ripeto, la giusta via di mezzo esiste ed , a mio giudizio, è quella perseguita da Avira. Sw di uso libero per scopi personali, SW a pagamento per usi professionali.

    OK, ho capito cosa intendi, ma secondo te se ne può fare carico un privato che ha investito risorse e vuole avere un riscontro economico?

    Personalmente mi piace la strada scelta da Avira, come pure da Avast (che ho usato fino a poco tempo fa prima di passare a Live Essentials), e mi auguro che altri la seguono, oppure che vengano rilasciate delle demo, in modo da poterne saggiare le capacità e/o farsi le ossa.

    Rimangono, comunque, scelte dei produttori: non puoi obbligarli a rilasciare versioni “non Pro” o demo limitate.

    Ritengo, però, che un sistema in cui si faccia ampio uso di DRM “forti”, saranno strade obbligate per i produttori. Perché se non sarà più possibile installare e/o usare applicazioni, l’unico modo per poter testare un prodotto rimane quello di sfruttare versioni limitate o demo, che si possono tranquillamente realizzare coi DRM forti.

    Non credo che si tratti di uno scenario irreale, in quanto tutto ciò avviene già con le console e i loro negozi online, da dove è possibile scaricare demo, o giochi dotati di un solo livello ad esempio. Tanto per fare un esempio tangibile.

    Beh, i mac erano in giro da 6 anni, e di gui altrenative e migliori ce n’erano una catasta, windows lo sappiamo tutti (spero) si è imposto per motivi che nulla hanno a che vedere con la sua bontà.

    Anzi è vero esattamente l’opposto, era talmente brutto e scarso che il giudice non se l’è sentita di definirlo un clone di macos, come successe ad altre gui concorrenti.

    Alt. MacOS, come pure AmigaOS (che era nettamente più avanzato), non girava sui PC.

    Allora, vediamo di capire i comunicati stampa delle aziende.

    150 milioni di copie (che peraltro sono il numero di copie vendute da seven in un pugno di mesi) sono copie vendute, in gran parte forzatamente, coi notebook e pc preassemblati.

    Da questo punto di vista non c’è alcuna differenza né con XP né con 7.

    Ma non basta. Perché si parla di 150 milioni di *licenze*, non di installazioni.

    Licenze che la stragrande maggioranza degli utenti a sfruttato per installarsi XP e vivere felice.

    Tra i miei clienti in tutta la vita di vista solo due hanno scelto di tenerselo e soffrire, qualche altro centinaio ha scelto di disinstallarlo, spesso dopo pochi minuti d’uso.

    Che poi, dopo 1 giga e mezzo di service pack, sia utilizzabile è un altro paio di maniche.

    E’ vero che molta gente ha preferito installare XP, ma a mio avviso Vista era un buon prodotto che ha sofferto anche di critiche ingiustificate.

    Ti faccio un esempio che è capitato in azienda. Poco dopo la commercializzazione di Vista a un mio collega è arrivato un portatile. Viste le voci che circolavano, i sysadmin avevano provveduto a installare XP (la licenza di Vista lo permetteva, visto che era una Business) e lui ha usato questo s.o..
    Dopo un annetto circa ha dovuto reinstallare il s.o. a causa di qualche problema, ma c’era solo Vista disponibile nella partizione nascosta, quindi ha dovuto rimettere questo e non XP. Dopo averlo provato un po’ gli è piaciuto e mi ha detto: “ma sai che non è male Vista?”. Da allora ha continuato a usarlo.

    Questo per sottolineare quali danni creino i pregiudizi.

    Poi personalmente, come dicevo anche prima, mi sono trovato bene, mentre altri chiaramente no. Credo dipenda tutto dall’hardware installato e dal software utilizzato (se era compatibile o meno), anche se col SP1 prima e col SP2 la situazione è sicuramente migliorata. Ma prima, comunque, Vista andava provato; e non per un minuto soltanto.

    Immagini male, evidentemente.

    Ero sarcastico. :D

    Altrimenti spiegami come fa una azienda come telecom, in italia ad accumulare 30 miliardi di debiti, pur operando sul fisso in regime di monopolio o quasi e sul mobile dove la redditività è praticamente automatica.

    Se i dirigenti fanno cose stupide, succedono cose stupide.

    Indubbiamente, ma non è sempre così. Poi tu citi Telecom che è un’azienda “parastatale”, che s’è trascinata dietro tutti i vizi della vecchia SIP e, soprattutto, è stata oggetto di sciacallaggio da parte dei conquistadores che si sono susseguiti.

    E le sw house muoiono di scelte scellerate, non certo per la cosiddetta pirateria.

    Muoiono anche se non vendono abbastanza, pur avendo tirato fuori dei bei titoli.

    Alla fine è il mercato a decidere. Nel bene o nel male.

  • # 56
    The Solutor
     scrive: 

    Ma anche soffermandoci al solo concetto di informazione, rimane il fatto che sia stata generata da privati che vogliono essere pagati per poterne usufruire. E questo mi sembra giusto.

    E sembra giusto anche a me, e’ il quanto ed il come che mi preoccupano.

    Ritengo, però, che un sistema in cui si faccia ampio uso di DRM “forti”, saranno strade obbligate per i produttori. Perché se non sarà più possibile installare e/o usare applicazioni, l’unico modo per poter testare un prodotto rimane quello di sfruttare versioni limitate o demo, che si possono tranquillamente realizzare coi DRM forti.

    Io resto fortemente contrario all’uso massiccio del DRM, aldilà dei motivi etici, già ampiamente dibattuti, vorrei richiamare la tua attenzione su cose più terra-terra ma ugualmente importanti.

    Già il formato dei media è un problema ai fini della conservazione dell’informazione, (se ti mando un file su un floppy da 5″ o uno da 8 che fai ?) figuriamoci se a questo ci aggiungiamo una cifratura a prova di bomba. Che succede al primo settore danneggiato su un hdd ?

    Ci stiamo muovendo in un mondo dove passo dopo passo un singolo problema può incasinare una intera civiltà. Ed in un mondo dove riusciamo a leggere tranquillamente i geroglifici egizi scritti 5000 anni fa, non siamo capaci di tirare fuori un file da un floppy vecchio di 20 anni, ci manca pure che le informazioni le criptiamo.

    Alt. MacOS, come pure AmigaOS (che era nettamente più avanzato), non girava sui PC.

    Eh.. non l’aveva mica detto il dottore si comprarsi un PC (io vivevo felice col mio QL), ma a parte questo di gui grafiche PER PC ce n’erano una sfilza.

    Dopo un annetto circa ha dovuto reinstallare il s.o. a causa di qualche problema[…]

    Eh, l’hai detto, dopo un annetto…

    Peraltro i problemi di vista non erano/sono solo sotto il cofano, le scelte scellerate a livello di UI non si contano.

    Muoiono anche se non vendono abbastanza, pur avendo tirato fuori dei bei titoli.

    Alla fine è il mercato a decidere. Nel bene o nel male.

    Le ingiustizie, i casi sfortunati esistono, ma la regola è che se fai un buon prodotto lo vendi

  • # 57
    Gurzo2007
     scrive: 

    @The Solutor

    scusa ho mai detto che i mercati odierni nelle varie forme non possano essere regolamentati?

    il tuo problema è che non hai la concezione di bene immateriale, o ne hai una tutta tua…

    ma ti sfugge il fatto che questo bene immateriale nella maggior parte dei casi può essere non acquistato con buona pace di chi lo realizza, così come accade dei beni materiali

    ps un buon prodotto può anke non vedere se il suo prezzo è fuori da ogni logica…e se è pessimamente pubblicizzato…o se un tuo concorrente ne fa uno fatto un pò peggio ma che fa le stesse cose e costa meno( vhs contro betamax per esempio

  • # 58
    The Solutor
     scrive: 

    gurzo

    No, il TUO problema è che io guardo al problema senza farmi influenzare dalle mode o dalla opinione imposta dall’alto da parte ci chi usa questa opinione imposta solo per fare più soldi di quelli che già fa.

    ma ti sfugge il fatto che questo bene immateriale nella maggior parte dei casi può essere non acquistato con buona pace di chi lo realizza, così come accade dei beni materiali

    No, è a te che sfugge che chi ti vende un blue ray con un film già ripagato ampiamente dalle uscite nelle sale, non sta “realizzando” una cippa, sta solo copiando un disco come farebbe il pirata di turno.

    Ora mi sta bene corrispondergli un compenso per questo, non mi sta bene che si pretendano 30 euro per questo “servizio di duplicazione”.

    ps un buon prodotto può anke non vedere se il suo prezzo è fuori da ogni logica…e se è pessimamente pubblicizzato…o se un tuo concorrente ne fa uno fatto un pò peggio ma che fa le stesse cose e costa meno( vhs contro betamax per esempio

    Questo è vero ma il fatto che il betamax come l’aureal vortex, come le altre decine di esempi vengano costantemente ricordate vuol dire che comunque non rappresentano la regola ma l’eccezione, magari non rarissima, ma eccezione.

    Dopotutto non sono io ad avere inventato il sistema capitalistico, ne mi sogno di dire che si tratta di un sistema giusto, semplicemente è il sistema in cui ci ritroviamo a vivere.

  • # 59
    Cesare Di Mauro (Autore del post)
     scrive: 

    Rieccomi, dopo aver scritto l’articolo per oggi.

    @The Solutor:

    E sembra giusto anche a me, e’ il quanto ed il come che mi preoccupano.

    Il quanto si contratta, come già detto. Per il come, bisogna vedere cosa intendi.

    Io resto fortemente contrario all’uso massiccio del DRM, aldilà dei motivi etici, già ampiamente dibattuti, vorrei richiamare la tua attenzione su cose più terra-terra ma ugualmente importanti.

    Già il formato dei media è un problema ai fini della conservazione dell’informazione, (se ti mando un file su un floppy da 5″ o uno da 8 che fai ?) figuriamoci se a questo ci aggiungiamo una cifratura a prova di bomba. Che succede al primo settore danneggiato su un hdd ?

    Ci stiamo muovendo in un mondo dove passo dopo passo un singolo problema può incasinare una intera civiltà. Ed in un mondo dove riusciamo a leggere tranquillamente i geroglifici egizi scritti 5000 anni fa, non siamo capaci di tirare fuori un file da un floppy vecchio di 20 anni, ci manca pure che le informazioni le criptiamo.

    Cosa cambia se un settore danneggiato contiene dati criptati oppure no? Con sistemi di cifratura come l’AES si lavora a blocchi, per cui i dati danneggiati sono isolati e non influenzano gli altri.

    Non stiamo parlando di firma digitale di un contenuto.

    Eh.. non l’aveva mica detto il dottore si comprarsi un PC (io vivevo felice col mio QL),

    E io col mio Amiga, ma per il PC c’erano programmi non disponibili per il mio gioiello, né per il tuo.

    ma a parte questo di gui grafiche PER PC ce n’erano una sfilza.

    Mi sembra si parlasse di s.o. (dotati di GUI), non di applicazioni.

    Eh, l’hai detto, dopo un annetto…

    Peraltro i problemi di vista non erano/sono solo sotto il cofano, le scelte scellerate a livello di UI non si contano.

    Se non avesse avuto problemi con XP, probabilmente sarebbe passato molto più tempo senza provare seriamente Vista.

    Comunque di quali scelte “scellerate” parli?

    Le ingiustizie, i casi sfortunati esistono, ma la regola è che se fai un buon prodotto lo vendi

    Purtroppo tante volte vanno avanti i prodotti che si sanno vendere di più, ma che non sono qualitativamente migliori.

    No, è a te che sfugge che chi ti vende un blue ray con un film già ripagato ampiamente dalle uscite nelle sale, non sta “realizzando” una cippa, sta solo copiando un disco come farebbe il pirata di turno.

    Ora mi sta bene corrispondergli un compenso per questo, non mi sta bene che si pretendano 30 euro per questo “servizio di duplicazione”.

    I film già da parecchio tempo non vengono più pensati per essere fruiti esclusivamente al cinema: si lavora anche alla realizzazione dei DVD, BluRay, e videocassette (finché ci saranno).

    Inoltre portare un film su un supporto diverso dalla pellicola richiede lavorazione (come pure marketing, pubblicità, distribuzione, assistenza).

    Comunque se 30€ ti sembrano troppi, non lo compri. L’hai detto anche tu, se non ricordo male, che un film lo rivedi una o al massimo due volte. Allora è più conveniente non comprarlo, ma affittarlo.

  • # 60
    the solutor
     scrive: 

    Il quanto si contratta, come già detto. Per il come, bisogna vedere cosa intendi.

    Per il come se ne può discutere, ma bisogna mollare dei postulati ormai dati per scontati.

    Esempio, le partite. Per quello che mi riguarda le partite devono essere sovvenzionate dalla gente che va allo stadio e dal mechandising, per il resto sono un evento di interesse pubblico, e la televisione che le trasmette deve essere retribuita per il servizio che sta fornendo, non per pagare i diritti a qualche lobby di società calcistiche.

    Ti risulta che la rai abbia pagato alla nasa i diritti per vedere lo sbarco sulla luna ? La rai ha fornito un servizio agli spettatori ed è stata ripagata, tramite l’abbonamento, per quello.

    Perché per le partite, o altro evento similare non deve funzionare allo stesso modo ?

    Sul SW il discorso non è identico, ovviamente, ma non è identico nei due sensi.

    Avatar copiato può essere un mancato introito per i suoi produttori, un SW copiato, è quasi sempre la garanzia di un introito futuro, per cui resto della mia opinione, essere inflessibili nei confronti di chi usa un sw per scopi professionali, non rompere le scatole a chi lo fa per diporto.

    Cosa cambia se un settore danneggiato contiene dati criptati oppure no? Con sistemi di cifratura come l’AES si lavora a blocchi, per cui i dati danneggiati sono isolati e non influenzano gli altri.

    Ti auguro che non ti si incasini mai la FAT o qualche altra informazione vitale, su un HDD criptato.

    Nel caso sfortunato che ti capiti, fammi sapere se i tuoi dati tornano a casa con un semplice giro di R-Studio come accade con un HDD liscio.

    Non stiamo parlando di firma digitale di un contenuto.

    Di qualsiasi cosa stiamo parlando se vuoi rendere sicuramente inaccessibile una qualsiasi informazione, qualunque sia il motivo, la devi criptare, qualsiasi altro approccio crolla in poco tempo.

    Il succo è quello, aldilà dei dettagli tecnici.

    Mi sembra si parlasse di s.o. (dotati di GUI), non di applicazioni.

    Si parlava di win 3.x, mi pare. Chiamarlo SO è più un modo di dire colloquiale che una definizione tecnica, un po’ come quando ci si riferisce a linux, di norma non si parla di linux (ovvero del kernel), ma dell’intera distribuzione. Tutti capiscono ma si sta dicendo una cosa non corretta.

    Comunque non mi pare che i concorrenti tipo GEM, Desqview e compagnia potessero essere definiti delle semplici GUI, erano a grandi linee sistemi operativi, nella misura in cui applichiamo questa definizione a win 3.x

    Se non avesse avuto problemi con XP, probabilmente sarebbe passato molto più tempo senza provare seriamente Vista.

    L’hai detto tu che hai installato vista perché era l’unico disco che hai trovato, XP non è perfetto, e’ “solo” un os maturo, stabile e collaudato, vista specie appena uscito era senz’altro peggio.

    Dopo uno o due SP, ne discutiamo.

    Comunque di quali scelte “scellerate” parli?

    Parlo di una serie di modifiche fatte alla gui con l’intenzione di emulare la semplicità (o presunta tale) di macos, senza esserne capaci, senza avere il background culturale necessario.

    Parlo di operazioni realizzabili con due click di mouse sotto xp (o win95) e che sotto vista ne richiedono 4/5/6, parlo del tasto UP sparito dal file manager, parlo dell’UAC con “l’ejaculazione precoce”, parlo di cose che comunque sono state dibattute allo sfinimento in questi anni.

    I film già da parecchio tempo non vengono più pensati per essere fruiti esclusivamente al cinema:

    Perdona ma tu stai mischiando cause ed effetti.

    Il ritorno dall’home video viene tenuto in considerazione solo perche questo ritorno è ritenuto normale, dovuto.

    Io non li ritengo tali.

    Se ti vendo un viaggio in treno da roma a roccasecca, ti sto vendendo quello, non devo e non posso tenere in considerazione, che tu farai un viaggio da rocasecca a roma, ne mi posso arrabbiare se torni indietro in autostop.

    Se produco un film dovrei farlo per la gente che va al cinema.

    Se non ci va è perché ho fatto un film brutto.

    Che poi possa esserci un introito post sala ci può stare, ma questo introito deve essere sensato e comunque non preponderante, come qualche volta accade.

  • # 61
    Cesare Di Mauro (Autore del post)
     scrive: 

    @the solutor:

    Per il come se ne può discutere, ma bisogna mollare dei postulati ormai dati per scontati.

    Esempio, le partite. Per quello che mi riguarda le partite devono essere sovvenzionate dalla gente che va allo stadio e dal mechandising, per il resto sono un evento di interesse pubblico, e la televisione che le trasmette deve essere retribuita per il servizio che sta fornendo, non per pagare i diritti a qualche lobby di società calcistiche.

    Ti risulta che la rai abbia pagato alla nasa i diritti per vedere lo sbarco sulla luna ? La rai ha fornito un servizio agli spettatori ed è stata ripagata, tramite l’abbonamento, per quello.

    Perché per le partite, o altro evento similare non deve funzionare allo stesso modo ?

    Perché i calciatori sono pagati profumatamente, e le società devono coprire i costi di gestione e, possibilmente, andare in attivo (cosa tutt’altro che scontata)?

    Che la RAI offra un servizio pubblico mi sta benissimo, e infatti impiega parte del canone per pagare i diritti di trasmissione delle partite.

    Quindi dove sta il problema? Non dovrebbe pagare questi diritti? Allora faccia giocare i suoi dipendenti e trasmetta le loro partite…

    Sul SW il discorso non è identico, ovviamente, ma non è identico nei due sensi.

    Il software dev’essere progettato, sviluppato, affidato alle cure del reparto di marketing per renderlo vendibile, e curarne poi le vendite e l’assistenza.

    Una cosa completamente diversa, insomma. Astrattamente rimane un prodotto, col suo ciclo di vita, e i prodotti… si pagano.

    Avatar copiato può essere un mancato introito per i suoi produttori, un SW copiato, è quasi sempre la garanzia di un introito futuro, per cui resto della mia opinione, essere inflessibili nei confronti di chi usa un sw per scopi professionali, non rompere le scatole a chi lo fa per diporto.

    Ma anche no: ti stai arrogando il diritto di poter decidere cosa fare col prodotto del LAVORO ALTRUI.

    Ti auguro che non ti si incasini mai la FAT o qualche altra informazione vitale, su un HDD criptato.

    Nel caso sfortunato che ti capiti, fammi sapere se i tuoi dati tornano a casa con un semplice giro di R-Studio come accade con un HDD liscio.

    Non vedo proprio la differenza.

    Un settore illeggibile sarà lo stesso tanto con un HD in chiaro quanto con uno criptato; e vale lo stesso anche per i settori della FAT o della Master File Table (io preferisco NTFS).

    Di qualsiasi cosa stiamo parlando se vuoi rendere sicuramente inaccessibile una qualsiasi informazione, qualunque sia il motivo, la devi criptare, qualsiasi altro approccio crolla in poco tempo.

    Il succo è quello, aldilà dei dettagli tecnici.

    Al contrario: qui i dettagli tecnici contano, eccome; anzi, sono fondamentali.

    Un file criptato è suddiviso in blocchi, pertanto posso tranquillamente decriptare singoli blocchi trascurandone altri (quelli illeggibili che, ribadiscono, rimangono tali a prescindere che siano stati criptati o meno).

    Per calcolare la firma digitale di un file, invece, bisogna leggerlo tutto. Pertanto l’operazione sarà fattibile se e solo se ogni singolo blocco sarà leggibile.

    Come vedi non c’è alcuna differenza fra un hard disk criptato o in chiaro, da questo punto di vista.

    Si parlava di win 3.x, mi pare. Chiamarlo SO è più un modo di dire colloquiale che una definizione tecnica, un po’ come quando ci si riferisce a linux, di norma non si parla di linux (ovvero del kernel), ma dell’intera distribuzione. Tutti capiscono ma si sta dicendo una cosa non corretta.

    Windows 3.0 era qualcosa di più una shell grafica, e infatti il kernel poteva girare nelle 3 diverse modalità dei processori x86 dell’epoca (8086, 80286 e 80386).

    Comunque non mi pare che i concorrenti tipo GEM, Desqview e compagnia potessero essere definiti delle semplici GUI, erano a grandi linee sistemi operativi, nella misura in cui applichiamo questa definizione a win 3.x

    GEM era una shell grafica e basta, e nemmeno delle migliori (mai piaciuta in tutte le sue salse).

    Desqview era un pelo diverso da GEM, perché consentiva di gestire meglio la memoria, ma rimaneva sostanzialmente un’applicazione che girava sotto DOS. E non forniva nemmeno una GUI, arrivata molto tardi soltanto con la versione /X (che rimaneva sempre un’applicazione DOS).

    In entrambi i casi, nulla di paragonabile a Windows 3.0.

    L’hai detto tu che hai installato vista perché era l’unico disco che hai trovato,

    Non ci siamo. Il mio collega ha ricevuto un portatile con Vista col downgrade a XP già effettuato, per cui ha continuato a utilizzare quello. Dopo un annetto circa ha avuto problemi con XP, e ha dovuto riformattare il PC. A questo punto, dovendo installare il s.o., aveva soltanto Vista, per cui ha provato a installare questo, e si è trovato meglio di XP.

    XP non è perfetto, e’ “solo” un os maturo, stabile e collaudato, vista specie appena uscito era senz’altro peggio.

    Vista appena uscito era senz’altro molto meglio di XP appena uscito.

    Poi che con hardware più datato potesse avere qualche problema rispetto a XP non lo nego. Ma con hardware più recente si comportava bene.

    Infatti io, come tantissima altra gente, mi sono trovato bene: non ci sono stati 150 milioni di downgrade…

    Parlo di una serie di modifiche fatte alla gui con l’intenzione di emulare la semplicità (o presunta tale) di macos, senza esserne capaci, senza avere il background culturale necessario.

    Non mi pare che alla Apple abbiano il monopolio in questo senso. Tant’è che hanno copiato anche da Windows, ad esempio.

    Parlo di operazioni realizzabili con due click di mouse sotto xp (o win95) e che sotto vista ne richiedono 4/5/6,

    Saranno operazioni rare (magari di configurazione), perché nell’uso giornaliero nemmeno mi ricordo di queste differenze.

    parlo del tasto UP sparito dal file manager,

    Adesso posso clickare direttamente sul ramo del percorso che mi serve, e ho ben chiaro dove sto andando (al contrario dell’anonimo UP).

    Per me è un netto vantaggio rispetto a XP.

    parlo dell’UAC con “l’ejaculazione precoce”,

    L’UAC è stata una benedizione e funzionava benissimo. Hai mai provato a usare XP con degli account limitati? E non ti parlo di 5 minuti di prove, ma di lavorarci sempre, tutti i giorni.

    C’è un abisso fra XP e Vista: quest’ultimo è di gran lunga più semplice da utilizzare con l’UAC.

    parlo di cose che comunque sono state dibattute allo sfinimento in questi anni.

    A questo punto credo che potremmo parlarne veramente fino allo sfinimento, perché ho un’esperienza completamente diversa rispetto alla tua.

    Perdona ma tu stai mischiando cause ed effetti.

    Il ritorno dall’home video viene tenuto in considerazione solo perche questo ritorno è ritenuto normale, dovuto.

    Io non li ritengo tali.

    Se ti vendo un viaggio in treno da roma a roccasecca, ti sto vendendo quello, non devo e non posso tenere in considerazione, che tu farai un viaggio da rocasecca a roma, ne mi posso arrabbiare se torni indietro in autostop.

    Se produco un film dovrei farlo per la gente che va al cinema.

    Se non ci va è perché ho fatto un film brutto.

    Che poi possa esserci un introito post sala ci può stare, ma questo introito deve essere sensato e comunque non preponderante, come qualche volta accade.

    E ovviamente devi essere sempre tu a decidere cosa fare col prodotto del lavoro altrui, vero? :|

    L’esempio del viaggio in treno non regge, per lo meno in quella prospettiva, perché i prodotti coinvolti sono il mezzo (il treno, la ferrovia, i binari, ecc.) che ha avuto un certo costo e che viene ripagato coi viaggi, appunto, cercando anche di guadagnare (che poi è l’obiettivo primario per un’azienda, e non mi sembra che la si possa crocifiggere per questo).

    Similmente, un film ha avuto un costo e lo puoi vedere al cinema, ma ogni volta devi pagare, visto che ti è consentita una sola visione. Infatti nello stesso treno non puoi viaggiare n volte con un solo biglietto: ogni volta compri un biglietto diverso.

    Idem per l’home video, in tutte le salse, con l’aggravante che ci sono ulteriori costi per preparare questi prodotti (che sono diversi dalle pizze che arrivano al cinema).

    Altra cosa, film che non hanno avuto successo al botteghino spesso si rifanno proprio con l’home video. E per fortuna direi, perché i produttori altrimenti sarebbero potuti fallire.

    Inoltre non si tratta necessariamente di film “brutti”, a meno che con questo attributo non intendiamo un film che non piace alla “massa”.

  • # 62
    j
     scrive: 

    Se produco un film dovrei farlo per la gente che va al cinema.
    Se non ci va è perché ho fatto un film brutto.

    mica detto
    la gente va al cinema anche già per vedere un film arricchito dalla spettacolarità dello schermo panoramico e del sonoro surround, o perchè il salotto di casa non è abbastanza ampio per tutta la compagnia di amici o per vari altri motivi che esulano dalla qualità intrinseca del film
    se non va al cinema può benissimo essere perchè ho fatto un film bellissimo e meritevole di essere rivisto anche più volte, ma completamente privo di quella spettacolarità tale da giustificare la spesa per più ingressi al cinema – e che anzi, lo spettatore può apprezzare maggiormente nell’ intimità del proprio salotto con le persone care ( e solo quelle ) sedute sullo stesso divano, che non in una sala cinematografica piena di gente che tossisce, starnutisce, ride, copre la visuale o che altro …

    <blockquoteChe poi possa esserci un introito post sala ci può stare, ma questo introito deve essere sensato e comunque non preponderante, come qualche volta accade.

    un film, al cinema, dura in programmazione un tempo variabile tra due settimane ( o anche meno ) e due mesi (quando proprio è un colossal tipo Avatar, che la gente continua a fare la coda per vedere) – trascorso questo tempo, il pubblico lo diserta, o c’è da proiettare qualcos’ altro, in ogni caso il film è bruciato – ora, credi seriamente che le case di produzione cinematografiche non tengano conto di ciò, o che sapendolo producano film per poi recuperare (e guadagnare – già che va detto, che nessuno investe mai 100 per ricavare 100, dov’è la convenienza nel farlo? se si investe in qualcosa è per aumentare il capitale, altrimenti si parla di investimento infruttuoso) contando solo su quella piccolissima finestra temporale?
    o piuttosto non è più sensato supporre che cinema e homevideo sono due modalità di fruizione complementari, e il fatto che il dvd / BD esca dopo non lo rende necessariamente inutile o elimina il diritto del produttore a basare il proprio business e i propri introiti su di esso?

    d’ altro canto non è ipotizzabile pensare che un film appena uscito, diventi “di pubblico dominio” una volta cessata la programmazione nei cinema ( nemmeno una stagione dopo), magari un film che ha richiesto anni di lavorazione…

    quindi l’ “introito post sala” deve esserci, e deve anche poter essere possibilmente preponderante, per il semplice fatto di essere possibile in una finestra temporale estremamente più ampia

  • # 63
    The Solutor
     scrive: 

    Perché i calciatori sono pagati profumatamente, e le società devono coprire i costi di gestione e, possibilmente, andare in attivo (cosa tutt’altro che scontata)?

    Continui a ribaltare causa ed effetto.

    Se gli introiti derivassero solo dalla gente che va allo stadio, ci sarebbero meno soldi per strapagare i calciatori.

    E la conseguenza sarebbe che li si pagherebbe di meno (e non riuscirei a dormire pensando al clciatore che non guadagna piu 15 milioni di euro, ma soltanto uno ;-) )

    Quindi dove sta il problema? Non dovrebbe pagare questi diritti?

    A mio giudizio assolutamente no, non lo ha fatto per anni e non è morto nessuno, mi pare.

    Il software dev’essere progettato, sviluppato, affidato alle cure del reparto di marketing per renderlo vendibile, e curarne poi le vendite e l’assistenza.

    Una cosa completamente diversa, insomma. Astrattamente rimane un prodotto, col suo ciclo di vita, e i prodotti… si pagano.

    I prodotti si… producono.

    Ma anche no: ti stai arrogando il diritto di poter decidere cosa fare col prodotto del LAVORO ALTRUI.

    Io non mi arrogo niente, mi auguro che il legislatore si arroghi.

    Sta li apposta, legifera sulle modalità di vendita di qualsiasi prodotto e/o servizio, perché non dovrebbe poterlo fare anche su questi argomenti ?

    Al contrario: qui i dettagli tecnici contano, eccome; anzi, sono fondamentali.

    Un file criptato è suddiviso in blocchi, pertanto posso tranquillamente decriptare singoli blocchi trascurandone altri (quelli illeggibili che, ribadiscono, rimangono tali a prescindere che siano stati criptati o meno).

    Per calcolare la firma digitale di un file, invece, bisogna leggerlo tutto. Pertanto l’operazione sarà fattibile se e solo se ogni singolo blocco sarà leggibile.

    Come vedi non c’è alcuna differenza fra un hard disk criptato o in chiaro, da questo punto di vista.

    Allora, facciamo un esempio visuale.

    Prendi uno di quei classici giochini da pc, dove una immagine viene scomposta a blocchi e devi ricomporla a mo’ di gioco del 15.

    Adesso facciamo finta che 3 tessere siano andate perse, sarai in grado di ricomporre quello che rimane della foto con facilità.

    Ora prendi la stessa foto, criptala, butta via tre tessere, e poi rimettine insieme quello che rimane.

    Non dirmi che il lavoro è fattibile con la stessa facilità…

    Un hdd con la FAT (intesa come termine generico) andata persa è più o meno la stessa faccenda…

    Windows 3.0 era qualcosa di più una shell grafica

    E chi lo nega che fosse *qualcosa* di più di un OS, ma era anche molto meno che un OS fatto e finito.

    Non ci siamo. Il mio collega ha ricevuto un portatile con Vista col downgrade a XP già effettuato, per cui ha continuato a utilizzare quello. Dopo un annetto circa ha avuto problemi con XP, e ha dovuto riformattare il PC. A questo punto, dovendo installare il s.o., aveva soltanto Vista, per cui ha provato a installare questo, e si è trovato meglio di XP.

    Non dubito.

    Non ci vuole molto a farsi piacere un vista fresco di installazione (e di sevice pack) rispetto ad un XP magari incasinato da installazioni/disinstallazioni spyware e quant’altro.

    Sarebbe stato carino sapere che faccia avrebbe fatto passando ad un xp fresco di installazione dopo un anno di vista. (sarebbe x modo di dire, io la faccia della gente che mi guardava come se fossi arcangelo gabriele dopo averli liberati da vista ce l’ho ben presente, l’ho vista centinaia di volte, letteralmente)

    Vista appena uscito era senz’altro molto meglio di XP appena uscito.

    Ma non scherziamo neanche, xp arrivava dopo un anno e mezzo di beta (win2000) come seven arriva dopo 2 anni e mezzo di beta (vista).

    In entrambi i casi ci fu il tempo di correggere gli errori fatti nella beta, di adeguare le configurazioni tipiche dei pc, di accedere ad un parco driver gia maturato.

    Xp poi faceva un salto epocale rispetto all’os tipico di uso consumer (win9x), vista sostituiva un os che funzionava (e funziona) perfettamente.

    Non c’è il minimo paragone tra il lancio di xp e quello di vista, a favore del primo, ovviamente.

    Adesso posso clickare direttamente sul ramo del percorso che mi serve, e ho ben chiaro dove sto andando (al contrario dell’anonimo UP).

    Per me è un netto vantaggio rispetto a XP.

    Non sono contrario alla via vistesca, però perché debbo rinunciare al tasto UP, potevano lasciarlo ed in aggiunta fare la modifica.

    Peraltro il tasto UP io lo vorrei anche nel browser web (come avviene in konqueror).

    A proposito perchè in xp posso scegliere tra il menu start in stile xp o usare quello in stile win 9x se non riesco ad abituarmi, mentre in vista non posso avere il menu in stile xp ? Per me è un peggioramento notevole nella filosofia del compatibile all’indietro, che ha sempre caratterizzato windows.

    L’UAC è stata una benedizione e funzionava benissimo. Hai mai provato a usare XP con degli account limitati? E non ti parlo di 5 minuti di prove, ma di lavorarci sempre, tutti i giorni.

    Non confondiamo gli applicativi scritti male e pensati da troppi tuoi colleghi in ottica monoutente con una pecca di xp, che poi vista e seven siano stati pensati con la multiutenza in testa sul serio è un fatto ma l’UAC di vista è stata di fatto una copia mal riuscita dell’approccio di Ubuntu (che gia di suo non è che ami particolarmente).

    XP in realtà ha avuto un unico grande difetto quello di proporre l’account amministrativo di serie, appena installato. Su questo vista è stato un passo avanti, ma è *un* passo avanti.

    E ovviamente devi essere sempre tu a decidere cosa fare col prodotto del lavoro altrui, vero? :|

    Vedi sopra, non io.

    Inoltre non si tratta necessariamente di film “brutti”, a meno che con questo attributo non intendiamo un film che non piace alla “massa”.

    Sono un frequentatore assiduo di \venerdì d’essai\ da quando avevo 15 anni e conosco bene la differenza tra film brutto e film di nicchia (ci sono anche i film brutti e di nicchia), ma non è che questi sono visti da 4 gatti al cinema e poi la gente fa le code per comprarsi il DVD.

    Chi fa film di quel genere sa bene che guadagnerà meno.

    A proposito, chi fa teatro, secondo te, come fa a campare ?

  • # 64
    j
     scrive: 

    Ma non scherziamo neanche, xp arrivava dopo un anno e mezzo di beta (win2000) come seven arriva dopo 2 anni e mezzo di beta (vista).

    windows 2000 non era la beta di xp – seppur la struttura globale è stata mantenuta, parecchi componenti sono stati aggiornati e ricompilati col passaggio da windows 2k ( aka “NT 5″) a XP (“NT 5.1″) – così come alcune api e strutture dati riservate a livello del driver model (tanto che all’ epoca si diceva che un driver per win2k sarebbe stato compatibile con xp, ma di prestare attenzione perchè il viceversa non sarebbe stato garantito)

    Peraltro il tasto UP io lo vorrei anche nel browser web (come avviene in konqueror).

    ogni file e ogni directory nel file system (a parte quella toplevel) ha un parent, quindi UP ha senso nel contesto di un file manager
    parent peraltro presente nell’ URI nella forma della sottostringa precedente il nome del file, ragione per cui ha altresì senso oggettizzare il path stesso

    una sessione di navigazione web invece è essenzialmente una successione di url spesso nemmeno afferenti allo stesso dominio, e d’ altra parte il browser non ha nozione della struttura navigazionale del sito corrente, che senso avrebbe UP in questo caso?

    Sta li apposta, legifera sulle modalità di vendita di qualsiasi prodotto e/o servizio, perché non dovrebbe poterlo fare anche su questi argomenti ?

    perchè in effetti non ve n’è bisogno
    il fatto di passare per internet piuttosto che per la vendita di dischi cambia solo il mezzo di “duplicazione”, ma non inficia sostanzialmente l ‘esistenza dei vari diritti di sfruttamento economico di un’ opera, uno per caso specifico, previsti dalla legge – nè inficia il fatto stesso che vi siano dei diritti di sfruttamento legati all’ opera e dovuti all autore dal fruitore e dai possibili intermediari
    l’ equo compenso è un abominio e sono d’ accordo, ma le legge sul diritto d’ autore esiste, e per quanto non sia stata concepita non ieri, non ha bisogno di stravolgimenti sostanziali ma al più di aggiustamenti – come quelli che appunto hanno adeguato normative dedicate alla sola letteratura prima alla musica e alle opere cinematografiche e poi allo sviluppo sw

  • # 65
    Cesare Di Mauro (Autore del post)
     scrive: 

    Finito il nuovo articolo ho un po’ di tempo per rispondere.

    @The Solutor:

    Continui a ribaltare causa ed effetto.

    Se gli introiti derivassero solo dalla gente che va allo stadio, ci sarebbero meno soldi per strapagare i calciatori.

    E la conseguenza sarebbe che li si pagherebbe di meno (e non riuscirei a dormire pensando al clciatore che non guadagna piu 15 milioni di euro, ma soltanto uno ;-) )

    E questo chi lo dovrebbe decidere?

    Io dico la gente, i consumatori: se questo modello non va bene basta non andare allo stadio e non pagare gli abbonamenti. Vedrai che le pretese di tutti diminuiranno rapidamente.

    A mio giudizio assolutamente no, non lo ha fatto per anni e non è morto nessuno, mi pare.

    Con questo presupposto saremmo rimasti all’era del baratto…

    I prodotti si… producono.

    Appunto.

    Io non mi arrogo niente, mi auguro che il legislatore si arroghi.

    Sta li apposta, legifera sulle modalità di vendita di qualsiasi prodotto e/o servizio, perché non dovrebbe poterlo fare anche su questi argomenti ?

    E cosa dovrebbe fare? Permettere la copia a sbafo? Significherebbe far chiudere l’industria del software.

    Allora, facciamo un esempio visuale.

    Prendi uno di quei classici giochini da pc, dove una immagine viene scomposta a blocchi e devi ricomporla a mo’ di gioco del 15.

    Adesso facciamo finta che 3 tessere siano andate perse, sarai in grado di ricomporre quello che rimane della foto con facilità.

    Ora prendi la stessa foto, criptala, butta via tre tessere, e poi rimettine insieme quello che rimane.

    Non dirmi che il lavoro è fattibile con la stessa facilità…

    Un hdd con la FAT (intesa come termine generico) andata persa è più o meno la stessa faccenda…

    Questo lavoro lo fa automaticamente il software, date le specifiche del filesystem. E potrei farlo anch’io manualmente, decrittando i settori leggibili.

    La questione è soltanto una: un settore o lo si può leggere, oppure no. Se non si può leggere, che sia in chiaro o criptato è indifferente. Se lo si può leggere ed è criptato, lo si può decriptare e vederne il contenuto in chiaro.

    Quindi, come vedi, non cambia proprio nulla.

    E chi lo nega che fosse *qualcosa* di più di un OS, ma era anche molto meno che un OS fatto e finito.

    E cosa gli mancava? Aveva perfino la memoria parzialmente protetta, che s.o. come AmigaOS e MacOS potevano soltanto sognarsi.

    Non dubito.

    Non ci vuole molto a farsi piacere un vista fresco di installazione (e di sevice pack) rispetto ad un XP magari incasinato da installazioni/disinstallazioni spyware e quant’altro.

    Sarebbe stato carino sapere che faccia avrebbe fatto passando ad un xp fresco di installazione dopo un anno di vista. (sarebbe x modo di dire, io la faccia della gente che mi guardava come se fossi arcangelo gabriele dopo averli liberati da vista ce l’ho ben presente, l’ho vista centinaia di volte, letteralmente)

    Allora non è ancora chiaro. Lo ripeto.

    Ha usato XP “pulito” (installato da zero) per circa un anno. Usandolo si è incriccato.

    Ha poi installato Vista “pulito” (installato da zero). E ne rimasto soddisfatto.

    Non vedo dov’è che il confronto sia stato “falsato”.

    Ma non scherziamo neanche, xp arrivava dopo un anno e mezzo di beta (win2000) come seven arriva dopo 2 anni e mezzo di beta (vista).

    In entrambi i casi ci fu il tempo di correggere gli errori fatti nella beta, di adeguare le configurazioni tipiche dei pc, di accedere ad un parco driver gia maturato.

    Xp poi faceva un salto epocale rispetto all’os tipico di uso consumer (win9x), vista sostituiva un os che funzionava (e funziona) perfettamente.

    Non c’è il minimo paragone tra il lancio di xp e quello di vista, a favore del primo, ovviamente.

    Su questo t’ha già risposto j.

    Aggiungo soltanto che, a prescindere dalla storia (che poi dimentichi che Vista è una sostanziale riscrittura di Windows, tra l’altro), quel che conta è la maturità e solidità dei due prodotti al day one. E da questo punto di vista XP era parecchio indietro a Vista (che era già usabilissimo persino nelle ultime beta).

    Non sono contrario alla via vistesca, però perché debbo rinunciare al tasto UP, potevano lasciarlo ed in aggiunta fare la modifica.

    Peraltro il tasto UP io lo vorrei anche nel browser web (come avviene in konqueror).

    Anche qui j mi ha preceduto. Poi avere nella stessa interfaccia due possibilità per fare la stessa cosa (nel caso limite della soluzione di Vista), crea più confusione.

    E cozza coi miei principi di programmatore Python: “There should be one– and preferably only one –obvious way to do it.” :D

    A proposito perchè in xp posso scegliere tra il menu start in stile xp o usare quello in stile win 9x se non riesco ad abituarmi, mentre in vista non posso avere il menu in stile xp ? Per me è un peggioramento notevole nella filosofia del compatibile all’indietro, che ha sempre caratterizzato windows.

    Non confondiamo gli applicativi scritti male e pensati da troppi tuoi colleghi

    Miei colleghi? Chi? Li conosci? Sono tutti linuxiani. :D

    in ottica monoutente con una pecca di xp,

    Sul software scritto male nulla da dire: la colpa è dei programmatori. Ma non è questo il punto.

    che poi vista e seven siano stati pensati con la multiutenza in testa sul serio è un fatto ma l’UAC di vista è stata di fatto una copia mal riuscita dell’approccio di Ubuntu (che gia di suo non è che ami particolarmente).

    XP in realtà ha avuto un unico grande difetto quello di proporre l’account amministrativo di serie, appena installato. Su questo vista è stato un passo avanti, ma è *un* passo avanti.

    Stai girando attorno alla questione, che è un’altra.

    XP offre degli strumenti rozzi e farraginosi per la gestione della multiutenza e di tutti i casi in cui è necessario scalare di privilegio del codice.

    Vista, da questo punto di vista (e due), è anni luce avanti. Di gran lunga più semplice e usabile.

    E’ questo che devi mettere a confronto, come sempre: cosa si trova davanti l’utilizzatore finale.

    A proposito, chi fa teatro, secondo te, come fa a campare ?

    Con quel mezzo. E allora? :-/

    Sul resto ha risposto, ancora una volta, j.

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